tre domande, tre poesie
Sheila Moscatelli è nata a Terni il 31 dicembre del 1977, si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Reumatologia presso l’Università degli studi di Perugia. Dal 2011 vive e lavora a Ravenna. Suoi testi appaiono su blog letterari e riviste on line. Alcuni sono stati tradotti in spagnolo per il Centro Cultural Tina Modotti. Ha pubblicato “L’essenziale” (Firenzelibri, 2023, prefazione di Valerio Grutt) e “Una spiga” (peQuod, collana Portosepolto, 2025, prefazione di Francesca Serragnoli). Collabora come redattrice ed editor con la collana Fuori Stagione e con la rivista di poesia Bottega Portosepolto.
«La poesia di Sheila Moscatelli mi pare nasca dall’accoglienza. (…) È questa una poesia piena di quiete. Sembra quasi la traduzione da un dialetto. Sheila dedica questo libro ai suoi figli e all’eterno dentro al quotidiano. Tutte queste piccole cose del quotidiano che vengono raccolte come vita suscitano vita»
(dalla prefazione di Francesca Serragnoli)
Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Una spiga”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?
Una spiga è una raccolta notturna, arrivata tra i sogni. A novembre ‘22, in un periodo piuttosto felice, mi è capitato un imprevisto. Niente di grave, cose che succedono, ma di quelle che ti fermano e ti costringono a fare i conti con un cambiamento permanente e con l’idea che potrebbe accadere di nuovo e senza nessun preavviso. Questo mi ha fatto inizialmente vacillare e poi, nei mesi successivi, non potendo cambiare la situazione, ho cambiato sguardo, e di notte, un testo dopo l’altro, è arrivato il libro. Mentre scrivevo ho capito che invece di chiedermi “perché a me?” sarebbe stato più utile rispondere alla domanda “perché non a me?” E alla fine mi sono accorta (perché lo capisco sempre dopo) che Una spiga era una raccolta sullo stare in ascolto, lasciar andare e affidarsi. Testimonianza della bellezza dell’impermanenza, dell’importanza della trasformazione. Un invito a imparare la fiducia dagli alberi, che ogni inverno perdono le foglie, certi che arriverà una nuova primavera, nel costante ciclo di morte e rinascita, di cui la natura è maestra.
Il titolo inizialmente avrebbe dovuto essere Il suono delle lucciole, che è un verso di un testo scritto nell’estate del ’23, quando ho sentito per la prima volta di avere tra le mani qualcosa che sarebbe potuto diventare un libro, ma poi ho scelto Una spiga per il significato simbolico della spiga di grano, oggetto umile, quasi domestico, ma allo stesso tempo simbolo di rinascita. Una spiga come rappresentazione dell’eterno dentro il quotidiano (come nella dedica iniziale, prendendo in prestito un verso di Niccolò Fabi) e del ciclo naturale delle cose, dove niente muore davvero perché tutto si trasforma.
“La luce si stringe nel buio che avanza/ dove niente è perduto – tutto è raccolto.”, i tuoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
Non credo che la poesia possa colmare vuoti o solitudini. Può invece sicuramente custodirli, riempirli di senso e offrirli a chi ha bisogno di farne esperienza e di sentire di non essere solo nella difficoltà o nella sofferenza. La poesia consente di trasformare la mancanza in attesa e mi ha insegnato che si può stare nelle domande senza attendere risposte. Ad avere fiducia nella vita che resiste nonostante tutto, perché nulla è davvero perduto e quello che muore oggi germoglierà domani.
La poesia è un destino (al pari della vita)?
Non lo so se sia un destino. Sicuramente per me è stata una chiamata, che con il senno di poi ho riconosciuto essere arrivata più volte nel corso della vita, e alla quale a un certo punto è stato necessario rispondere con un sì. Ho incontrato la poesia, come molti, da bambina e me ne sono innamorata intorno ai vent’anni, ma è rimasta a lungo un fatto privato. L’esigenza di condivisione è nata solamente negli ultimi anni, dopo aver incontrato compagni di viaggio che sono tutt’ora punti di riferimento preziosissimi e una comunità che è diventata famiglia. Quando ho iniziato a condividerla, ho capito di doverlo fare seriamente, pur senza prendermi sul serio. Ho iniziato a sentire la responsabilità delle parole scritte, che hanno comunque un peso e cerco ogni volta di essere il più possibile onesta e coerente con quello che sento e con quello che sono. La poesia è la mia ricerca, il mio cammino spirituale e mi sono accorta di come la mia scrittura nel tempo sia cambiata in parallelo alla crescita personale.
Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie dal tuo libro; e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).
La stagione che non resta ha dentro la pace che non vedi
rinnova quel che deve mutare, per continuare ad essere.
La pioggia non smette di cadere, l’acqua entra nella terra
– ostinato il girasole cresce nel campo di trifoglio –
oltre l’orizzonte, l’alto si confonde con il basso.
La morte è un gatto sul tetto – dal cuore di resina.
*
Affacciata sull’eco dell’infanzia
sradico dal fondo della borsa
il suono delle lucciole
il piacere dell’ozio e la paura
del tempo sprecato
come il germoglio d’albero
nato nel vaso del gelsomino.
Nessuno resta integro se vive.
*
Quando la tristezza è una sciarpa di lana
per tenere l’equilibrio
sciolgo la lava in una giornata di sole
Questo ultimo testo è stato scritto a marzo ’21 e nella prima stesura era lungo diciannove versi. Scrivere poesia per me è un lavoro di sottrazione e sacrificio. Sottrazione nel senso di togliere tutto quello che non è necessario, per dare modo alla luce di attraversare le parole e sacrificio nel senso etimologico di sacrum facere, perché quando scrivo sento di essere strumento al servizio di qualcosa di più grande, che potremmo chiamare ispirazione. Nel tempo i diciannove versi iniziali si sono ridotti prima a cinque e poi a quattro, ed ero abbastanza soddisfatta del risultato.
Quando la tristezza è una sciarpa di lana
e resistere fa male quanto mollare
per tenere l’equilibrio
sciolgo la lava in una giornata di sole
Finché, a giugno ’24, durante un ritiro poetico al monastero di San Leonardo al Palco è venuto in sogno Giuseppe Ungaretti, a dirmi di togliere ancora un verso. E se te lo dice Ungaretti cosa puoi fare se non obbedire? Così la quartina è diventata una terzina.









