Giuseppe Carracchia. La buona poesia è quella che ti apre un mondo nel mondo.

Giuseppe Carracchia, foto diEmanuele Savasta,
Giuseppe Carracchia, foto di Emanuele Savasta.

Giuseppe Carracchia è nato nel 1988 ed è cresciuto a Palazzolo Acreide. Ha studiato a Bologna, a Catania, dove si è laureato in Lettere Moderne con una tesi di Antropologia Culturale, e a Torino, dove ha conseguito la laurea magistrale in Filologia Italiana. Tra i libri di poesia editi: ‘Il verbo infinito’ (Prova d’autore, 2010), ‘La virtù del chiodo’ (L’arca Felice, 2011), ‘Prova del nove’ (Ladolfi Editore, 2015). Suoi testi sono inseriti nella Generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta (Ibid., 2011) e in Post ‘900. Lirici e Narrativi (Ibid., 2015), e hanno ottenuto alcuni riconoscimenti, tra cui il premio Lerici Pea giovani nel 2011.

Oltre il periodo storico, cosa ti accomuna agli altri autori di Post’900 lirici e narrativi?

A sentire le intenzioni dei curatori dell’antologia (che sono tra i principali animatori di due delle più importanti realtà per la poesia contemporanea in Italia, cioè la rivista ‘Atelier’ – della quale Matteo Fantuzzi è coordinatore – e il Festival ‘Parco poesia’, diretto da Isabella Leardini), intenzioni che emergono chiaramente nei loro scritti introduttivi, l’obiettivo era quello di ribadire, sulla scia delle rispettive esperienze, «un’identità collettiva, non di gruppo (dove le debolezze del singolo vengono “attutite” dal branco), non solo una sommatoria di esperienze individuali, tenute insieme da macro-dinamiche letterarie che spesso si possono riunire all’interno di una volontà precisa di conoscere e farsi conoscere: è un lavoro questo che accosta forse per la prima volta ad un’idea orizzontale e generazionale (come nella Generazione entrante) anche una visione verticale di reale linea e non più di sistematica mappatura, andando ad escludere l’idea di affrontare un decennio anagrafico, ma cercando piuttosto di compiere una scelta che, se possibile, distanzia ancora di più questi orizzonti dalla spinta neo-sperimentale che attraverso altre dinamiche continua altrove in Italia la propria, anche se non così felice, vita» (M. Fantuzzi). Ovviamente le buone intenzioni, nonostante siano supportate da una comprovata esperienza, non si traducono mai in valutazioni assolute, né è sempre detto che si concretizzino in scelte assolutamente lungimiranti o del tutto azzeccate rispetto ai presupposti teorico-ideologici resi manifesti. E non poco imbarazzante è, allo stesso tempo, per chi in questo caso gioca da titolare, giudicare l’operato dei ‘tecnici’ e dei compagni di squadra. Post ‘900 è un lavoro che è stato preceduto dall’uscita – nel 2011 – della Generazione entrante (curata da M. Fantuzzi e Giuliano Ladolfi, coadiuvati da un vero e proprio team di critici, poeti e studiosi che hanno poi firmato le introduzioni ai testi di ogni autore), altra antologia sulla quale si è molto discusso e della quale oggi possiamo iniziare a cogliere, con maggiore cognizione di causa i risultati, convalidando la perspicacia delle scelte compiute. Solo il tempo infatti può dar ragione a scelte che necessitano di una lunga maturazione, di riflessioni, conferme e rettifiche. Detto ciò, per rispondere in modo più diretto alla domanda riguardo a quel che più mi accomuna agli altri autori antologizzati in Post ‘900  mi sento di condividere pienamente quanto detto da Fantuzzi, che se da un lato ribadisce quanto emerga «fortissima la voglia di cambiamento», aggiungendo che il precariato raccontato da questi autori non è «in definitiva una mera descrizione della realtà, per esempio, lavorativa, quanto piuttosto la crisi dei valori e dei sentimenti che hanno devastato la nostra società», dall’altra parte ribadisce altresì un distanziamento da quella che è stata definita «spinta neo-sperimentale». E nello specifico aggiungerei le parole di Isabella: «Lirici e narrativi li abbiamo detti, e la cosa più appassionante è che qui non ci sono i lirici e i narrativi, ma ci sono  ventuno giovani autori, nati tra il 1983 e il 1995, che sono tutti sia lirici che narrativi. Nessuno di loro per un’accensione linguistica rinuncia a pretendere anche una ricerca di senso, nessuno fa prevalere il significante, nessuno insegue una oscurità solo formale, nessuno per un progetto soltanto prosastico rinuncia all’io e alla visione e nessuno rinuncia alla pagina, alla forma durevole e perfetta della parola nata scritta» (I. Leardini).

