Chiedimi ancora: Alborghetti e Agustoni.

Chiedimi ancora: Alborghetti e Agustoni.

Poesia come pedinamento della realtà e come migrazione: Fabiano Alborghetti e Prisca Agustoni

In questa puntata di Chiedimi ancora ad essere messi a confronto sono due poeti che, partendo da un luogo d’origine comune, la Svizzera, allargano lo sguardo a terre e situazioni più periferiche e dolorose. Si rapportano quindi con la sofferenza e il buio. Ogni progetto «nasce dall’oscurità (morale e memoriale)», per Fabiano Alborghetti, che scrive solo di ciò che vive e sperimenta di persona. Prisca Agustoni confessa: «Vivere in Brasile mi ha permesso un’entrata viscerale nella parte oscura, infernale del mondo, e di me stessa». Ne testimonia lavorando per sottrazione.
I due autori cercano di dare voce a chi voce non ha per mantenere viva la luce tramite il brivido della poesia.

Buona lettura!

 

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

 

Fabiano Alborghetti (Maiser, Marcos y Marcos, 2017, Premio Svizzero di Letteratura) e Prisca Agustoni (Cosa resta del bianco, Capelli Editore, 2014) stanno lavorando alle loro prossime opere: Fabiano a La balma dei cervi (Borsa Letteraria 2020 della Fondazione UBS Cultura, romanzo in versi incentrato sulla Comunità dei Walser) e Prisca a O mundo mutilado (una raccolta di poesie centrate sul tema della migrazione e della scrittura plurilingue, in uscita per i tipi brasiliani di Quelônio con illustrazioni di Anna Allenbach) e a Verso la ruggine (un lungo canto epico-tragico che esplora la relazione tra poesia e tragedie ambientali).

 

CINQUE DOMANDE AI POETI: FABIANO ALBORGHETTI (1970)

 

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Da quanto ho iniziato a scrivere, sono due gli elementi: il primo è un concetto raccolto leggendo Foglie d’erba di Walt Whitman: «non avrai cose di seconda o terza mano, ma le cose scoprirai da te stesso». Da allora la costante è stata vivere di persona ciò di cui scriverò, l’ho sempre fatto e sempre lo farò. Per testimoniare qualcosa bisogna prima viverlo, bisogna essere nella realtà e non vicino. Per il mio L’opposta riva ho vissuto tre anni coi migranti clandestini; per Registro dei fragili ho pedinato nuclei familiari per altri tre anni (in entrambi i casi arrivando a un fermo da parte delle forze dell’ordine); per Maiser ho vissuto sette anni col protagonista… Non sono per l’osservazione “turistica” e la poesia d’occasione.
Il secondo elemento è una frase di Giovanni Testori (da un Corriere della Sera del 1978): «L’uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d’una realtà privata del suo senso e del suo nome».
Da qui la decisione di scrivere della realtà totale, di chi ha paura, di chi cerca un’identità, di memorie combattenti e dell’oblio; l’inseguire i corpuscoli come fossero presenze in controluce, filigrane, dispersioni documentali per le quali tento una forma, forse un perimetro, declinazioni per gradienti e scale. E per farlo mi immergo e vivo di persona ciò di cui scriverò. Io cerco il silenzio capace di urlare per dire di chi voce non ha più.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Ho visto forse troppe oscurità, molte della quali non hanno trovato scrittura per pudore, rispetto, o per una vastità d’orrore così immane da non avere abbastanza lessico per renderne la realtà con lealtà. Di queste tacerò non essendo qui la sede adeguata.
Per le altre, quelle palesate ma non meno importanti: io scrivo a progetto, trovando un tema che sviluppo in poesia e creando una narrazione continua (le mie raccolte non sono quindi assemblaggi di testi scritti in più periodi o per più occasioni). Per renderne la voce, la raccolta che parla dei migranti ha trovato una altalena di lingua tra l’alto poetico e la crudità inesatta del loro esprimersi in una lingua incerta, appresa di seconda mano. L’inesattezza, lo zoppicare occhieggiano ma sopra tutto ecco una scansione in terzine e una costruzione fortemente (paradossalmente?) poetica. Parlo di fame, guerra ed eccidi, migrazione forzata, pidocchi, pestaggi, razzismo con un linguaggio che a quel mondo non appartiene: una scelta per restituire dignità ed altezza a vite affossate nel silenzio. Per le famiglie del Registro dei fragili il tema è un infanticidio (realmente accaduto) ed è raccontato in doppi ottonari cantilenanti: la filastrocca dell’orrore e della vacuità, dello shopping e della perdita di identità, con inserti quasi da carosello televisivo. In Supernova una persona cara si è inabissata negli attacchi di panico mettendo a rischio – e suo malgrado – la propria esistenza: ho adottato un verso franto, singhiozzante, pietroso. Maiser è un romanzo in versi che parte nel 1953 (con punte in piena Seconda guerra mondiale) e arriva ai giorni nostri a cavallo tra due nazioni, Svizzera e Italia e molte vite. La narrazione ha richiesta fluidità, fluvialità. Abdicate tutte le forme usate sino a quel momento, ho ricostruito daccapo la mia scrittura allungando il verso, ricercando nuovi ritmi (senari, settenari) e non preoccupandomi della lunghezza. Di altro ho parlato nuovamente accogliendo altre forme: perdita del lavoro, malattia, soprusi, rivolte o rivincite. Ogni progetto che affronto, in fondo, nasce dall’oscurità (morale o memoriale).

