Il diavolo e la fanciulla

“Raccoglietemi dai luoghi vili
mediante la bellezza”
Tuono. Mente perfetta, dai testi gnostici di Nag Hammadi.

Dopo più di un secolo, in cui di lei si erano perse le tracce, ritorna nella sua città la statua della Madonna del Soccorso, opera rinascimentale appartenuta al convento dei Benedettini di Nicosia. Il racconto della sua storia diventa metafora del nostro tempo, di ogni tempo.

Nascere in Sicilia è una grande fortuna. Perché, piuttosto che sentirsi circondati da cose reali, si ha la sensazione di vivere dentro un magma di narrazioni. Il silenzio e un sentimento quasi di deserto, che possono provarsi in ogni angolo di questa terra, sono soltanto apparenti, un inganno per sensi non allenati a cogliere quella dimensione sottile che solo approssimativamente possiamo definire un brusio del tempo, della storia.
E in effetti non è il concetto di storia ad essere il più adatto ad esprimerlo, se con il termine si intende la ricostruzione oggettiva delle vicende del passato. È piuttosto qualcosa in cui si intrecciano fatti, leggende e potenti metafore che trascendono la storia stessa. È come se da un grumo di terra si estraessero frammenti, cocci di ogni genere e di ogni epoca mescolati insieme, e poi toccasse alla fantasia di chi ha spezzato quella zolla doverli ricomporre in qualcosa che possa avere un senso.
Una di queste narrazioni ha per protagonista una piccola ed aggraziata statua, frutto della mano di un artista vissuto tra il 1430 e il 1505, Gabriele di Battista Bregno. Veniva da Como, ma aveva trovato in Sicilia, nella famosa bottega di Domenico Gagini, la sua vera ispirazione. E a quella affascinante capacità figurativa egli deve il suo stile.
La scultura rappresenta la Madonna del Soccorso: ha nella mano destra un breve bastone, col cui tocco lievissimo riesce ad atterrare il demonio; con la mano sinistra solleva il lembo della veste, per nascondervi e proteggervi gli innocenti e gli inermi, che come bambini si rivolgono a lei. La positura è convenzionale, tuttavia, come succede in certe sculture del rinascimento siciliano, sculture che rappresentano una Madonna appena adolescente, essa è in grado di far vibrare corde molto profonde, di fare riemergere in chi la osserva un suono antichissimo.
Il suo volto, così perfetto e assorto, senza la minima increspatura della più sfuggente emozione, sembra rimanere, nel momento stesso in cui si mostra, intangibile. Più che il piccolo bastone, è il suo viso ad avere il potere di atterrare il demone. La fanciulla sacra, nella sua vulnerabilità, ha una potenza misteriosa: incute un rispetto assoluto, impone una purezza assoluta, il suo sguardo penetra con perfetta innocenza dentro le nostre anime, dissolvendone i tormentosi demoni.
Eppure di oltraggi diabolici questa fanciulla ha dovuto subirne parecchi nel corso della sua vita che abbraccia quasi seicento anni di storia.
Abitava la piccola chiesa della Madonna del Soccorso, che faceva a sua volta parte del monastero dei Benedettini edificato nel 1300 nelle campagne intorno a Nicosia. Terre fertilissime e pianeggianti, solcate dal Salso e disseminate di numerose abitazioni contadine; terre che appartenevano alla famiglia dei Salomone. Questa proveniva dagli opulenti fondachi mercantili di Venezia e il suo nome palesa l’origine ebraica. Tuttavia, quando un gruppo di benedettini nel 1378 chiese di poter edificare un convento proprio in quella vallata ricca di terre coltivabili e di miniere di salgemma, in ossequio ovviamente al motto Ora et Labora, Rainaldo Salomone concesse loro il proprio feudo, anteponendo l’opportunità politica, che vuole strettamente legati potere e religione, a qualsiasi considerazione potesse sorgere nel seno della popolosa comunità ebraica che sorgeva proprio alle spalle del suo palazzo di città.
Il convento venne edificato in una posizione strategica: spettacolare ed inquietante al tempo stesso. Sulla sommità di un enorme e solitario sperone di roccia, che si erge a strapiombo sulla campagna circostante.
Naturalmente, la posizione e soprattutto la funzione del convento non lasciarono indifferenti i contadini dei dintorni, costretti rispettare la seconda parte del motto benedettino, Labora, lasciando la prima, Ora, ai monaci; tanto che alla zona e al convento venne attribuito il nome popolare ‘U Diavulazzu.
