“A Parigi con gli Impressionisti”, Luigi La Rosa conduce un viaggio che sfuma i confini tra racconto e contemplazione.

In A Parigi con gli Impressionisti pubblicato lo scorso Aprile, nella bellissima collana passaggi di dogana di Giulio Perrone Editore, lo scrittore Luigi La Rosa ci conduce in un viaggio che sfuma i confini tra racconto e contemplazione. Tra le strade e i caffè della Capitale, le icone dell’Impressionismo tornano a vivere come interlocutori silenziosi, trasformando la lettura in un’esperienza sensoriale pura. Dimenticate i saggi accademici: il nuovo libro di Luigi La Rosa è una “camminata immersiva” nel cuore dell’Impressionismo. Abbiamo incontrato l’autore per farci raccontare come si possa “narrare” l’arte invece di spiegarla, entrando nella carne e nel sangue della Storia. Dunque preparatevi ad una intervista esclusiva, dove il La Rosa, svela il segreto del suo stile evocativo chiarendo perché ha scelto di trasformare la pittura in un’avventura personale e viscerale. Ma prima di avviarci ci piace erudirvi su Luigi La Rosa. L’autore messinese, che vive tra il capoluogo etneo e la capitale francesce, scrive proprio come un dipinto impressionista: con istinto, tecnica e una sensibilità fuori dal comune. Questa sua ultima fatica letteraria, non è una guida, ma un flusso di suggestioni che attraversa il tempo. Dopo una lunga e appassionata conversazione tra Catania e Parigi, lo scrittore ci ha aperto le porte del suo laboratorio creativo. Tra emozione e mestiere, ecco cosa significa oggi raccontare la bellezza al di fuori dei cataloghi tradizionali.

Buonasera Luigi, nel ringraziarla per la sua disponibilità esordiamo chiedendole se ha mai temuto che una scrittura così lirica, quale la sua, potesse allontanare chi cerca contenuti più concreti.

«Buonasera a voi. No, ho spesso meditato anzi sull’esatto contrario leggendo testi anche interessanti, ma poveri, troppo poveri sul piano linguistico ed espressivo. Io credo che questa sia la differenza sostanziale tra romanziere e saggista. Chi racconta – e il tono di questo libro è comunque quello dello scrittore – ha bisogno di emozionare il lettore. Io non sono uno specialista e non ho scritto un libro con intenti esaustivi. Tutt’altro. Ho semmai pensato al lettore nei termini delle sue emozioni e del suo piacere. Ho capito che l’Impressionismo era una grande storia appassionante e ho cercato di renderla con parole da narratore.»

C’è stato un autore o un modello letterario che ha influenzato questo libro?

«Un modello in particolare no, ma il grande riferimento al quale guardo sempre con ammirazione è Stefan Zweig. Mi colpisce la sua capacità di collocarsi proprio nel punto di intersezione tra ricerca storica e invenzione, tra lucidità saggistica e senso vibrante del poetico. È un narratore immenso, che ha restituito in questa forma profili di artisti e intellettuali senza tempo.» Esiste una “sua” Parigi personale che ha guidato la scrittura? «Sì, soprattutto la Parigi del quinto arrondissement in cui vivo: la Parigi di place de la Contrescarpe, di Notre-Dame, del Panthéon, la Parigi un po’ sognante della Senna e dei lungofiume, dei bouquiniste, i venditori di libri usati. È lì che trascorro parte delle mie notti a passeggiare, a riflettere, a ideare storie. Nei suoi caffè ho preso molti degli appunti per il libro. Una città visionaria, anche se insidiata dal turismo, che conserva ancora, malgrado tutto, la vecchia anima di un tempo.»

Se dovesse indicare un luogo di Parigi che rappresenta tutto il libro, quale sceglierebbe?

«Sceglierei proprio la Senna e tutti i quartieri che il fiume attraversa. La magia della città, ma soprattutto dei luoghi evocati dall’Impressionismo, deve molto alle atmosfere di questi spazi.»

Quale artista sente più vicino e perché?

«Io sento molto vicino il mio Gustave Caillebotte, perché adoro la sua figura di artista libero, indipendente, un cane sciolto in un’epoca a suo modo ribelle. La pittura di questo genio dell’arte mondiale mi ha sempre affascinato enormemente, al punto di dedicargli un intero romanzo. E poi amo il suo essere “incompreso”. Esteta, solitario, innamorato dei ragazzi e attento agli incanti della città di Parigi. Un pittore sublime e anticonformista, ancora oggi trascurato, che avrebbe meritato molto di più.»

C’è un quadro che ha fatto nascere o cambiare la direzione del libro?

«Non in particolar modo. Tutti hanno influenzato il progetto complessivo portando energie meravigliose che la scrittura ha poi convogliato tra le pagine.»

