La fiducia negli “esseri”, nelle “presenze” del mondo

Théophile Emmanuel Duverger, Il gioco della campana
Théophile Emmanuel Duverger, Il gioco della campana



l’Autore Racconta

Cara Grazia, ho appena avuto la notizia che il mio ultimo libro Il fico sulla fortezza (Fazi, 2012), che era nella rosa dei sette del premio Viareggio, non è entrato nella terna. Pazienza, vuol dire che aspetterò a cambiare le finestre. Nel 2006 arrivai secondo per un solo punto con “Attorno al fuoco”, e allora secondo e terzo non venivano premiati come invece accade oggi. Per quanto possano essere criticabili, i premi sono gli unici in Italia a occuparsi di poesia, e andrebbero per questo santificati. Di poesia si parla molto poco, non la si legge, e la cosa incredibile è che tantissimi la scrivono. C’è chi dice che questi tantissimi non leggerebbero poesia contemporanea per timore d’esserne influenzati. Se ciò fosse vero sarebbe grave, perché vorrebbe dire che, nel nostro paese, c’è poca intelligenza. Vero è anche che il pubblico è stato spaventato e allontanato da avanguardismi, ermetismi e intellettualismi vari. Ma sono fiducioso che gradualmente si possa riguadagnar terreno, e mi sembra che questo stia già accadendo. Ma bando alle chiacchiere e veniamo al dunque: mi chiedi quale sia per me il messaggio cardine del mio ultimo libro. Una fiducia nel mondo, anzitutto. Anzi più che nel mondo, negli “esseri”, nelle “presenze” del mondo. Presenze che non sono necessariamente umane, anzi per la gran parte non lo sono, essendo più che altro animali e piante, nonché una strada, la luna, e altro. Ma insomma esseri che, con la loro “presenza”, con il loro inequivocabile stare, fermi, coraggiosi, mi infondono appunto coraggio, speranza. C’è poi anche nella mia osservazione della natura, in questo più che in altri libri precedenti, un dialogo con la scienza contemporanea. Questa, anche, mi conforta, mi dà coraggio. Io penso che l’arte, e la cultura in generale, siano in essenza proprio questo: confortare, dare coraggio. “Consolazione” si diceva una volta. Parola velenosamente attaccata dalla precedente cultura ideologica, negativa. E invece questa è la parola più vera. Proprio “che non siamo soli” ci dice l’arte da sempre, e è questo che ci fa coraggio. L’arte da sempre, da Omero, ci dice che sì, siamo mortali (quando Omero deve usare una parola per dire noi uomini, dice “mortali”), ma non siamo soli.

È questo il tema del Fico sulla fortezza, ma forse soprattutto del libro nuovo che sto scrivendo, e ho quasi finito, che riguarda l’umanità e la “presenza” non solo del nostro mondo, ma dell’universo.

copertina damianiIo penso che oggi scienza e arte stiano lavorando insieme, oggi come non mai, anche se pochi se ne accorgono. E penso anche che siano, tra di loro, molto simili: tutte e due osservano la natura per capirla, e insieme conservarla, per agire dentro di lei, e mai senza di lei. Tutte e due la “imitano”, che è una forma di amore, di dedizione,di appartenenza. Dice: “ma il concetto di imitazione della natura aristotelico è superato”, “Ma sarai superato tu!”, rispondo io. Il concetto di imitazione della natura è sempre valido per l’arte, e lo è anche per la scienza. Dice: “Ma negli ultimi tempi siamo andati contro la natura, l’abbiamo messa in pericolo!”. Sì, ma non la scienza è stata, ma l’ideologia, ossia la superbia. Anzi ti dirò di più: la recente superbia umana (quella che puoi vedere in Leopardi, in Nietzsche, in Marx) ha anche una motivazione, se non una giustificazione: l’incredibile balzo scientifico-tecnologico degli ultimi secoli. Questo ci ha dato la superbia, questo ci ha destabilizzato, stranito, e ci ha fatto pensare di essere più di quel che siamo, superuomini. Ma io penso che questa fase di destabilizzazione e di superbia sia finita, e stiamo tornando alla natura. Ora sappiamo che, appunto, non siamo soli nell’universo, che dentro la natura è l’intelligenza umana, e la sua stessa storia, che un’unica storia evolutiva comprende materia e vita. Che noi che abbiamo messo in pericolo la terra, accusati di distruggerla, saremo quelli che la salveremo.

Ma tu mi chiedi, Grazia, che faccio, come passo il mio tempo. Vivo in campagna non lontano da Roma, vicino alla natura, lontano dalla quale non posso stare, e vicino anche alla città, dove è l’arte (anche lontano dall’arte non posso stare). Ho tre figli, e sto anche vicino a loro, il più possibile.

 

12.07.2013

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