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

C’è, ma al plurale. Sono infatti molti ma ne citerò solo una manchevole manciata per ovvii motivi di spazio. Fabio Pusterla, per il suo incunearsi nelle tragedie umane e nelle atrocità con una lingua cesellata, netta, pura, eppure capace di indicare laddove la luce persiste. Gli australiani Dorothy Porter (per la sua inventiva; molte delle sue opere sono romanzi in versi e da uno ne fu fatto un film) e Les Murray (per l’aderenza della storia, alla minuzia umana, senza rinunciare all’altezza del verso); gli americani Walt Whitman per l’ampiezza del respiro; Charles Reznikoff (la raccolta sull’Olocausto ma a portata di uomo, fondendo alta letteratura e lingua immediata) oppure il mai tradotto Jack Gilbert, visionario, profondissimo, illuminante. Le poesie (poco conosciute) di Tahar Ben Jelloum, Agota Kristof o del macedone Nikola Madzirov. I brividi arrivano dalle crepe, dall’inaspettato, dal silenzio.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

L’unica figura che è stata capace di cambiare sia il gusto del pubblico che quello del mercato negli anni 10 del 2000 è stata Rapi Kaur. La vera novità nasce dallo sfruttare i social media: nata da Tumblr e poi passata a Instagram, approda alla prima pubblicazione con milk & honey a fine 2014. Assieme al secondo libro raggiunge vendite per un totale 3.5 milioni (a Ottobre 2018; con traduzioni in 40 lingue). Un tour di letture mondiali e altrettanti milioni di followers. Da allora, 12 dei 20 “poeti” più venduti sono “Insta-poets” (poeti di Instagram). In prosa ora vendono di più Influencer e Youtubers che scrittori affermati. È indubbio che ci sia stato un cambiamento dalle fondamenta: siamo lontani dai Lawrence Ferlinghetti, dall’Amiri Baraka di Somedoby Blew Up America, o dell’Allen Ginsberg di Howl. Oppure dall’Adrienne Rich di Diving into the Wreck, poesia del ’73 prodotta da e per il movimento femminista. Erano altri tempi e altra la cultura o forse era più genuina la capacità di stupire, ascoltare. Siamo anche agli antipodi di un Simone Cattaneo, capace di portare in poesia le abiezioni più truci del contemporaneo, il vero antipoetico, l’orrore totale. Poeta di periferia, lontano dai salotti per i quali nutriva disamore. Se non fosse nato nell’Italia ipocrita del perbenismo leccaculo e se non si fosse suicidato, avremmo ora tra noi un autore lucente (anche se non di massa). Ma per quanto bravo, di un poeta lontano dai riflettori non frega nulla a nessuno: né al pubblico, né al mercato che di pubblico si nutre. Siamo in piena generazione di Homo videns, come teorizzato già nel lontano 1997 da Giacomo Sartori (in quello stesso anno Eminem veniva scoperto da Dr. Dre).

