Alba Gnazi, poesia “un’istanza profonda e intima di verità, armonia e musicalità”

Alba Gnazi, poesia “un’istanza profonda e intima di verità, armonia e musicalità”

Alba Gnazi, nata nel 1974, è nata e risiede nella provincia di Roma; insegna nella scuola primaria. Nel 2015 è stata pubblicata la sua prima raccolta poetica (Luccicanze, Cicorivolta editore). Cura, insieme alla poetessa Patrizia Sardisco, il blog ‘’Un Posto di vacanza’’. Con i suoi versi, “Lo scrivo meglio/ alitando sull’unghia/ pelle-vetro archivia in sé/ non s’appanna”, introduciamo la nostra intervista.

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?
Era l’ultimo anno di scuola superiore. Mentre ascoltavo The End dei Doors ho scritto una poesia sulle pagine del diario di scuola e dopo averla scritta ho pensato ‘Ecco, questa vorrei la leggesse qualcuno. Di questa non mi vergognerei.’ Ce l’ho ancora, in qualche scatolone. Non l’ho più riletta, ma sorrido all’idea di averla lì.

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?
Negli anni degli studi compaiono autori e autrici decisivi: sono quelli che, in qualche maniera, aprono e indicano la via. Pavese, Montale, Eliot, Levi, Dante Alighieri. Gli ermetici. Poi, nel tempo, la smania di conoscere e scoprire diventa esercizio di vita, e si calma, e diventa quotidianità. Le piane e i corridoi, le lande e le strade vengono colorate da voci di ogni provenienza e lingua, per me in specie del mondo anglosassone; dalla poesia alla narrativa, dal romanzo di formazione ai carteggi. Heaney, Strand, Plath, Whitman, Auden. Borges, Trakl, Ritsos, Dimitrova. Gli italiani Raboni, Sereni, Carpi, Gualtieri. Ognuno di essi ha aperto porte, avviato un dialogo. Ma non solo. Tra i vari prima e dopo che si susseguono, la differenza è data dall’insieme di voci e realtà con cui mescolo qualcosa di me; un libro, un verso, situazioni che hanno innescato percezioni e riflessioni; passaggi che hanno modificato le mie frequenze: anche quelli del Non, della negazione, del Rifiuto. E poi le persone, i posti nei giorni.

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?
Domanda difficile. Me ne vengono in mente svariati, appartenenti a diverse fasce temporali, di autori e autrici che hanno lasciato segni nella letteratura e nella società per l’impegno e la passione, per l’esempio offerto, per il coraggio di essere dentro a certe scelte fino in fondo. Qui riporterò il testo di un Poeta scomparso di recente, Pierluigi Cappello, tratto da Azzurro elementare. Una poesia altissima scritta con un linguaggio chiaro, che porta dritto al fulcro delle cose. Una poesia che accoglie.

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

Qual è – nell’arco della sua giornata – il momento ideale per dedicarsi alla poesia (o, più genericamente, alla scrittura)?
Confesso di non seguire il precetto di scrivere tutti i giorni almeno due righe. Per motivi oggettivi e soggettivi. Scrivo quando posso, quando arriva il momento, che è Quel momento: e se non posso scrivere tengo a mente, oppure appunto dove trovo spazi bianchi, che sia il blocco note del cellulare o un foglietto. In seguito sviluppo l’idea, oppure la cestino senza troppo rammarico.

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?
È ciò che corrisponde in maniera armonica a quanto voglio (ho bisogno, chiedo e spero) vedere – l’estetica del verso, delle singole parole che lo compongono, è importante, per i miei occhi, quanto il contenuto che veicola- e quanto percepisco come irrinunciabile e vero, spesso rivelato, spesso risvegliato, che ha il potere di cambiarmi, anche in modo impercettibile. La risposta a un’istanza profonda e intima di verità, armonia e musicalità.

Quando una poesia può dirsi compiuta?
Riprendo il concetto di poco fa: quando l’armonia tra significante e significato esiste e nutre ogni singola parte della me leggente. Quando mi restituisce qualcosa della cui assenza non avevo consapevolezza; quando non ho la sensazione di passare attraverso una poesia, ma di restarci dentro, in intima connessione con lo scrivente, e infine di uscirne portandomene dietro parti essenziali. Se invece sono io che scrivo: quando ho detto tutto e l’ho detto nel modo più onesto che posso, secondo l’armonia e l’estetica di cui sopra.

