“Prima dell’estate e del tuono” di Luca Pizzolitto, poesia come “spazio sacro di resistenza e ripresa”.

L’eterno («sospeso sulle labbra di Dio») sta all’amore come la dipartita sta alla vita, come l’enigma sta allo «sfolgorio del cielo», nell’incessante susseguirsi delle stagioni, nell’attesa, nell’affanno «delle cose taciute», nello «spazio sacro della resa» e del canto, un cammino di ricerca, di riscoperta, «dove la parola è salva» e, a partire dalla luce, cui tutto tende, «Niente cade, niente muore davvero». Parliamo di “Prima dell’estate e del tuono”, recente libro di Luca Pizzolitto (pubblicato da “peQuod”) dal quale, come scrive nell’introduzione di Gianfranco Lauretano, emerge “la voce di un poeta che percorre un deserto all’alba o attraversa una foresta in salita per giungere a un monastero in montagna. Lo sguardo lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente, intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta (…). In queste poesie la parola si fa corpo e viceversa, il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è spazio sacro di resistenza e ripresa”.

A partire dal titolo del tuo nuovo libro, “Prima dell’estate e del tuono”, cosa viene prima della poesia?

La vita precede e segue – costruendola, nascondendola dentro di sé come un bozzolo – la poesia: l’incontro con l’altro, la ricerca di una terra abitabile che non inizi e finisca con l’umano, la necessità di silenzio, di stare e, nello stesso tempo, porre la distanza che consente il respiro tra sé e il circostante.
Penso non sia possibile una poesia che si estranei, si alieni, non attraversi (anche in maniera simbolica, beninteso) la realtà di ogni giorno, la quotidianità che circonda, costruisce e spesso ferisce ciò che siamo.

La poesia è un presagio?

La poesia deve essere presagio, visione: deve essere parola restituita alla bellezza attraverso il cammino impervio dell’esilio, le strade sterrate della nostalgia. Quando il comporre versi si riduce a mero esercizio di stile, accademica dimostrazione delle proprie capacità di scrittura, la poesia cade nell’inganno che maggiormente attanaglia la nostra contemporaneità: la perdita della sostanza a vantaggio di una forma che si manifesta in vuota apparenza, ostentazione di un ego che necessita di essere visto e riconosciuto, per sentirsi, in qualche misura, appagato.

Se “si fa a pezzi il cuore nel canto della vita”, si risana nell’incanto sempiterno della poesia?

Scrive Nikola Madzirov: “Un essere umano appartiene anche agli spazi intermedi, alle case che rimangono incompiute.” Credo fermamente nello spazio poetico come luogo del sospeso in cui l’uomo prende dimora, in cui può sostare con la parola e nella parola e, attraverso la parola, costruire terre abitabili in cui non si cancelli la realtà oggettiva ma si costruisca un cammino capace di attraversare il dolore senza osannarlo, senza farne verità assoluta.
Una parola poetica che, partendo dal reale, diventi uno spazio altro dove edificare mondi possibili.

Per concludere salutando i nostri lettori, ti invito a scegliere tre poesie dal tuo libro (riportandole); nel contempo, ti invito, a sceglierne (tra queste tre) una portandoci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
il ramo ritorto la spina del pruno
la veste gualcita del tempo

dalle lampare la luce scolora il buio
muore la grazia nell’afa di luglio

madre di ogni rimpianto,
salvezza dei corpi santissimi dei naufragati.

*

Ora che tutto brucia
e tace la peonia in fiore
ora che i nostri corpi
sono carne senza riparo

– si apre la terra al pianto

tra le mani un volto,
un corpo che non è più il mio.

*

È nel gemito della carne il morire
è nel cadere qui dove la terra frana
e la luce dagli occhi scompare

il verde ramo sfida l’inverno
l’uccello stringe al becco il nome
vestito d’erba e fuoco canti
la strada in pietra per la sorgente.

Questa terza poesia è in realtà la penultima del libro, in cui ho cercato di racchiudere il cammino che il lettore compie (e io stesso ho compiuto) nell’avvicinarsi a “Prima dell’estate e del tuono”.
Esiste una prima versione di questo testo, abbastanza differente, pubblicato su una plaquette edita circa un anno e mezzo fa. I primi due versi che ho scritto sono stati “il verde ramo che sfida l’inverno / l’uccello stringe al becco il nome”. Ricordo che mi trovavo in montagna, in un posto a me caro e che frequento spesso. Febbraio, forse. Il ramo di un melo che inizia a fiorire (in largo anticipo rispetto al giungere della primavera). Un uccello il cui canto sembra ripetere, all’infinito, la stessa parola, senza stancarsi mai, senza mai interrompersi. Io che cammino in salita costeggiando un piccolo ruscello, la cui acqua trasparente scorre senza posa, il cui canto sembra quasi avvicinarsi, porre riparo al gemito della carne, al mio cadere dove la terra frana.
La strada in pietra, il cammino che porta alla sorgente.

“Prima dell’estate e del tuono” – conclude Luca Pizzolitto – è un libro che segna un attraversamento, un movimento umano e poetico da dove sono stato (fisicamente e simbolicamente) negli ultimi 5 anni. Completato “Getsemani”, il terzo e ultimo libro di quella che avevo pensato come un’opera unica e poi ho diviso in tre raccolte, sono trascorsi mesi senza che riuscissi a scrivere nulla.
Era come se, posata la penna, mi sentissi svuotato, silente, inaridito.
Mi sono nutrito della scrittura di altri poeti, in maniera vorace, come a colmare una sete che sembrava non essere mai paga. Lentamente, ho ripreso a scrivere. Verso dopo verso, poesia dopo poesia. A differenza di quanto successo in precedenza, non avevo in mente una direzione verso la quale muovermi.

 

 

(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 07.07.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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