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Non c’è una poesia che mi rappresenta. Ci sono poesie che amo, talune che rileggo più spesso, ma nessuna che mi rappresenta moralmente o stilisticamente. Una però torna molto spesso ed è la seconda poesia della suite Sette frammenti dalla terra di nessuno inclusa nella raccolta Folla sommersa di Fabio Pusterla.
È una poesia che mi serve da monito sia per l’attenzione allo scrivere ma anche per quanto va taciuto. L’interrogativo della poesia io me lo pongo prima di ogni progetto di scrittura. Sempre.

Non si può dire nulla. Questo è il punto. Raccontare,
ma cosa? Qualcosa è crollato,
come un silenzio improvviso e poi l’urlo,
uno sfacelo. Il muggito di un animale imprigionato
dal fango che trascina verso valle. Cosa pensa un vitello,
per esempio, quando affoga?
Volete cercare parole anche per questo,
per sentirvi più in pace? Un vitello
non pensa nulla e se pensa
lo fa in un pensiero animale
incomprensibile; tace come una capra,
o un agnello e forse anche un uomo
che guarda in faccia alla sua piena solitudine.

Fabiano Alborghetti (Ladina Bischof)

 

CINQUE DOMANDE AI POETI: PRISCA AGUSTONI (1975)

 

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Senza dubbio le mie origini contadine (da parte dei miei nonni materni), originari dell’alta Leventina, sulle Alpi che dividono la Svizzera italiana dalla Svizzera tedesca. Mia mamma ha vissuto in montagna fino ai vent’anni e anch’io ci andavo spesso, il mondo delle Alpi ha abitato la mia infanzia. D’altro canto, c’è anche il passato operaio dei miei nonni paterni, di Capolago, sul confine con l’Italia: mio nonno operaio in una riseria, mia nonna sarta. Le donne della mia famiglia, in particolare le mie due nonne, una molto decisa e pratica e l’altra molto malinconica e riflessiva, mi hanno segnata profondamente con il loro esempio e, forse senza che io lo sapessi, con la loro voglia di vivere.
Oggi mi sembra chiaro che questi segni li ereditiamo nel sangue, che si voglia o meno. Sono nella gestualità del corpo, nello sguardo sul mondo, nella nozione di giustizia che ci portiamo dentro. Sono orgogliosa di essere la prima donna intellettuale della famiglia – non che questo sia di per sé un valore assoluto, lo dico subito – e di esserlo diventata avendo mantenuto questo sguardo di chi viene dal mondo dei lavoratori o, come direbbe Saramago nel suo splendido romanzo “Una terra chiamata Alentejo”, di quelli che si sono alzati dalla terra. Ho iniziato a lavorare all’età di 13 anni, come venditrice in un supermercato il sabato, mentre durante la settimana studiavo ed ero una studentessa affamata di sapere. Da allora non mi sono mai fermata, avendo svolto una quantità enorme di professioni sempre in parallelo agli studi: ho lavorato in fabbrica per mesi e mesi, ho lavorato in ristoranti, in banche, in saloni delle auto, come segretaria, come libraia, ecc…
Oggi sono professore associato di letteratura italiana presso un’università brasiliana e lavoro con quello che più amo, la poesia: svolgo della ricerca, scrivo, traduco e insegno poesia. Ma mi commuove sempre molto il mio mondo d’origine, che ritrovo anche in altre culture – poco importa la nazionalità: sono i lavoratori più umili, i contadini, coloro che prendono la vita spesso con un piglio molto pratico, di petto, senza troppi fronzoli, e mi piace avere sempre presente questo approccio anche per il lavoro intellettuale. Mi aiuta a mantenere la vitalità e la gioia di vivere.
Questa coscienza non condiziona il mio sguardo sul mondo ma è parte della mia persona, della mia formazione e quindi anche del modo come questo scorre nelle vene della mia scrittura.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