Ha scelto volutamente di evitare un approccio storico-critico: cosa si perde e cosa si guadagna?

«Non so esattamente cosa si perda e cosa si guadagni. Di certo è una scelta, e come tutte le scelte il lavoro si colloca su un piano particolare. Sicuramente non è il libro di chi vuole un lavoro tecnico, universitario sull’arte. È, e ci tengo a sottolinearlo, il testo di uno scrittore, che tale vuole rimanere senza pensare ad altro, che si pone davanti alle tele interrogandosi soprattutto sugli aspetti umani, sulle storie di uomini e donne che hanno amato, sofferto, pianto e faticato pur di realizzarle e donarle al mondo. Mi piaceva parecchio questa idea di offerta, di sacrificio che sempre la vera arte richiede. Volevo che leggendo si finisse per provare un’enorme gratitudine per ciò che gli artisti ci hanno consegnato. Molte volte a costo della loro stessa vita.»

Come nasce concretamente un libro come questo che impone il suo stile? Da immagini, da luoghi o da idee?

«Un po’ da tutte queste cose. Nasce dai luoghi, dalle suggestioni che ispirano. Nasce dalle storie che ho letto o ascoltato. Dalle malinconie, dai desideri, dagli amori che ho cercato di immaginare. Nasce dalla consapevolezza di trovarci davanti a uomini e donne in carne e ossa, mossi da bisogni, da esigenze, da appetiti. Uomini e donne fragili, spesso inadeguati alla vita. Se il libro riesce a evocare questo universo emotivo e psicologico posso dire di essere soddisfatto.»

Quanto tempo ha richiesto la ricerca rispetto alla scrittura?

«La ricerca ha richiesto qualche anno, ma considerando che sono temi sui quali lavoro da anni. La scrittura è stata invece più veloce, ma non meno intensa. Ho cercato di assecondare le necessità tecniche senza tuttavia abbandonare mai il suo flusso, il suo ritmo interno. Una cosa che succede sempre quando scriviamo.»

Ci chiarisca un dubbio: alcuni lettori potrebbero trovare il libro poco strutturato, nel caso avessero ragione, sarebbe una scelta deliberata la sua?

«Assolutamente sì. Era proprio la volontà che reggeva l’idea del libro, questo perdersi, questo affondare nel flusso continuo della scrittura, prendendo per mano il lettore e conducendolo all’interno di un racconto ininterrotto. E devo dire, dai primi riscontri, che è quello che sta conquistando maggiormente i lettori, questo sentirsi presi per mano e condotti in una sorta di viaggio del cuore e dei sensi. Solo così puoi raccontare l’arte, il suo sentimento profondo. Portandola al livello di chi la fruisce.»

Crede che oggi ci sia ancora spazio per raccontare l’arte in modo non accademico? 

«Non so se ve ne sia, ma quello che posso dire è che il numero di lettori che si accostano a saggi di questo tipo è di gran lunga superiore a quello di coloro che ricercano volumi scientifici e accademici. Ed è anche l’idea vincente della collana che accoglie il mio libro: passaggi di dogana, soglie che consentono di collocare le città, i luoghi e le loro emozioni su un crinale tra ricerca e immaginazione, tra lucidità e invenzione.»

Il rischio di un approccio evocativo è quello di restare in superficie: come lo ha gestito?

«Più che un rischio io lo vedo come un obiettivo da raggiungere, nel senso che non era assolutamente mia intenzione rendere esaustivo un testo che nasceva chiaramente con altre finalità. Chi legge questi saggi brevi dedicati ai luoghi dell’arte non cerca l’approfondimento, ma fugge invece da una pesantezza che troppe volte ha allontanato il lettore dall’arte, dalla letteratura, dalla cultura tout court. La scuola ha una responsabilità enorme in questo, inutile negarlo. È tempo di tornare alla bellezza, ma di valorizzarla facendo comprendere cosa essa rappresenti, quale forma di salvezza costituisca per tutti. Senza leggerezza si continuerebbe a fuggire da ciò che è grande e importante.»

Se dovesse riassumere il libro in una sola immagine o sensazione, quale sceglierebbe?

«Quella della tomba che riunisce insieme Berthe Morisot e i fratelli Manet. In questa piccola sepoltura, all’ombra della torre Eiffel e nel cuore del piccolo cimitero di Passy prende forma l’evocazione del dramma di questa artista unica e talentuosa, tormentata da una passione impossibile. Quella per il cognato. Che rimarrà sempre una presenza un po’ celata della sua vita. Che sarà al suo fianco fino alla fine. Ho sempre trovato la sua vicenda personale intima e commovente. E quando penso all’arte come romanzo, non posso che tornare a questo straordinario capitolo del vivere.» 

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