Giancarlo Baroni, “I nomi delle cose” e la poesia che ne capta i segreti.

Giancarlo Baroni (nella ph in copertina di Rita Quarantelli) è nato a Parma, dove abita, nel 1953. Ha pubblicato due romanzi brevi, qualche racconto, un testo di riflessioni letterarie e sette libri di poesia. Le ultime tre raccolte di versi sono: I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli (Mobydick editore, 2009; nuova edizione illustrata e ampliata, Grafiche STEP Editrice, 2016, prefazioni di Pier Luigi Bacchini e Fabrizio Azzali), Le anime di Marco Polo (Book Editore, 2015), I nomi delle cose (puntoacapo editrice, 2020). Ha coordinato, assieme a Luca Ariano, l’antologia Testimonianze di voci poetiche. 22 poeti a Parma (puntoacapo editrice, 2018). Nel 2009, 2010 e 2011 ha letto a “Fahrenheit” (Rai Radio 3) diverse sue liriche, alcune in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Per quasi vent’anni ha collaborato alla pagina culturale della “Gazzetta di Parma”. Sue poesie sono presenti in siti, blog, riviste cartacee e on line, antologie. Un’ampia e significativa scelta dei suoi versi è presente in “Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei”. Sul sito letterario Italian Poetry le poesie sono accompagnate da una traduzione in lingua inglese del poeta Max Mazzoli. Altre poesie sono state tradotte in francese, sulla rivista “Recours au poème”, dalla poetessa Marilyne Bertoncini. Sulla rivista on line “Pioggia Obliqua. Scritture d’arte” cura una pagina intitolata “Viaggiando in Italia”; collabora a “Margutte. Non-rivista on line di letteratura e altro”. Poeta per passione e fotografo per diletto, ha pubblicato tre piccoli libri fotografici; Sguardi dell’arte, Bologna e Due volti di Parma, tutti e tre fuori commerci. Recentemente è stato stampato, anch’esso fuori commercio, il volume di poesie e fotografie Il colore del tempo (Quaderni della Fondazione Daniele Ponchiroli, a cura di Gabriele Oselini, Prefazione di Fabrizio Azzali).

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Le mie prime erano piccole scosse elettriche, tensioni psicologiche che trasformate in parole si acquietavano. Successivamente ho cercato di confinare il mio io in posizioni più defilate, di renderlo meno ingombrante.

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?

Mi limiterò ai poeti: Pier Luigi Bacchini, Giampiero Neri, Giorgio Caproni, Raffaello Baldini, Rossano Onano.

Quale poeta e relativi versi non dovremmo mai dimenticare? E per quali ragioni?

La poesia interroga il mondo e ne viene continuamente interrogata. Scrive Raffaello Baldini in dialetto romagnolo (qui nella versione italiana):

“Metti che venga la fine del mondo. Domani,
dopodomani, e moriamo tutti, metti che la terra
s’infradici, si sbricioli,
che si riduca un polverone, che si perda nell’aria,
e la luna lo stesso, si spegne il sole,
le stelle, viene il buio,
non c’è più niente, e in tutto quel buio il tempo
andrà ancora avanti? da solo?
e dove andrà?”

(da Furistìr, Forestiero)

Qual è – nell’arco della tua giornata – il momento ideale per dedicarti alla poesia (o, più genericamente, alla scrittura)?

Amo il mattino, quando la mente è sgombra, ricettiva, effervescente, non ancora affaticata.

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

I versi hanno a che vedere con bellezza e conoscenza. Scomoderò Orazio che nella sua “Ars poetica” scrive: “chi unisce il piacevole al giusto, / divertendo il lettore e dandogli consigli, / avrà il voto di tutti”.

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Se dopo averli letti e riletti, limati e corretti, i versi scorrono senza resistenze e attriti: allora forse abbiamo raggiunto il traguardo.

Qual è (dal tuo punto di vista) la lingua ideale della poesia?

Non credo esista una lingua ideale della poesia, esistono versi più o meno riusciti, poesie che ci colpiscono e altre che ci lasciano indifferenti.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) il compito della poesia?

Diceva, mi pare André Breton, “cambiare la vita” e “trasformare il mondo”. Progetti troppo ambiziosi? Riduciamoli in miniatura senza rinunciarci.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) in cui all’occorrenza ami rifugiarti?

Questi folgoranti versi di Luciano Erba:

“poesia sei come uno scoiattolo
resti in letargo per parecchi mesi
quando ti svegli salti in mezzo al verde
vedo appena la tua coda folta
prima che scompaia dentro gli abeti”

(da Remi in barca)

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare una tua poesia dal libro, “I nomi delle cose” (perché questo titolo?) e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

 

Bisogna rispettare le cose; i nomi con cui le battezziamo non devono nascere da gesti di conquista. Se le ascoltiamo, le cose del mondo si raccontano; la poesia a volte sa captare i loro segreti.

“Non accetti che altri lo facciano per te
-i custodi della salvezza-
leggi le parole sacre coi tuoi occhi

nella loro grandezza
anche a costo di non comprenderle
di essere abbagliato”.

Mia intenzione era scrivere un libro che parlasse della nostra esistenza nella sua varietà: l’amore, la morte, la violenza, le sopraffazioni, le speranze, la letteratura, le gioie della vita quotidiana, la bellezza (una consistente parte della raccolta è dedicata all’arte).

 

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