Adua Biagioli Spadi, “Il tratto dell’estensione”

Adua Biagioli Spadi, “Il tratto dell’estensione”

 

Il passaggio evolutivo e sequenziale di tre maglie di un unico percorso: uno sguardo acceso sulla recezione emozionale e umana delle vicende della vita, tra incanto e disincanto, gènesi-mondo e gènesi-io. Quindi siamo di fronte alla germinazione naturale del crescendo emozionale, un percorso che fluttua intorno alla realtà ricercando una possibile rinascita nel luogo interiore. La parola poetica si fa linea e traccia della verità, segno e constatazione, fino al candore e all’autenticità della visione. La voce poetante fa il suo ingresso nel destino in cui annoda ricordi, cammini e l’abisso segreto dell’amore.

Adua Biagioli Spadi

 

 

 

 

Poesie scelta da “Il tratto dell’estensione”, La Vita Felice, 2018.

dalla sezione “La linea fragile”

Cosa ne faranno le lune
di questo cuore in disuso dimmi,
dei tuoi occhi di foresta che il tempo mi concesse
colpe divise a schiera quasi fossero
biglie per gioco, ferite inferte, veleno per piante.
Ho chiesto alla rosa il senso del fragile,
il precoce spezzarsi della ghianda:
il silenzio trova sempre un posto per inserirsi,
scava sempre il niente e il tutto per estensione.

 

 

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva
nello slaccio d’abbandono del sentire,
è la lacrima a cogliere la perfetta stanza
della noncuranza,
incauto nascondiglio della goccia
il passaggio della scesa,
là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta
l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio.

 

 

Dagli scomposti sensi della nuvola
prende forma l’astratto ricomporsi, ariette nuove
resta il volto frastagliato dell’amore
oltre il sasso nero,
secolare aggrumo di un evento fermentato.
Ripartirò da qui, dall’incendio dei colori
luoghi incerti della brezza.

 

 

Ci vogliamo esatti
se siamo un connubio di ortiche
sfiorati negli angoli e punti
consapevoli del tedio
sulle mani nessuno ci coglie più.
Non siamo i fiori del gelsomino garbato
allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale
eppure
siamo riflessi felici delle felci,
così fa il tempo con le nostre mancanze
offre ancora motivi per farci riconoscere.

 

 

Non ho mai smesso di scoprire il tracciato del bosco
riporta coriandoli e luce di aironi,
i vecchi stecchi hanno varianti intricate,
lumache respirano piogge residue.
Mai ho voluto rinunciare a cosmiche dichiarazioni
che valgono mille notti di scettri:
ci sono brevità stellari nell’incanto
metamorfosi nell’ascesa straordinaria dell’anima.
Così fanno i poeti quando consegnano i diamanti:
estraggono quelli corrotti e incidono versi sulle foglie,
sollevano il segreto del vento.

 

 

Strilla il campo al canto dell’usignolo
quando lascia impronte sulle terre fresche
annotta a Est la danza delle barche
quando lo stormo dei susini saluta le nostre ciglia
bianche sono l’aria le tue mani e il giglio di Ophelia
svela il sogno seducente delle perle,
è troppo blu lo scarto fra le dighe al vento
quando ci si lascia così senza una parola buona,
la città è perduta forse
ma non per chi si ama per sempre.

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