“Cittadinanza d’altrove” di Silvia Giacomini: “la vita – quella interiore, stratificata e oceanica – diventa linguaggio per osservarsi, per provare a decifrarsi”.

«Una sola vita è troppo poco/ per i mondi che ciascuna vita chiude in sé», versi di Silvia Giacomini, «disincagliata esploratrice», scelti per introdurre la lettura del nuovo libro “Cittadinanza d’altrove”, pubblicato da “Le Cáriti Editore”, intitolato all’amico e studioso Matteo M. Vecchio (prematuramente scomparso). Il titolo «racchiude una trama di corrispondenze, tracce di un attraversamento del vivere e di sé», chiarisce l’autrice che procede con «slancio verticale», continuando a dialogare (comporre) con la «lingua carnale del silenzio», germinando danze aggraziate di versi in contrappesi di luce eloquente, «una luce d’oro piena di tempo», che affiora dalla sostanza del nostro essere «abisso», luce con la quale (dovremmo tutti) «tentare un patto». Nell’inciampo del vivere, «l’appassionato rifiuto dell’indifferenza», è presente la saggezza biblica del “c’è tempo per ogni cosa”, un tempo che «è sempre», che è restare dentro «memoria illimitata», che è parlare per «mascherare il caos», che è «l’urlo alato del mare che si spezza», che è riaffiorare dentro, «fino alla metamorfosi», che è «lucidissima quiete dell’accogliere», che è perenne stupore, come della freddezza delle lacrime «sulla pelle/ quando dentro sono incendio».

(Grazia Calanna)

 

Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Cittadinanza d’altrove”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?

   La scintilla si mostra alla fine, nel momento in cui sigilla l’anello di un nome, di un titolo che racchiude una trama di corrispondenze – tracce di un attraversamento del vivere e di sé. All’inizio è una fiammella oscura, un nucleo remoto e fastidioso attorno a cui si addensa poco alla volta la materia sparsa (pensieri embrionali, visioni interiori da mettere meglio a fuoco, vecchi scampoli di scrittura riaffiorati dall’oblio) racimolata da un’insaziabile domanda di senso. Essendo scrittura e vita strettamente intrecciate, non mi è chiaro se, dopo un lungo tempo di rielaborazione, decido che una raccolta è pronta perché non posso più fare altro per migliorare le poesie che la compongono (e questo non vuol dire che sono perfette ma che sono esauste) o perché un morso di strada chiede di essere superato. La vita – quella interiore, stratificata e oceanica – diventa linguaggio per osservarsi, per provare a decifrarsi. Il ripetuto travaglio di traduzione in parole – che sembrano sempre inesatte – della magmatica e metamorfica complessità dell’essere credo sia da considerarsi un esercizio spirituale, una forma di meditazione. Ogni tentativo di fare poesia, diario o racconto di esperienze, dolori, accoglimenti, voragini, attimi immensi è un processo che agisce sulla mente trasformandola, una terapia, dunque, ma intesa nel modo della filosofia antica, come pratica di vita dedicata al costante miglioramento di sé. Mi piace fantasticare che come la mente umana diventa linguaggio per conoscersi, l’universo diventa una pluralità di menti diverse per scrutarsi da tutte le prospettive possibili. La scrittura come pratica di vita è una oceanografia del sentire quotidiano. Educa alla calma, all’ascolto del silenzio, alla pazienza di sgranare la densità di ogni attimo. Insegna a vedere che ogni atomo di realtà è una miniera. I versi li cavo il più delle volte da un materiale informe che non oso dire prosa lirica. La poesia (per me) è un’ansia vorace del pensiero di spingersi sempre oltre i propri limiti (la creatività nasce dallo scontro con una impossibilità, da una strettoia?) attraverso il soccorso spontaneo delle immagini secernendo frammenti su uno dei quaderni che ho sempre per compagni. Quaderno, blocchetto, notes digitale, pezzo di carta qualunque che diventa zattera, astronave e sommergibile per continuare a navigare anche dove appare impossibile vivere, oppure corda a cui aggrapparsi non per risalire ma per sentire il cielo: quel punto invisibile e altissimo a cui la corda è legata. Le parole non bastano alla poesia perché la poesia è l’intensità muta che le precede, è un sentire (un intuire) che supera le facoltà espressive (le mie, almeno), e di cui i miei componimenti non sono mai all’altezza. Ma forse è bene sia così se “vivo per quel che non so dire”.

