Dall’inizio (Marco Giovenale)

Dall’inizio (Marco Giovenale)

Marco Giovenale, ph Angelo Zanecchia

 

 

L’irrelato è un problema vostro

Negli anni recenti sembra si sia estesa – spesso felicemente e utilmente – la pratica di imprimere per mezzo di indagini un moto angolare via via differente all’ipotetico piano affollato e inclinato e incrinato della poesia italiana contemporanea, per cercare di movimentarlo, centrifugarlo, osservarlo sotto un fascio di luce di volta in volta: diverso, “migliore”, inedito, sociologizzante, amaro, rassicurante, minaccioso, più categorizzante, o meno.

La serie Dall’inizio mi sembra rientrare nei tentativi, e la sua richiesta di «cercare, pur sempre viaggiando attraverso la trama testuale, un punto di rottura, una crepa che apra al diverso, al mondo (inteso, ancora una volta in senso ampio, dal sociale all’ontologico, ecc.), cercando di evitare il rischio di una riflessione egocentrata» la giudico senz’altro piena di buone ragioni.

È per questo che, rispondendo volentieri all’invito, ho pensato di riferirmi alla raccolta più vicina nel tempo, Strettoie, un’opera che – tra versi e prose (o pagine che non ripongono alcun interesse nel venire o meno lette come versi o come prose) – forse qualcosa e più di qualcosa deve a un Novecento da cui d’altro canto si allontana, magari con relativo successo, oppure aprendo brecce. (O strettoie, appunto).

Il libro è uscito per le edizioni Arcipelago Itaca, di Danilo Mandolini, nel 2017, all’interno della collana “Lacustrine” diretta da Renata Morresi. Raccoglie in tre sezioni: la plaquette Soluzione della materia (precedentemente èdita dalla Camera verde); un ampio segmento inedito, A mille ce n’è, dal sottotitolo esplicito, «prosa sul gioco comune»; e infine la sezione che dà il titolo alla raccolta, Strettoie, composta di inediti scritti tutti a Firenze in una strana giornata dell’estate 2010.

Il testo iniziale del libro è:

Dopo un po’ di molto male
tutto manca
                     meglio: tutto
è dato, di quello che doveva.

Le mosche fanno i globi
sul canale. Legano coi loro
gigli. Ai gradi dove forza
la corrente – fa cappio. «A tratti
il corpo che la viaggia beve».
A tratti no.

Se un nome va fatto, ma forse solo per questo testo (dunque come in una sorta di sviamento del lettore proprio in incipit di volume), è quello di Fortini. Immagino sia percettibile: non mi dilungo.

Dov’è la crepa, il passaggio al (o del) “mondo”? Non penso ci sia troppo da discutere sull’evidenza dei segni: mosche, gigli, una corrente che parrebbe fare cappio, un corpo che “viaggia la corrente” (forzatura scorsoia di una transitività del verbo), più morto che vivo, e che beve e non beve il flusso che lo porta. Due coppie di iterazioni: «tutto» / «tutto» e «tratti» / «tratti», in evidente opposizione, dato che dei tratti indicano parzialità, non un tutto. (Anzi indicano perfino un “trattino”, unendo «tratti» e «no» in explicit).

Ma perché le mosche, che assiepano nugoli («globi») sul canale, «legano coi loro / gigli»? Che significa? Dov’è qui il passaggio al o del mondo? Cosa si chiede al lettore?

Lo ripeterò fino all’ossessione: non tutte le domande prevedono un percorso ermeneutico, un click binario (ad A corrisponde B), senza per questo esser tuttavia innecessarie sia alla struttura del testo sia al suo eventuale intento (o risultato) addirittura …conoscitivo. Se anche semplicemente viene esposta/imposta una quasi cointeressenza di sciami di mosche e gigli, personalmente la credo legittima. E, questo, proprio nell’economia del testo, anche in perfetta assenza di allegorie, o di orientamenti fonosemantici che stringano in tessuto unico l’interezza della pagina (dal primo all’ultimo verso).

La mancanza di informazioni può dare comunque una (o “la”) scossa.

 

Dalla seconda sezione:

                                 la mancanza di informazioni arriva però alla pila giusta

                                 Volta fa saltare le rane, il pop i giovani (pop up), con:
                                 stradisco, at
                                 strada statale (= dello Stato)

                                 ma a Erre Enne alle 2 di notte passano giocoforza i morti di mezzeria

                                 normalmente coi nonni ex mezzadri e appuntamenti nella
————————-piazza piana, la pianola, lo zero al posto della o, fiato elettrico

 

Andrà commentato? E affidarsi invece, semplicemente, a quanto detto?

