#Orienti_6
Dal costato aperto del mondo nasce la parola per dare luce e sutura alla ferita dell’origine. È una soglia di silenzio e solitudine, ed è proprio qui che il poeta impara a muoversi come una creatura Senza asilo, come scrive Deborah Prestileo nel suo già consapevole e ben orchestrato esordio che dà voce alla condizione dello sradicato, o meglio al dramma di non riuscire ad affondare le radici, come una Penelope che cuce e disfa la tela dalla notte al giorno. Se «la luce è grembo materno», la poetessa prende allora la parola da una situazione di posterità edenica, da un margine in cui conflagrano nostalgia e desiderio. La ricerca di una ricostituzione tra dentro e fuori, visibile e invisibile, Io e Alterità è infatti la cifra di quest’opera prima che presenta una scansione interna tripartita: un cammino che parte dal pantheon femminile (Cassandra, Antigone, Didone, Circe, ecc.) del Mythos e arriva alla conquista del Soma passando attraverso il regno del Logos. Soprattutto è una parola che si scontra con – o forse sarebbe più legittimo dire: forgiata da – la crudezza della finitudine, una parola che attraversa lo sguardo «muto davanti al dolore che racconta», e quindi una parola che spesso manifesta l’anelito della preghiera («io prego e prego e prego / che vi sia vita qui, poi, altrove, / come il nulla che si respira»), sebbene quello invocato sia un «dio che non ha più ossa per sostenermi», «un dio difficile» e minuscolo che diventa però nume dell’esilio, della condizione di chi, cosciente dello spreco di «tutto l’inchiostro che mi resta dentro», si porta “un mondo nel cuore e non riesce a esprimerlo con parole”, per dirla con De Andrè. Come le progenitrici mitologiche della prima sezione, Prestileo mette nero su bianco uno scacco che si rivela essere dismisura d’amore, non rimpianto bensì rivendicazione di un bene entropico che unisce ogni forma vivente: «Ero bambina. Credevo che il dolore / fosse avere poco amore intorno / quando è averne troppo dentro». Così anche al cospetto dell’evidenza del fallimento, di una «vita fatta a pezzi» dove «manca la fine e manca il senso», Prestileo può scrivere che «l’amore non è che un fiume / in cui sentire tutto, / straripare nella piena», e quindi iniziare il canto. E questo incessante donarsi d’amore è quanto di più vicino vi sia a un nido, a una casa.
*
(Deborah Prestileo, Senza asilo, ilglomerulodisale, 2025)
Rammendi i bordi laceri delle vene,
pur sapendo che la luce è grembo materno
e la parola la fessura da cui costruire
l’entropia del bene.
E sono qui a mani giunte,
ma la preghiera diviene bibbia
nel momento in cui è parola
e la parola non è mai vergine
né – per sopravvivere – dev’esserlo;
così inizia il mio canto.
*
Questa mano rapace che mi scrive,
tutto l’inchiostro che mi resta dentro,
nessun dio che dice e mi sia affine,
nel mio essere così, senza asilo,
esiliata in questo stesso verso
;
un sostantivo non ha bisogno che di sé stesso,
è una prostituta che batte sul ciglio della strada.
*
Io, seme che non germoglia
io, linfa che muore,
io, aria che si attorciglia in gola.
tu, cielo sempre più celeste,
tu, materia che si fa verticale,
tu, fibra dell’universo.
(dio non ha più ossa per sostenermi)
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Eri il bene in tutte le sue forme
– esserlo, cercarlo, trovarlo, donarlo –
mai, però, negarlo. A dirlo
(com’è cieca la ferita)
la tasca sempre piena della giacca.