“Il sangue l’ho versato tutto per la sete/di nessuno.”, con i tuoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?

   Tutti siamo solitudini diverse con una comune necessità di ascolto, di accoglimento, di riconoscimento, di amore che non credo possa mai venir colmata in modo definitivo (ma il vuoto che sempre resta è prezioso, è spazio di scavo e di germinazione). Se oggi sono così tante, e sempre più numerose, le persone che scrivono è forse anche perché è difficile che si trovi il tempo di ascoltare (troppo lavoro, troppe richieste, troppe opportunità di distrazione). Non rimane allora che deporre le urgenze dell’anima nel baule della parola scritta sperando che qualcuno lo apra. È buona cosa che siano in tanti a scrivere, se la scrittura è dialogo con sé stessi. Tuttavia, la sproporzione tra la quantità di chi scrive e di chi legge potrebbe far sembrare vano il lavoro tormentato, magari lungo anni, che sta dietro un libro. Eppure, anche se so che a leggermi saranno soprattutto gli amici (e dici poco! che bello sarebbe scrivere un libro per ciascun amico e consegnarlo a lui solo), e nonostante non sia mai certa del risultato, non ho la percezione che sia stata una fatica sprecata. Forse perché non potevo fare a meno di compierla… Il sangue non è mai versato per nessuno (non concordo con ciò che ho scritto), c’è sempre un fiore assetato che ne riceve qualche goccia. Nel primo abbozzo i versi erano questi: Il sangue l’ho versato tutto per la sete/di un unico fiore di campo. Non so, forse la prima versione era la migliore… (può succedere). Se una poesia, o una intera raccolta, ha un solo lettore ma in quel lettore muove emozioni e pensieri, non c’è da desiderare altro.

La poesia è un destino (al pari della vita?)

   Nell’ipotesi che ogni vita sia destino, anche ogni opera lo è. Ogni poesia è allora intessuta da sempre alla trama dell’essere, e al tappeto di cui, scrive Cristina Campo, solo “per attimi di visione – è dato all’uomo intuire l’altro lato: l’inconcepibile disegno del quale si fu filo e nodo.” 1 Quello del destino è un argomento controverso, difficilmente affrontabile in termini razionali, se per razionalità si intende la logica del pensiero lineare (esistono anche modi di pensiero divergenti e rigorosi). Il destino è un’assurda e limpida certezza per chi non pensa il tempo come una linea o un fiume ma, ad esempio, come una sfera. Una sfera su una cresta d’onda di un oceano senza confini. La divisione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione ostinata, scrive Einstein in una lettera, e altrove afferma che “tutto è determinato… da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. […] Esseri umani, vegetali, polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.” 2 La poesia è destino come lo è questa tua domanda in un periodo in cui molti elementi sembrano convergere sul tema. Proprio oggi, mentre provo a rispondere, trovo per caso in un libro 3 un rimando a un brano di Proust che altrimenti non mi sarebbe venuto in mente (il caso è l’aiutante magico di chi ha poca memoria?). “Ero così arrivato alla conclusione che non siamo affatto liberi di fronte all’opera d’arte, che non la facciamo a nostro piacimento, ma in quanto ci preesiste, e poiché è ad un tempo necessaria e nascosta, dobbiamo – come faremmo per una legge della natura – scoprirla.” Hillman nel libro Il codice dell’anima ricalca e amplia quanto intuito da Proust quando espone la teoria della ghianda, ovvero l’idea che, come la ghianda racchiude la forma della quercia che nascerà, “ciascuna persona è portavoce di una unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di essere vissuta.” 5