Un nome che deriva da una storia, o forse per il quale si dovette inventare una storia. La vicenda riportata dai racconti orali è quasi un ribaltamento tragico e sconcertante di una famosa novella del Boccaccio: quella di Tommaso di Lamporecchio, un ragazzo che fingendosi muto riesce ad entrare in un monastero femminile e a rimanervi per molti anni, ritornandosene poi a casa ricco e padre di molti “monachini”. La storia è questa: una giovane contadina poverissima bussò un giorno al convento dei padri benedettini, chiedendo di essere ospitata e sfamata. I monaci l’accolsero, felici di potere così salvare una creatura di Dio. Ma la ragazza, innamoratasi di un giovane frate e riamata a sua volta, finì per rimanere lì. La tresca venne scoperta dal padre priore, il quale promise di mantenere il segreto a patto di potere anche lui godere della ragazza. Un maneggio simile non può rimanere nascosto a lungo in un convento, e fu così che gli altri monaci pretesero anche loro di poterne approfittare. Nel frattempo la tortura della gelosia aveva reso cieco il povero frate, il quale, dopo avere accoltellato il padre priore, si gettò abbracciato all’amata dalle mura del convento. Alla vista dei due corpi senza vita e soprattutto del priore accoltellato, i contadini chiesero ai monaci cosa fosse accaduto: “Opera del diavolo, opera del diavolo!” venne risposto loro. Da quell’episodio in poi, non senza perspicacia da parte dei contadini, fu affibbiato al convento quel nome: ‘U Diavulazzu.
E proprio contro il demonio, per strana coincidenza, si solleva la mano della piccola Madonna conservata in quel convento.
Venne commissionata sul finire del Quattrocento da un altro notabile di Nicosia: Vincenzo La Via, la cui famiglia proveniente dalla Francia si era trapiantata in Sicilia nel Duecento, padrona di molti feudi. Un dono prezioso, fatto per saldare al prestigio della Chiesa il prestigio della casata.
Immediatamente, intorno alla grazia di quella figura, si raccolse tutta la tenerezza, la speranza, la sensualità della religiosità popolare siciliana. Ne nacque un culto mariano molto sentito nelle campagne circostanti. Alla religione ufficiale, opportunistica ed esteriore, rispose quella autentica del popolo, sbocciata da un passato rimasto vivo nelle pieghe della memoria.
La devozione alla Madonna, in molte contrade agricole dell’isola, ha uno struggimento, un senso di intimità del tutto unici. Ricordo ancora, nel mio paese, un signore, ormai molto anziano, il collo magrissimo, il volto emaciato e bianco che spiccava sul vestito nero, il quale seguiva tutti i momenti della processione della Madonna come se in ogni suo gesto di cura e attenzione verso la statua si svolgesse un dialogo personale con la figura della Madre di Dio.
Quella scultura saldava due mondi lontanissimi.
Rimase lì, nella piccola cappella, amata e rispettata, per molti secoli, mentre il monastero a poco a poco si andava spopolando di monaci.
Finché arrivò la “felice annessione” della Sicilia al Regno d’Italia e con essa la legge che imponeva la sottrazione delle proprietà ecclesiastiche. Troppi erano stati i privilegi ricevuti e le vessazioni compiute dalla Chiesa in terra di Sicilia. Bisognava porvi rimedio, rimettendo il feudo e il suo monastero in mani migliori.
E così vennero laicamente assegnati a un’altra illustre famiglia di Nicosia: la famiglia Speciale, una famiglia patrizia che, lasciata Pisa nel medioevo, si era stabilita in Sicilia divenendo padrona di numerosi feudi.
E così la piccola statua, l’opera di Gabriele da Como, ormai divenuta proprietà privata, venne tolta dalla sua chiesetta e venduta. Se ne persero le tracce per più di un secolo.
Ma dovette vagare molto, lungo il suo esilio, se, appena qualche anno fa è stata ritrovata, prezzata e pronta ad essere battuta all’asta come un comune pezzo d’antiquariato, a Firenze.
Presentarla sul sito internet della casa d’asta, riprodotta in fotografia con il valore monetario segnato sotto, tra i quaranta e i sessanta mila euro, è stata forse la vendetta più sottile che il diavolo abbia potuto giocarle.
Tuttavia, sulle ragioni economiche, ha vinto il legame antichissimo con la sua terra d’origine e alla fine è ritornata a Nicosia, grazie a tantissima gente che ha sentito l’urgenza di non perdere in quel modo così umiliante un pezzo importante della propria anima.
Adesso è custodita in una saletta nella cattedrale di Nicosia, quasi inavvicinabile, gelosamente protetta da un’inferriata, forse nel timore che possa scappare di nuovo.
Dicevo che si tratta di una storia esemplare, perché oscilla tra due mondi: quello dei notabili e quello popolare; quello astratto ed estraneo, e quello concreto e legato terra. La piccola scultura collega questi due chiusi universi così distanti l’uno dall’altro, la cui relazione è fatta soltanto di disprezzo e diffidenza.
È la storia stessa della Sicilia, in cui una classe di notabili sfrutta e svilisce ogni cosa che tocca, mentre la sua popolazione sembra seguire ancora fedelmente la vicenda di un tempo sotterraneo. Estraneità e rapacità sono gli attributi di un modello di potere lasciato in eredità ai posteri ancora oggi.
Ma è anche una storia che rappresenta il nostro tempo, nel quale solo apparentemente le guerre oppongono paesi diversi, mentre in realtà oppongono i potenti, dotati di tecnologie e ricchezze fuori da qualsiasi nostra capacità di immaginazione, a noi, gente comune.
E poi, quel piccolo frammento di purezza, di bene, precipitato in un mondo in cui il demoniaco sembra avere il sopravvento, e che tuttavia resiste, rivelando col suo tocco leggerissimo l’inconsistenza del male, anche del più tremendo e grandioso, è forse qualcosa di più di una vicenda storica e politica.

 

in copertina John Henry Fuseli, The Nightmare

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