Come si può, in modo nuovo, fare poesia ai giorni nostri?

Bisognerebbe anzitutto mettersi d’accordo su cosa significhi “in modo nuovo”. Riducendo brutalmente a binomio l’entità “nuovo”, potremmo ipotizzare – estremizzando – due movimenti o disagi opposti: 1) chi crede di poter o voler assolutamente rinunciare alla propria storia (persino alla propria biologia), incredibili materialisti dell’ultima ora o non credibili dadaisti dai baffoni all’insù e 2) chi invece ritiene, neodarwinisti patafisici, che è tutto già scritto e che urge (o – ancor peggio – si subisce) solo la medesima ripetizione del medesimo.

Chi dimostra di aver compiuto scelte di stile si assume una responsabilità, e questo è già un bene. Ma – e di ciò ho parlato a lungo nella pseudo-postfazione di Prova del nove – chi cristallizza la propria vita in uno stile, chi abusa dell’idea di stile per proteggersi dalla vita, a lungo andare è sgamato. Chi antepone lo stile alla vita è chi vive (o, ahimè, ci prova) per la scrittura. Diceva Jack London: «per me il successo personale dev’essere concreto. Preferisco vincere una gara di spruzzi in piscina, o restare in sella a un cavallo che cerca di schizzare via, che scrivere il grande romanzo americano». C’è dunque un problema ontologico: il “nuovo”, in qualunque modo lo si intenda, non è garanzia di originalità (termine inflazionato e compromesso) né di efficacia, o per meglio dire ‘potenza’, comunicativa (ammesso che questo sia un cruccio sul quale il poeta medio ragiona). Dopodiché, ovvietà delle ovvietà: non esistono formule prestabilite, né in senso assoluto un modo migliore d’un altro. Ciò che esiste è la buona poesia (ma il discorso non vale solo per la poesia), che ‘arriva’ e ti sposta più in là, prendendoti per mano o prendendoti a spallate, segnando un confine (un discrimine) – seppur minimo – tra ciò che eri prima di leggerla e ciò che sei dopo averla letta. E se è tale, ‘buona’, lo è forse proprio in virtù dello svolgersi (e palesarsi, in modi più o meno visibili) di uno stile che proceda onestamente con la vita e ‘per’ la vita. Così ho detto tanto e non ho detto niente. Infatti qualcuno, quando ragiono in questi termini, mi risponde giustamente irritato volendo delle griglie di giudizio infallibili, universali, che diano ragione delle mie dichiarazioni, e mi viene di ficcargli uno spillo nell’occhio. “Perché secondo te questo funziona e quello no? Perché questo ti prende a spallate, ti afferra nel vuoto o ti spacca il setto nasale, e quello non riesce neanche ad avvicinarsi ad un metro da te? Che storia è questa dello stile?”. A costo di sembrare un po’ scemo e un po’ mistico, direi educatamente che le risposte sono insite nelle loro domande. Non esiste un ragionamento valido in assoluto, come non esiste – per fortuna – il manuale del buon insegnante nel quale stia scritto come comportarsi nelle infinite circostanze che una classe o un qualunque contesto di apprendimento ti pongono. A costo dunque di sembrare banale (e magari d’esserlo, pazienza) ovviamente credo che il tutto sia maggiore della somma delle parti, e che le parti possano certamente essere valutate, confrontate, ricondotte al tutto. Posso dirvi perché quel libro, secondo me, spacca e perché quell’altro è afono, monco. Posso dire come funziona e perché mi sembra funzioni così bene, nelle sue parti, ma ricavarne una legge generale significherebbe contraddire qualunque principio di ragionevolezza; cioè tradirvi. Ciò che vorrei raccontare è perché quel libro non mi lascia indifferente, questo è forse il giudizio critico a cui aspiriamo: un giudizio di valore che si fa racconto, autobiografia del lettore.

