“Pietre e miraggi” di Luigi Palazzo, “… l’incertezza sull’infinito, il rossore per la sorpresa”

tre domande, tre poesie

Luigi Palazzo (18 settembre 1986) ha pubblicato le raccolte di poesie “Non raccontarmi il cielo” (Manni, 2019), “Bar Samarcanda” (Transeuropa, 2021 – menzione d’onore Premio Casentino, attestato di merito Premio Montano, Selezione Premio Prestigiacomo) e “Pietre e miraggi” (PeQuod, 2025 – Selezione Premio Zeno), oltre a brani poetici e racconti su opere collettive e blog letterari. Con inediti, finalista al Premio Fabrizio De Andrè, menzione d’onore al Premio Bacchereto, menzione d’onore al Premio Città di Borgomanero. Ha all’attivo pubblicazioni specialistiche in ambito giuridico e ha preso parte a produzioni teatrali, anche firmando testi e regie. Come assessore del Comune di Salice Salentino (LE) ha ideato e diretto la rassegna “Salice comunità che legge”, invitando autori ed artisti affermati (tra cui Valerio Magrelli, Rosella Postorino, Mario Desiati, Antonia Murgo, Nabil Bey, Vincenzo Costantino) e interessanti nuove proposte ed ha promosso iniziative e progetti di riscoperta e valorizzazione delle radici e di promozione dell’identità territoriale.

Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Pietre e miraggi”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?
Se le parole bastino, non lo so, è l’ambizione di ogni scrittore. Di sicuro non devono avanzare.
È difficile parlare per assoluti, soprattutto se si ha a che fare con un concetto così sfuggente come quello di “poesia”. Il mio personalissimo metro di valutazione è quello dell’efficacia: superare l’indifferenza o la diffidenza del lettore. E ciò lo si può fare innanzitutto mettendosi a nudo, che non vuol dire necessariamente piangersi in versi, ma abbandonarsi a ciò che si è. La scommessa che deve mantenere la poesia al giorno d’oggi è la sua dimensione artigiana. Con l’intelligenza artificiale è facile per chiunque abbozzare dei versi o affinare un concetto, ma il legame con la dimensione umana va sempre salvaguardato. In ogni caso, l’utilizzo della parola non può prescindere dalla sua funzione comunicativa, anche laddove svincolata da una immediata intelligibilità.
Quanto a “Pietre e miraggi”, il titolo è stato faticoso e viene fuori da una laboriosa ricerca che una sera, al tavolino di un bar, ho inflitto a due care amiche poetesse!
Con questo libro mi sono messo davanti al concetto di “assenza”, tanto in una dimensione esteriore, quanto interiore e inevitabilmente mi è toccato fare i conti con alcuni fantasmi che orbitavano ed orbitano di tanto in tanto: dal rapporto con la mia terra al lutto, passando per pensieri e visioni notturne.
Volevo, dunque, un titolo evocativo e preciso.
Tornando alla mera aneddotica, prima delle due amiche cui facevo menzione prima, avevo mandato delle bozze iniziali del libro a un gruppo Whatsapp di amici, che avevano individuato il titolo in un verso che poi sarebbe cambiato: “Coppole e miraggi”. Andavano bene i miraggi, ma la “coppola” era un elemento troppo specifico per andare nel titolo. E così, al tavolino di quel bar, tra le varie ipotesi, spuntarono le pietre.
Uso il passato remoto non a caso: è un libro che avuto una lunga gestazione e ho lasciato decantare i versi per parecchio, prima di rimettervi mano per limare, tagliare, sostituire.
Volevo che “Pietre e miraggi” dicesse molto con quante meno parole e quanti più silenzi possibile.
D’altra parte, sul Sud (su cui mi concentro nella prima sezione) si è già scritto tanto, nella poesia è un campo minato. Essere cresciuto nella provincia salentina per certi versi è stato un privilegio, avendomi instillato un forte radicamento ed un grande senso di orgoglio; l’altra faccia della medaglia, però, è la rabbia per la grande promessa non mantenuta della nota “Quistione Meridionale” (per citare Rina Durante), che è un tema sempre attuale ma mai risolto. Con la mia generazione, quella dei precari, è ripresa l’emigrazione. È un tema che non affronto direttamente, non da questa prospettiva (lo prendevo più di petto in qualche brano di Bar Samarcanda), ma è il presupposto di uno straniamento che mi ha messo di fronte alle mie radici.

La poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
No, ma può assecondarla, la solitudine.
È il genere che ha più a che fare con l’esigenza, con quell’urgenza espressiva che spesso è il cliché di chi scrive. Ma, al contempo, è il genere che più espone chi scrive al rischio dell’autoreferenzialità.
In questa prospettiva, è un bene che quella “pensosa solitudine” non venga colmata, che ci sia sempre spazio, tanto per l’autore, quanto per il lettore, per l’inascoltato.
Questo senso credo emerga di più nella seconda parte della raccolta, di visioni notturne, reminiscenze e anche qualche lacrima. Sono le poesie dell’incertezza, del dolore, del disarmo, ma anche della ciclicità.
Leonard Cohen ci illumina con

“There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in”

e anche tra le pietre, i miraggi e le nuvole, alla fine, trapela un raggio di luce.

“Guardare troppo,/ vedere poco.”, i tuoi versi per chiedere: la poesia è un destino (al pari della vita)?
Da buon scettico, diffido anche dal destino. La componente volontaristica è sempre importante nella vita, anche se una buona dose di incidenza ce l’ha (non il destino ma) il caso.
La poesia è una scelta prima di tutto, poi un abbandonarsi, tanto nel leggerla, quanto nello scriverla.

scelte per voi

 

Tra le maglie di un rudere
un setaccio, il Sud,
trattiene
vite rassegnate,
pietre e miraggi.

*

L’enigma del sole di novembre
accende la pietra
per la via.

Riesco ancora a ferirmi
con le parole
che non mi hai detto.

*

Proteggi

ogni respiro nella bufera,
il ricordo di un’anima bella,
la vita di un’anima sola,
lo sguardo basso in mezzo alla festa,
ogni lacrima, ogni ragione,
l’incertezza sull’infinito,
il rossore per la sorpresa,

chi riesce a urlare davanti allo specchio,
chi sceglie il silenzio,
chi si accarezza le cicatrici,
chi sguaina sorrisi ma è spaccato
dentro,
chi ferma i pensieri
per un riflesso nel mare.

Proteggi ogni soffio
sulla fiammella
sotto la cenere,

ogni istante
di queste piume
sull’asfalto.

*

Il brano di apertura della raccolta, chiuso dal verso che vi dà il titolo, nasce dalla metafora del Sud come setaccio. Una metafora che ha sprigionato tutte le riflessioni e le sensazioni da cui sono nati buona parte dei versi che compongono la prima sezione.
D’altra parte, la contemporaneità ha fatto di ogni Sud una periferia, sottraendo l’individuo ad una dimensione comunitaria ed abbandonandolo a bisogni irrisolti.
Originariamente sia il brano, sia la sezione che lo ospita erano più corposi.
Nella prima stesura l’esordio era perentorio (“Il Sud è un setaccio”) e la chiusa ammiccava al sarcasmo:

“Madre povera che vuole amare,
puttana d’un vecchio facoltoso,
ma non si fa pagare”.

I versi, tuttavia, risultavano troppo assertivi e mal si conciliavano con lo spirito di fondo della raccolta. La ricerca di essenzialità – legata al concetto di assenza a cui facevo riferimento prima – hanno dunque comportato una consistente setacciatura.

Grazie ancora alla Direttrice e alla redazione de l’EstroVerso, che è stato un grande piacere ritrovare!

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