L’esperienza della migrazione (geografica, linguistica, simbolica) mi ha segnata profondamente, perché ha fatto di me una persona divisa e plurale allo stesso tempo, appartenente a più culture e a più lingue. Vivo parte dell’anno in Brasile, lavoro in Brasile, scrivo poesia anche in portoghese e pubblico anche in questo paese, collaborando con i poeti della mia generazione.
Partire dalla Svizzera per vivere in Brasile non è un cammino dei più ovvi da più punti di vista. Credo che si debba sviluppare un grande spirito di adattamento e una buona dose di anticorpi per non essere schiacciati dalle tante sfide che si affrontano. Ho imparato a sviluppare questi antidoti strada facendo. Da spettatrice privilegiata del mondo (come in parte ci si può considerare in Svizzera) sono diventata a tutti gli effetti una persona che vive sulla propria pelle le conseguenze dei disegni geo-politici che man mano prendono forma nella nostra contemporaneità, ne risento direttamente della perdita di diritti (miei e degli amici, studenti, famigliari…), dell’imbruttire della società e delle persone, dell’impoverimento materiale e culturale delle società come il Brasile ma non solo, della catastrofe ambientale in corso laggiù e nel mondo. Ne risentiamo in modo diretto: per darvi un’idea, quando ci sono dei temporali violenti, dove vivo io salta l’energia elettrica. Quest’anno è già successo 4 volte in 2 mesi. L’ultima volta, due ore fa. E ci vogliono ore per rimettere tutto a posto. Si deve imparare a pazientare e capire che non siamo gli unici sulla terra ad avere priorità in quel momento. È un esempio di poco conto ma che mi aiuta a rendere più concreto quanto dico: qui ho visto da vicino cosa significhi vivere nell’oscurità (concreta e metaforica), e nonostante tutto, dover – voler mantenere viva una luce. Non è cosa facile, e come poeta, trovare un linguaggio adatto per parlarne, eticamente giusto, senza voler essere io la protagonista del dolore che vivono gli altri, senza servirmi di questo dolore altrui per farne un vanto egocentrico, ma anche senza rinchiuderli – questi altri che sono anch’io – in una spirale fatalista che non li vedrà mai uscirne, loro come noi, tutti quanti in un certo modo rinchiusi nella stessa caravana umana.
Non cedere alla tentazione di un facile protagonismo.
Ecco, vivere in Brasile mi ha permesso un’entrata viscerale nella parte oscura, infernale del mondo, e di me stessa, delle mie paure più profonde, dei miei fantasmi, della nostra umanità: qui la vedo maltrattata ogni giorno, deformata, dimenticata, la nostra fragile umanità. Ma qui ha assunto un nuovo senso la splendida citazione di Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Come ne scrivo?
Beh, forse solo adesso, dopo quasi 16 anni di vita su due continenti, mi sento autorizzata a parlare dell’oscurità degli altri – oltre che della mia, o meglio, che è anche la mia. Oggi sono molto più aperta e porosa al mondo attorno a me, profondamente tragico e dionisiaco allo stesso tempo. Faccio parte anch’io di questo mondo.
