tre domande, tre poesie
Campagne, opera d’esordio di Giancarlo Busso, è una raccolta di prose poetiche e poesie (Fallone Editore) nella quale si dipana una fenomenologia della percezione minuziosa che si allarga al sotteso degli oggetti, delle atmosfere, della fabbrica umana e del suo rapporto/scontro con le leggi della natura, del conflitto umano-animale all’interno di una legge ecologica di competizione. “Le campagne di Busso non sono in nessun modo idilliche o rasserenanti”, come scrive Marco Giovenale nella prefazione. Giancarlo Busso descrive un perimetro del sentire con una lingua nitida e riconoscibile, racchiudendo assieme le categorie del poetico, politico e geografico.
Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Campagne”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?
Se le parole bastano alla poesia? Certamente no, occorre la vita. Non credo che ci sia stata una scintilla che abbia portato a Campagne, quanto un vero e proprio incendio. La vita, non solo la mia vita, ma quella delle persone con cui sono venuto a vario titolo a contatto è la “superficie”, mentre il linguaggio è il “reagente” che evidenza o cela alla lettura le infinite sfumature dell’esistenza.
“Così il giorno scendeva le scale/ accompagnando i nostri passi separati dalla strada”, con i tuoi versi per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?
La poesia non può niente, la poesia è uno strumento in mano soprattutto al lettore, tanto utile quanto è sentita e compresa nel profondo. Prima cosa la poesia va letta, cosa non scontata nella nostra società e neppure tra chi ha pretese di scriverla, e può essere un antidoto alla solitudine finché lo si desidera.
La poesia è un destino (al pari della vita)?
Se la poesia è un destino? Non lo so, ma la poesia scaturisce dalla vita stessa, dalle crepe che si formano nell’affrontarla, un po’ come la Bugonia negli scritti di Virgilio.
scelti per voi
Catalogo di Natale
“L’inverno è un prodotto che molla, è una parte di sé stessi che se ne va via,” ho visto chi portava il regalo da dietro il vetro, i pacchi si accumulavano, prima e dopo Amazon. La vita è stata ancora: accumulare qualcosa a cui si dà un nome di un cielo azzurro, negli occhi azzurri, nel freddo maniacale. È arrivata con una Citroën a sospensione idraulica, anche il presidente francese aveva un’auto uguale. Abbiamo visto tanti Natale in tv presentare una famiglia modello, ne parlavano tutti insieme. E poi perché strozzarsi a parlare di un qualcosa che non poteva essere? E lo troviamo ancora sotto il pino di caramello al sale (quello della casa di marzapane e il bosco). Si scende al piano di sotto con un pacco regalo, e ci si trova in mare aperto. Sembra che ogni anno arrivi un catalogo (ora per e-mail), si sceglie il Natale che si vuole attraversare, il Natale è per i bambini (a cui piace sempre il pino di caramello al sale). Insieme si guardava un film, è quello tratto dal romanzo di H.G. Wells, quello dove le nuvole passando cancellano il cielo d’inverno. E poi? Nel cielo azzurro, negli occhi azzurri, nel freddo maniacale “c’è stata una parte considerevole di sé che è scivolata via e scompariva, e lascia una mancanza, a ricordarsi c’è una parte che manca (…)” (Anacronismo, Christophe Tarkos).
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Grandine
Sono impostori, calano enormi vele sulla mia stanza
sono detti, implosi, precipitati
Sono detti
,
mancano i nomi
i nomi dicono, eppure il vento spiaggia
eppure è sabbia
Dove nessuno è stato preso
forse il raccolto è andato a finire
sulla
,
il sale l’ha disinfettato
fatto come cristallo
estratto da denti bianchi
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Sembrerebbe impossibile
verità scritte, dicono forse
non dicono niente
,
radunati e sterili
non vi è semina, solo aghi
in un campo pettinato
nella notte
era grandine
era grande
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Ci siamo incontrati in un terreno fuori città, tra mura di discariche, bastioni di ripetitori, il verde in appalto, ci dicono di sbrigarci perché il giorno passerà sopra le povere cose. Deriva da questo, nel testo, una sensazione di improvvisa nausea. Il refrattario modo di fare scrolling, il biasimo continuo di non essere stati annunciati, il riflesso delle nostre ombre nelle pozze. Il costo medio di un loculo, il recupero coattivo per il mancato pagamento, la richiesta di una dilazione. Il rimanere prossimo all’ossario mentre si edifica una cappella di famiglia, in cemento, in marmo, oppure prefabbricata, la soluzione più economica (diritti di segreteria e costi dell’operazione inclusi). La cripta degli dèi, le piramidi, il mausoleo, la necropoli, la tomba a camera ipogea, la tomba alla cappuccina, la tomba a cassone, la tomba a dado, la tomba a edicola, la tomba a fossa, la tomba a grotticella, la tomba a thοlos, il totem di Freud, la teca prima e dopo, l’annaffiatoio di plastica verde rotto, i fiori finti, i fiori appassiti, l’odore acre, la colonna di formiche, il cercare un nome amico,
“Ci siamo incontrati in un terreno fuori città” è nata ripensando a delle passeggiate nella periferia di un grande centro abitato del nord Italia. La presenza di discariche, ripetitori e infine un grande cimitero, tutto in un territorio posto alla periferia di un pullulare di vita umana, tutto compresso in vita come in morte. Come se gli appartamenti fossero loculi e le tombe case, un vivere affastellato, i morti vicino ai vivi e infine le persone vicino ai propri rifiuti, che rimarranno lì molto di più dell’intera durata delle loro esistenze.
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Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana, Slowforward.net, Inverso Giornale di Poesia e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. A settembre 2025 ha pubblicato “Campagne” con Fallone Editore, il libro è stato selezionato al Premio Pagliarani ed è apparso nella classifica dell’Indiscreto. Recentemente alcuni suoi versi sono stati tradotti in spagnolo sul blog Centro Cultural Tina Modotti.