Quindi esiste la buona poesia. Ma l’altra domanda che in questo caso sarebbe legittimo porsi è piuttosto, molto semplicemente: come mai leggere nuovi poeti quando non basterebbe una vita a leggere per bene tutti i classici? Bisognerebbe argomentare dettagliatamente la risposta, ma mi limito a dire che forse un bravo poeta contemporaneo può rappresentare un intermediario tra ‘te lettore e uomo d’oggi’ e ‘te figlio di una tradizione’ alla quale non sai ancora di appartenere. La buona poesia è non solo quella della Ginestra, ma anche quella che ricolloca il problema della ginestra nell’autogrill dietro casa, aprendoti un mondo nel mondo. Così ti innamori di Leopardi, di Fortini, della benzinaia che tutte le mattine ti sorride (consapevole della crudel possanza del sotterraneo foco …) e per il tramite di questo amore riscopri Lucrezio e il fatto che la parola nichilismo significhi ben altro.

C’è insomma la buona poesia, e poi c’è tutto il resto che non ti schiaffeggia, non ti sposta, non dà forma ai problemi, non segna alcun confine, nessuna linea di demarcazione, tutt’al più saltelli sul posto. Nessuna tacca incisa col coltello lungo il metro della coscienza. Niente.

La poesia ci serve ancora?

È una semplice e bella domanda che mi permette di giocare un po’ con la lingua. Diciamo che ognuno dovrebbe capirlo da sé quanto possa essergli utile la poesia (non differentemente dalla narrativa, o da qualunque altra ‘messa in forma’ di un discorso, di un ‘problema’: che sia giardinaggio o algebra), e ciò dipende dalla formazione che il caso ci concede.

Ognuno dovrebbe essere in grado (cioè esser messo in grado) di capire quanto molto del malessere che spesso ci attanaglia è solo urgenza di parole giuste, bisogno di nominazione, cioè – tornando al senso più etimologico del termine – deissi mancata. Ma se parlo di ‘caso’, non voglio mica credere che non ci siano delle precise responsabilità, e in questo senso mi rivolgo soprattutto al mondo della scuola, dell’università, degli insegnanti, degli educatori di ogni livello. Alcuni di loro, i ‘disinformati’ (chi dice: “mi interessa ma non ho tempo, e poi non so come o dove aggiornarmi”), muovono a compassione e rabbia; altri, soprattutto tra i docenti universitari (quelli che usano i libri che non leggono – o non desiderano leggere – come pretesti per scrivere altri libri che altri non leggeranno o non desidereranno leggere), a guardarli bene stimolano odio, li si vorrebbe denunciare per vilipendio o – più sinceramente – prendere a pugni. Molti di loro fanno fatica, o non ci provano neanche, a formulare dei giudizi critici di una certa rilevanza (al di là di aulicismi e tecnicismi) che soprattutto pretendano (a torto o ragione) di trasformarsi in giudizi di valore. Nessuno teme il giudizio più di chi è nella posizione di giudicare (ed essere giudicato) e proprio per questo ci si ritrae, si parla per grandi affreschi, si allude ma non si punta il dito, si chiacchiera ma non si prende una posizione; non ci si espone, perché la materia trattata non è sentita come un reale problema, come qualcosa che toglie o dà il sonno, ma criminosamente come un pretesto per articoli convegni simposi e cene di classe.

Posso però, senza alterare la forma della domanda, puntarmela contro considerandola nella sua accezione meno consueta: la poesia è ancora in grado (lo è mai stata?) di rendere un ‘servizio’ agli uomini? quanto responsabili sono i poeti, con alcuni loro atteggiamenti, e gli ‘operatori culturali’ che la poesia vorrebbero diffondere (editori, riviste, festival, premi, ecc), di una fruizione parziale o persino sbagliata e deviante/deviata della poesia stessa? Al di là di possibili provocazioni – e molteplici contraddizioni – la mia risposta, come quella di tanti altri, è ovvia e vorrei che diventasse tale pure per chi con il discorso poetico non ha ancora familiarità. Io credo che la buona poesia abbia sempre ‘reso un servizio’, e continui a farlo. E credo anche che molti errori commettano sia i poeti che gli operatori culturali. Ma l’esistenza, consolidata negli anni, di realtà dinamiche, aperte, costruite su un continuo confronto critico (come per l’appunto Atelier e poche altre sul web), possono permettere una crescita in consapevolezza, un discernimento indispensabile, discernimento che da molto tempo non può più venire dai grossi centri editoriali e che può permettere sia agli insegnanti che al fruitore qualunque di orientarsi nel mare magnum dei ‘discorsi che vanno a capo’.