Negli ultimi anni mi sono concentrata su un libro di poesie che rappresenta, credo, un punto di svolta nel mio lavoro, al quale sono molto molto legata (e che è in analisi presso un editore in questo momento e spero che possa nascere in breve). Nel libro parlo della tragedia ambientale (o di una delle tante) in corso in Brasile – la morte di fiumi a causa della rottura di dighe di estrazione di metalli tossici – ma ho cercato di farlo universalizzando il discorso, perché non si tratta di una tragedia unicamente brasiliana. È la tragedia dell’esplorazione delle risorse del nostro pianeta, una tragedia causata dalla mano umana. Ho cercato di farlo con un linguaggio estremamente arido, essenziale, che va direttamente al punto, scavato al suo interno come scavata lo è la terra dalle imprese multinazionali che la spremono come se fosse un’arancia ormai sgonfia. Ecco, ho lavorato molto sul linguaggio, attraverso successivi processi di sottrazione, esattamente come se dovessi io stessa scavare, tirare via tutto quell’eccesso di palta inquinata che sta uccidendo valli e fiumi.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Oh sì… ce ne sono diversi. Il primo che mi ha fatto venire i brividi è stato Montale, ero adolescente e con lui ho scoperto la bellezza della poesia che fa riflettere. È stato vertiginoso. Senza dubbio Montale resta uno dei miei grandi maestri, per la capacità di stimolare l’emozione estetica, una poesia di forte contenuto riflessivo. Ma siccome ho una formazione piuttosto ibrida e sono stata influenzata da diverse tradizioni letterarie (scrivo in 3 lingue e sono stata formata anche dalla letteratura ispanica e da quella francese, ed ora da quella brasiliana), devo citare anche altri tre nomi fondamentali per la mia scrittura: Paul Celan, perché con lui ho imparato a dire solo l’essenziale; Seamus Heaney per il compromesso con il collettivo espresso dal suo lirismo; e Alejandra Pizarnik, perché mi sono spesso ritrovata in quel clima tra l’onirico e il claustrofobico, così suggestivo, del suo mondo letterario.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Certo, secondo me Baudelaire rappresentò questo identikit, questa capacità visionaria di leggere le ombre del suo tempo e di scriverne come nessuno allora ebbe mai fatto, così come Pasolini nell’Italia del secondo dopoguerra, un artista e pensatore incredibile, ricchissimo, importante, attuale, scomodo e che manca all’Italia di oggi.
Ma volendo restare nel campo della poesia che incontra la musica, senza dubbio citerei Caetano Veloso, per il coraggio di inventarsi ogni volta daccapo andando contro le tendenze e i perbenismi artistici, per la capacità di ascoltare le rivendicazioni dei giovani e delle periferie e, infine, per la stupefacente bellezza che la lingua portoghese ha quando lui la canta. È un artista magnetico.

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Le dune

lungo il lago
ci sono dune
che si spostano
con gli sguardi
di chi da tempo
vive altrove,
in un transitorio
perimetro,
disinnescando
grammatiche,
corto circuiti
che scavano
ripostigli di cose
nell’esitazione
tra una lingua e l’altra

Questa è una poesia che risale alla silloge La morsa, pubblicata nel 2007. Ma mi ritrovo inizialmente nel legame con il mio paesaggio d’origine, lacustre (sono nata e cresciuta sulle sponde del lago Ceresio), al quale sono molto legata. Inoltre, credo di essere riuscita ad esprimere, in pochi versi estremamente economici, il movimento perenne di andata e ritorno di chi migra – le dune si spostano con il vento, ma qui anche con gli sguardi di chi parte – di chi vive in un perimetro altro che è sempre transitorio, e che, come me – che ho fatto più migrazioni dentro e fuori dalle lingue – disinnesca grammatiche e accumula cose (oggetti, ricordi, vissuti) in uno spazio indicibile e invisibile che è l’esitazione, il non detto, l’inciampo tra le diverse lingue che mi abitano e che oggi prendono corpo nei testi che scrivo.

Prisca Agustoni (Lara Toledo)

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