Ipazia (prima parte)

Ipazia (prima parte)

I

Sei tu Anima perduta?

Portavi fiori negli orli dei sorrisi
come dentro vasi colmi d’acqua,
spalancavi le braccia come un uccello ferito
che abbia trovato fra i boschi il suo medico antico.

Non c’era calcolo né affettazione
nella tua offerta di luce perenne.
Ma c’era il buio intorno a noi,
nella casa che s’apriva
sui sogni e i fantasmi della mente
e nei deliri del silenzio,
c’era un buio senza confine,
alto come le mura del Museo
prima che cadesse sotto l’urto frontale delle armi.
Poi svanisti come uno stormo spaventato
dai passi arroganti del cacciatore.

Apro la porta a un frusciare segreto,
a un tramestio nel fogliame remoto.
Sei tu Anima perduta? Torni
ancora a fecondare la vita?

 

 

II

Ebbra di luce

C’erano stuoli di assassini a te d’intorno
come insetti che gremiscano un favo.
Erano gli adepti d’una fede selvaggia
che amava il dolore sopra ogni cosa.
Sciamavano insonni la notte e il giorno
per scarnificarti con conchiglie vuote
e sfigurare il tuo corpo inumano
per farne un tronco da ardere sul fuoco.

Raccolsi dalle pietre della piazza
il tuo cadavere nudo – e lo lavai
come si lava un airone caduto nella sabbia.
Venni ferito e umiliato,
il tuo corpo mi venne strappato di mano
dalle torme fameliche del nuovo potere.
Come belve lo fecero a pezzi.
E le tue membra sublimi
furono sparse per la città.

Ridussero in fumo il tuo corpo mortale
con tutto il sapere che tenevi a mente
come dentro uno scrigno d’eburnea ricchezza.
Eppure io ti vidi risorgere immota nel tuo rifiuto
il riccio della castagna per sempre impenetrato.
Sorgesti dalle tue piaghe
ebbra di luce, immersa in un calore perenne.
Seppi allora ch’eri una maga o forse una dea,
ch’eri una pioggia di rose che cadeva fitta
sospesa nel soffio del vento.
Seppi ch’eri potenza sovrumana
l’inviolato mistero d’un abisso celeste
risorta dalle bassezze mortali.
Ti vidi allora incedere alta su ali
di bellezza, in una veste bianca.
Quasi sfera luminosa d’incorruttibile sapienza.

 

* le prime due poesie tratte dalla silloge inedita, dedicata alla figura di Ipazia.

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