Detto ciò: se è vero (e sacrosanto) che spesso l’attrazione verso un autore può derivare da un frammento, da una citazione decontestualizzata, da un fatto biografico o da un ‘sentito dire’; l’invito è quello di tornare ai testi, bypassando – per quanto possibile – introduzioni, biografie, cappelli e cappellette.

A chi ti ispiri e a chi, invece, non ti ispireresti mai?

Non so esattamente che cosa tu voglia intendere per ‘ispirarsi’. C’è del ‘romanticismo’ in questa tua domanda. Ironie a parte, considerando il senso comune del termine non mi ispiro esplicitamente a nessuno; ma non mi pare sia questo il problema. Scrivere, superata la soglia dell’autoreferenzialità diaristico-adolescenziale (e per alcuni non basta una vita a superarla), è sempre un dialogo con una tradizione (e non intendo solo quella esplicitamente poetica), dialogo che nel migliore dei casi è anche proiettato nel futuro tanto quanto radicato nel presente. Inoltre, per chi come me – anzitutto per passione, poi trasformatasi in ragioni universitarie – ha scorazzato e scorazza in lungo e in largo per la poesia dell’ultimo secolo (e non solo, italiana e non), è davvero difficile ragionare in questi termini. Eppure, se è vero – come credo – che ogni giudizio critico non può che tradursi in un giudizio di valore, posso ammettere che se c’è un’area storica in Italia con la quale ho difficoltà a fare pace, questa è quella (come si evince da quanto detto fin qui) che gravita attorno alle neo-avanguardie e a chi, negli ultimi decenni, ha cercato di rifarle. Fortini una volta disse: «ho sempre trovato ridicolo che mettere dinamite alla sintassi potesse avere un valore ‘rivoluzionario’»; ecco un nome per tutti.

Tra le principali esigenze che ho sentito relativamente allo scrivere, almeno a partire dal terzo libro (Il verbo infinito, 2010) – emerso, non per niente, da un periodo di sprofondamento – ci sono sia il desiderio di vincere quella ‘parola negativa’ di cui tanto si è detto, che quello di uscire dall’autoreferenzialità di certa lirica senza per questo ‘uscire totalmente da sé’. Prova del nove è questo; c’è persino una poesia, tra le più vecchie, intitolata L’attitudine del bambù, che è quasi un manifesto di intenzioni etiche ed estetiche sul fare poesia. Un ruolo fondamentale ha poi avuto per me la formazione antropologica e filosofica. In alcuni periodi, soprattutto durante gli anni della triennale, tra Bologna e Catania, andavo in overdose di versi e l’unica via di scampo è stata la filosofia. Da sempre fin troppo diffidente rispetto alla narrativa, ho sempre trovato conforto e confronto (anzitutto con me stesso) grazie alla buona filosofia, e molto di tutto ciò è ovviamente passato poi nella mia scrittura, soprattutto sotto forma di impostazione.

Prova-del-Nove-Giuseppe-Carracchia-su-lEstroVerso

Cosa è cambiato, e quanto sei cambiato, dalle tue due precedenti raccolte?

Il verbo infinito, libro edito nel 2010, si apre con questa citazione: «La semplicità non è il punto di partenza ma il fine». Prova del nove è uscito a distanza di cinque anni, nell’autunno dell’anno scorso. Ovviamente io sono molto cambiato e credo che questo, almeno in parte, emerga dal libro; che in fin dei conti vuol proprio raccontarli questi anni. Sono molto cambiato, certo, ma quel presupposto del 2010 sulla semplicità è rimasto uno dei punti fissi a cui guardo quando mi chiedo il perché di molte cose (ad esempio perché e come continuare a scrivere). Detto ciò: credo che Prova del nove, nel bene o nel male, sia un libro tutt’altro che semplice, nel quale però porto ad estreme conseguenze (almeno per i miei limiti) sia lo sforzo e la tensione verso una parola pro-positiva, che quell’uscita dall’ossessione della prima persona singolare ribadendo in altri ben più ragionevoli modi nome e cognome (che rimangono, che anzi si consolidano). È la storia d’un decennio di vita alla ricerca di quella semplicità.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe scrivere poesie?