La poesia può (e se può in che modo) restituire purezza alla parola?
La Poesia ha tra le materie costitutive la Parola, contaminazione del Silenzio o suo prolungamento. La Parola è uno strumento potentissimo quanto il Silenzio che serve e da cui scaturisce. Può la Poesia fare onore alla Parola? Nella somma dei bordi e dei precipizi, degli azzardi e dei tentativi in cui si sgrana ogni idioletto, ogni peregrinazione del pensiero tra gli idiomi, la purezza più atavica della Parola credo siano proprio la contaminazione, il cambiamento, la rivoluzione permanente, i cicli inarrestabili di scambio prestito contatto amalgama … La lingua vive in corpi vivi, muta continuamente. Di questo, in questo, questo noi siamo. E le parole con noi.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?
Per questa domanda ho chiesto aiuto a chi avevo accanto: Che incarico ha la Poesia, secondo te?, ho domandato. Questa la risposta: Smuovere le coscienze. Poesia come specchio e autocoscienza, per il mio interlocutore. Credo possa essere giusto e vero. Ma io non ragiono in questi termini. La Poesia è un qualcosa di troppo personale, non adiacente, ma intrinseco a me, al mio sentire e guardare. Che incarico ha la Poesia nella mia vita? Di essere occhi e mani, fiato e stomaco, passo, cadenza del sentire.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?
Di T.S.Eliot:
La sua anima tesa allo spasimo contro i cieli
che svaniscono dietro un isolato,
o calpestata da piedi insistenti
alle quattro alle cinque e alle sei;
e corte dita tozze che caricano pipe,
e giornali della sera, e occhi
fatti sicuri di certe certezze,
la coscienza di una strada annerita
impaziente di assumere il mondo.
Sono turbato da fantasie che si avvolgono
intorno a queste immagini, aderendovi;
il pensiero di qualcosa di infinitamente gentile
e infinitamente sofferente.
Strofina la mano sulla bocca, e ridi:
i mondi ruotano come vecchie
che raccolgono combustibile in lotti vuoti.
(Preludi, IV, in T.S. Eliot, Poesie 1905/1920, cura e traduzione di Massimo Bacigalupo, Newton Compton 2012)


Per concludere, ti invito a scegliere (riportandole) tre poesie dal tuo nuovo libro.

Mattino d’inverno

Col buio del primo sole si rinnovano
i rovesci intessuti dei mondi;
la brina si ripete uguale
nel tempo che ha un unico rito,
un’unica patria: sgoccia
sui cigli, offusca i campi,
ghiaccia quieta fino
ai raggi.
Non possiede rumore.

Placentare

Un che di tiepido
io sono
nell’incavo del tuo sguardo
dove per niente
si sofferma una
rosa, una cosa dal piccolo andare,
un tratto armonico dell’ombra,
un nome di presenti indicati.
Un mondo tiepido, placentare: come un figlio o come
un padre: pionieri, ciascuno e
Noi, di terre e infanzie radicate sottogola – che le vocali stremano
e anche il corpo, come quando
una carezza tra i capelli – stupita! stupita!
che sembrava
non ci fosse nessuno.

Biancazita

Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri
a valico tra i profili dei monti; sul paese
con le mani ai fianchi:
rassetta a oriente i malintesi
stretti con l’eterno,
coprendoli di nebbie.
Vite rubra, fulva
di operosi compromessi;
Musa in carne e fole che
a Biancazita brinda, e a rimorsi
svecchiati dal libeccio,
tali ai passi del fattore a lato via,
che urge al tempo e al mestiere
con le falde sospese sugli occhi
per meglio vedere.
Ma da venute che scuotono illusioni
ad andate che altrettante ne cancellano,
più accosto, più largo s’insedia il cuore, arroccato
ove i pendii fanno spalla
ai tramonti, o su uno sterro sfregato
da perseidi innamorate del proprio lampo,
dirimpetto al mare.

Gesti di parole

Gesti di parole
Monosillabi in petto
Direzione silenzio
Schiocchi di cielo
Tra asperse magnolie
Carezzano il ritorno.
C’è casa là sotto.

Potrebbero interessarti anche