#Orienti_10
Metamorfico e onirico, tra le ferite del mondo e la pura presenza della natura, Essere nuvola di Chandra Candiani apre ancora di più le porte della poesia a una cadenza meditativa che coglie e abbraccia la realtà quale organismo unitario. Lo spazio rimanda quasi sempre a una soglia di sospensione e il tempo, secondo il modello della cultura d’Oriente, si presenta in una rappresentazione tanto lineare quanto circolare: «tutto cade e niente manca». L’io che prende la parola (da dove, esattamente?) è auto-centrato («Abbi pazienza, mio piccolo io / […]. Resta fermo e respira ardente») e, contemporaneamente, proiettato verso un’alterità che si dà per frammenti e non invece per soluzioni logico-razionali: «Non sono spiegabile»; «Vivo ma non sono reale». I confini identitari infatti non sono netti – nuvola, uccello, albero, volpe, stagione, ecc. – perché è il concetto stesso di “forma” che si dissolve nel «sogno delle parole», così come il bosco non è solo un luogo de-antropico ma una metafora fuori dalla storia che si riferisce a una dimensione a-logica e pre-verbale dell’esistenza, laddove l’orma sulla neve rivela più di una parola su cui non sempre si può fare affidamento, se ne facciamo una questione di conoscenza: «Non ho mai saputo le parole / ma le parole sapevano me / venivano a cercarmi affamate». Prima di essere poetessa, Candiani è quindi creatura che si riconosce in gesti semplici che denotano un’aderenza profonda alle cose, quasi una compassione che parla la lingua dei fiori e dell’aria, dell’acqua piovana e di quella potabile: «bevo un bicchiere d’acqua / pregando nel cuore delle faccende / mi rendo abitabile il mondo». Solo un’identità declinata al plurale («Non sono io, sono noi»), che ha conosciuto cioè il dramma della separazione e la sofferenza del creato, che ha scrutato dentro il nucleo impronunciabile del mistero, si può consegnare inerme alla certezza che «Il buio è la vita interiore / della luce», e quindi orientare i passi nel mondo senza una meta precisa, e tuttavia seguendo i bagliori di una lingua splendida, straniera, divina.
Pietro Russo
(da Chandra Candiani, Essere nuvola, Einaudi, 2026)
Indosso il vestito magico dei vivi
arranco tra le felci alte, alte
scongiuro il respiro di non lasciarmi
raggiungo il faggio fratello
ci teniamo tra le braccia.
Qui dove il presente non è ferito
e i sogni non annegano
sono più accese le urla del mondo.
*
La solidità à crollata tutta
polvere annegata
come sale nel mare.
Nel mondo è impronunciabile
la simmetria misteriosa della morte
ma qui nella più esposta
delle tane, implacabilmente,
sono tornati a parlare i fiori.
*
Quando ero nuvola
il tempo di una volpe
di attraversare
il corale delle betulle
era mia sorte.
Disfarsi in solo cielo.
Più cielo.
Nel segreto delle parole.
*
Io vivo nella parte di mondo
dove si mangia tre volte al giorno
l’acqua scende potabile dal rubinetto
il mare è ricco di cadaveri
qui si esercita instancabilmente
l’ignoranza dell’altro.
Vivo ma non sono reale
ogni mattina raccolgo pezzi di cuore
tra le lenzuola. Di notte scavo nel buio
fino a raggiungere l’urlo fossile
di chi ha un bersaglio cucito al petto
i segni assordanti del loro precipitare.
So precipitare ma io non sono reale.
La parola si arresta sul ciglio delle labbra:
cosa teme di non dire?