Domanda serissima, validissima in sé e per sé e più che legittima; ma non può che farmi sorridere. In questi casi il vate di turno dice – o lascia intendere – che è importante leggere i classici, passare e ripassare al pettine della tradizione, cioè letteralmente ‘pettinarsi’ con la tradizione (il che fa un po’ ridere). Io invece, per deformazione personale, consiglierei sempre di giocare a biliardino (rispettando le regole) e andare a correre fino a non sentirsi più le gambe. E non smetto di leggere i classici, ma proprio perché trovo più informazioni utili relativamente alla corsa e al biliardino leggendo Dante o Sereni, Penna, Deleuze o Thoreau, di quante non ne possa trovare in manuali e tutorial su youtube. Superata la soglia minima del conoscere le regole del gioco e dell’apprenderne le tecniche, l’unica differenza tra chi gioca e chi vince è che magari il secondo ha letto Conrad o London al momento giusto, o Moby Dick nella traduzione giusta (ovviamente Ceni).

Ho sempre creduto che la poesia fosse un mestiere, e in quanto tale obbligasse all’esercizio, all’abitudine, alla pratica, persino all’aggiornamento. Ma allo stesso tempo ho sempre ritenuto che tra i mestieri fosse quello che più costringeva a non doverlo definire tale (anche perché, per ovvie ragioni economiche, è sempre – come minimo – un terzo mestiere, cioè ‘a perdere’). D’altra parte nessun sarto si vergognerebbe mai di ammettere qual è il suo lavoro, mentre un poeta che dichiara d’esserlo ha sempre l’aria da deficiente; ragione per cui, quando qualcuno – magari anche con le migliori intenzioni – mi chiede incuriosito di darne conto, cambio immediatamente discorso, lo distraggo, lo faccio bere; mi esercito da anni in questo. Lo so che sembra un controsenso, e in tutto ciò c’è un nucleo di contraddizione permanente che rende doppiamente viva la vita della poesia: è un mestiere ma non può essere definito tale. E allora, tornando ai consigli, per quel che vale, dico al tu per tu che per caso capita tra queste pagine: non devi leggere tanto (o ascoltare) solo perché questo può istruirti al ‘mestiere’; tutto ciò è ridicolo, e chi te lo consiglia o è un degenerato o è vecchio e prudente. Devi leggere tanto se senti il desiderio di farlo, e per quanto mi riguarda non posso che incitarti a farlo, ma per una – una – sola ragione: ti assicuro che fuori di te (fuori ‘da te’) c’è un mondo in grado di dirti cose su di te (e sul biliardino) che non avresti mai immaginato, mai. Se poi scriverai, tutto questo non potrà non condizionarti, e a volte ti sembrerà condanna, altre volte benedizione; e sospeso tra le due cose scriverai sperando di diventare una persona migliore, come migliore – in un modo o nell’altro – ti ha reso quel ‘mondo’ che hai letto e grazie al quale hai dato voce ai tuoi problemi, alle tue gioie (e vinto qualche partita). Se non è questo ciò che ti costringe alla scrittura, divenire un uomo migliore se non è questo in fondo il tuo problema, posso già a-priori fare a meno delle tue pagine.

Prossimi progetti?

Lavorare dignitosamente, con entusiasmo. Tornare a pescare. Nuotare il più possibile. Deformare gli avambracci con dure sessioni di biliardino. Trovare un whisky buono come il Talisker ma meno costoso. Rischiare di capire perché, dopo quasi nove anni, una persona ha deciso di voltarsi e sparire. Rischiare di innamorarmi nuovamente, che è una questione di fisica (più che una questione ‘fisica’): non si spezzano i legami, forse si declina la dipendenza dei corpi, la riconoscenza nell’ognidove, quell’annusarsi – non volendolo – nei punti precisi dell’ovunque. Imparare da zero (o con un po’ più di leggerezza, “ricominciare da tre”…).  E magari fra un mese o fra dieci anni ci uscirà anche un altro libro, che ovviamente parlerà proprio di queste cose; ma non è certo questo – come si dice – ‘il punto’, l’obiettivo.

 

 

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