Questa unicità può esprimersi in molti modi, la poesia è solo uno dei tanti possibili e non ha valore maggiore né minore di un gesto di cura, ad esempio – entrambi svaniranno come tutto svanirà, dalla Divina Commedia a una carezza piena dell’amore che muove il sole (anche perché l’universo, in un modo o nell’altro, finirà). Ma poesia e gesto sono parimenti eterni e necessari nell’istante – nel frammento spaziotemporale – del loro manifestarsi. Non mi convince, tuttavia, l’ipotesi che ci sia, per ciascuno, una missione a cui adempiere, una chiamata alla quale rispondere o voltare le spalle. Non ci sono vite realizzate o vite mancate: l’unicità di ogni essere si esprime innanzitutto essendo – indossando la propria forma momento per momento. Destino, trama o disegno non sono sinonimo di progetto: non c’è una finalità ma una compiutezza segreta, la sfera di cui possiamo vedere di volta in volta solo il tratto che ospita i nostri passi. Oltre a essere nodo della trama, la poesia, anzi, lo sguardo poetico (immaginativo, percettivo) ha la facoltà di intravedere l’altro lato del tappeto e il ruolo di farsene testimonianza. Accanto alla conoscenza analitica e progressiva c’è una conoscenza che accade, che si offre per rapidi squarci. Nelle esperienze estatiche si coglie l’intero in un lampo, l’infinito in un filo d’erba; analogamente, il brivido che precede il nascere di certe poesie o che viene dalla lettura di un testo poetico dettato da un brivido simile sembra scostare le illusioni a cui siamo assuefatti (tra cui quella del tempo) come di un soffio si scosta una tenda per guardare fuori; non si riesce a vedere granché in quella frazione infinitesima di spazio e di tempo tra la tenda e il muro, ma quell’occhiata fugace sveglia il lontano ricordo della totalità. Forse.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie dal tuo libro; e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).

(Al centro, la gabbia in cui venivano rinchiusi i folli: un antico strumento di tortura.
Una gabbia in vimini racchiude il paziente – che ha le mani legate – fino all’altezza del collo, lasciando libera soltanto la testa.)

VI

Da quando ho chiuso gli occhi
vedo sempre il sole.

La veste nera è tra tutte la più fragile
la brucia il fiato d’ubriaca
di una primavera corporale.

Non so quanto la morte mi duri
davanti a questo sole che so esserci, che voglio.
Sole, nero. Ho la bocca tra due volti:
non cercarmi il bacio, stella bianca.
Non ancora.
Attendi che la parola mi appartenga.

Nelle viscere del pianoforte
ogni suono è pietrificata larva,
solo il selvatico tocco
spacca il perfetto niente e libera uno scroscio
delle combinazioni possibili infinite.
Mano non mia, attendo,
non mia.
Forse all’esaurirsi della volontà
sarà pioggia in gola.

Allora crescerò verso l’infanzia,
continuerò a dialogare col silenzio
come quando le mie anime
orchestravano nel gioco senza vincoli
un invisibile che nessuno
osava contestare.

*

Dopo la prima morte
ogni altra perdita
rafforza l’esilio.

Sulla terra si sta con un piede solo,
l’altro poggia in un altrove.

Le febbri terrene hanno sempre meno presa,
i fallimenti sono campi di soffioni.

Con un piede solo si va,
con l’anima mozzata

ma non è un male
smettere di fingersi interi,

è solo cominciare un ritorno.

*

Voler bene è questa
limpida pace
questa fluente castità delle mani
assetate
questo tempio
di commossa cura.