Mi rendo conto che i punti interrogativi sono non pochissimi, in questo percorso richiesto da (e offerto a) una «crepa che apra al diverso», al mondo. Ma forse è l’unica possibile trasformazione – per me direi decennale – di quello stile clus che ha segnato molta della scrittura in versi che ho pubblicato in passato. È la trasformazione della chiusura (o della forte richiesta diretta al lettore) in una specie di scalena ma non in tutto malfunzionante chiave interrogativa, l’autore sporgendosi quindi verso un esterno meno esplosivamente diffratto. (Sempre senza negare che la diffrazione, l’errore, le cecità delle lenti, il glitch, non sono devianze ma sostanze e condizione di possibilità sia del vedere che del riportare).

Descrivi quello che vedi – è così difficile maestra – riga di ossidazione sulle plastiche sulle ramatrici – merli guelfi – Padova sull’acqua – un viale per entrare – un muro che esce da un altro muro non fanno uscire – non fanno uscire nessuno

A volte spiegare un’allegoria (o un risultato allegorico, un riverbero, neppure troppo intenzionale) è, più che impossibile, improduttivo, limitante. O didassi.

Dall’ultima sezione:

O che sintesi fólgo-, vólgo,
all’ultima tacca alcalina del suono…,
un je-toi (getto gettato, gettone memento),
un me metro di pensiero, chassis chiuso
nell’alberghino Oltrarno
sotto le pale est, estive.
Verbigerans. (Flumen)
Cèdesi per mòdica.
Cosa qualsiasi.
Fisica, metafisica, po
litica

Questa svendita conclusiva, come risposta a (o esecuzione di) una sintesi evidentemente fulminea di cui nulla è detto, in incipit… questa svendita di qualsiasi cosa, «Cosa qualsiasi. / Fisica, metafisica» e una politica frantumata, decapitata, che lascia uscire la «litica», ossia la stessa dissoluzione e frantumazione, e la propria natura di pietra, questo Sold Out è un precipitato (chimico), e un precipitare. Ma, pure, vedi che è un racconto: c’è «un me metro di pensiero», un «alberghino Oltrarno», le “pale estive” di un ventilatore, un «Flumen», tra parentesi, che probabilmente straparla, schizofasico («Verbigerans»). (Se è lui a parlare).

Credo sia chiaro. Il precipitare e il racconto, nella stanchezza estrema, estiva («est», rosa dei venti e verbo essere), non possono non aprire delle brecce. Il mondo è già tutto questo precipizio, o almeno io non riesco a vederlo diversamente. Come si fa?

Che non lo vedano i lettori, alcuni lettori, cuore in mano lo dico, pazienza, pare sia proprio un problema loro, che la scrittura oggidì (come la poesia d’antan) non sa come educatamente definire, se non come lack of education.

 

nota bio-bibliografica

Marco Giovenale è tra i fondatori del sito di materiali sperimentali gammm.org (2006). È redattore e collaboratore di spazi web italiani e anglofoni. Vive a Roma dove lavora come editor, curatore indipendente, lettore per case editrici e singoli autori. Da circa tre anni tiene corsi di poesia e scritture contemporanee. Dal 2013 cura la collana SYN – scritture di ricerca per le edizioni IkonaLíber. Tra i libri di poesia: La casa esposta (Le Lettere, 2007), Shelter (Donzelli, 2010), Maniera nera (Aragno, 2015), Strettoie (Arcipelago Itaca, 2017, Premio Feronia 2017). In prosa ha scritto, tra altre cose: Quasi tutti (Polìmata, 2010; ediz. definitiva: Miraggi, 2018) e Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens, 2016). Tra le antologie che accolgono suoi testi: Parola plurale (Sossella, 2005), Nono quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007), Poesia degli anni Zero (Ponte Sisto, 2011), Roman Poetry Festival (Ponte Sisto, 2019).
Con i redattori di gammm è nel libro collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009). Per Sossella nel 2008 ha curato una ampia raccolta antologica di testi di Roberto Roversi. Ha tradotto Billy the Kid, di Jack Spicer (La camera verde, 2014, a cura di P. Vangelisti).
Come artista e asemic writer ha esposto in Italia e fuori, è presente in cataloghi di mostre collettive, e ha pubblicato libri di materiali asemici. Il suo sito principale è slowforward.net. Materiali grafici vari in differx.tumblr.com.

ph tratta dal film Sacrificio (Offret) – 1986 – scritto e diretto da Andrej Tarkovskij, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 39º Festival di Cannes.

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