La prima, contrassegnata da numero romano, è una delle nove poesie de Il cigno sgraziato che nasce più di quindici anni fa come tentativo di poemetto drammatico. Nel corso degli anni mi è capitato più di una volta di ripescarlo dal caos e tornare a lavorarci per poi abbandonarlo di nuovo.
Nel 2020 mandai al caro amico a cui è dedicato il libro (Matteo M. Vecchio, che sempre manca) il tentativo di poemetto nell’ultima versione insieme ad altre poesie per avere un parere e dei consigli. Oltre a incoraggiarmi a lavorare a una nuova raccolta, Matteo mi suggerì di suddividere il poemetto in singoli componimenti numerati. È stato grazie al suo suggerimento se il materiale in perenne divenire che mi portavo dietro da quindici e più anni ha iniziato a prendere forma, e se non è stato nuovamente scartato, dato che fu lui a esortarmi a proporne parte a l’EstroVerso nel 2021 al posto di altri inediti che avevo scelto. Da allora ha subito ulteriori trasformazioni (non sono mai convinta di niente).
Gli amici ci sono indispensabili; il loro sguardo, se sono i nostri primi lettori, diventa parte delle nostre tessiture di parole. Ogni singola creazione ha molteplici autori.

In concomitanza con l’uscita del libro mi sono imbattuta per caso (praticamente scrivo a due mani con il caso) in un breve saggio 6 in cui si analizza una poesia di Baudelaire che ha per protagonista un cigno che fugge dalla gabbia in cui è rinchiuso e immerge le ali nella polvere allungando il collo in una tensione estrema, convulsa, verso il cielo.
Avevo preso spunto dalla poesia di Baudelaire quindici anni addietro? Proprio non ricordo. Ricordo solo che il titolo e l’immagine della “gabbia in cui venivano rinchiusi i folli” sorsero dall’intersecarsi di un’esperienza reale (al lago, bambini crudeli tentavano di lapidare un cigno) con una lettura di quel periodo che riguardava la storia della follia.
Curioso come tutto (in ogni esistenza, anche nelle più piccole cose) sia intrecciato. Curioso trovare in un libro su Van Gogh 7, proprio nei giorni in cui mi viene chiesta una breve presentazione da porre sulla copertina della raccolta in uscita, il riferimento al saggio di Starobinski su Il cigno di Baudelaire che chiude il cerchio, che fa di Cittadinanza d’altrove una tappa compiuta di una mia ricerca interiore ed esistenziale (spirituale, vorrei poter dire) più che artistica.

Note

  1. C. Campo, Il flauto e il tappeto, in Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, p. 115
  2. A. Einstein, Pensieri di un uomo curioso, Milano, Mondadori, 1997, p. 110
  3. E. Fachinelli, La mente estatica, Milano, Adelphi, 2009
  4. M. Proust, Il tempo ritrovato, Milano, Mondadori, 2023, p. 193
  5. J. Hillman, Il codice dell’anima, Milano, Adelphi, 1997, p. 21
  6. J. Starobinski, La malinconia allo specchio, Milano, SE, 2016
  7. M. Goldin, Van Gogh. L’autobiografia mai scritta, Milano, La neve di Teseo, 2020

Silvia Giacomini ha pubblicato, per la narrativa, Pozzanghere e bagliori, La metamorfosi delle cose (Progetto Cultura nel 2011 e 2015), I pellegrini dell’assurdo (Il Convivio Editore, 2025) e per la poesia La sirena discorde (Edizione Ape, 2012), Il sangue del cielo (Italic Pequod, 2014), La tentazione di essere vento (La vita felice, 2014), Mal Bianco (Ladolfi, 2019), Cittadinanza d’altrove (Le Càriti Editore, 2025). Nel 2022 ha curato, per Le Càriti, Tre imperdonabili. Emily Dickinson, Antonia Pozzi, Cristina Campo, di Matteo M. Vecchio. Ha pubblicato racconti sulla rivista Fronesis e articoli su riviste online. Attrice di teatro, dopo aver avviato l’attività della propria compagnia, I desideranti, ha realizzato spettacoli per il Civico Planetario di Milano, per il F.A.I. a Villa Necchi, presso il castello di Padernello (Bs) e il Parco Nord di Milano. Formatasi in Drammaterapia, conduce laboratori di teatro creativo. Ha tenuto mostre personali di incisioni a Varese e Milano e una mostra fotografica inserita nel Circuito Off del Festival di Fotografia Etica di Lodi.

 

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 16.03.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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