Dorinda Di Prossimo su l'estroverso poesia

Questa raccolta nasce per volontà dei miei amici poeti, Angela Bonanno, Giampaolo De Pietro, Francesco Balsamo. Ombre fertili anche se geograficamente lontane. Al loro amore per la poesia è dovuta la volontà di raccogliere, quasi in segreto, i miei versi per mettermi, poi, di fronte al fatto quasi compiuto di fogli uniti fra di loro da una copertina gialla. “La notte la casa l’assenza” è il frutto dei miei mattini, una precisione meticolosa della ramificazione della mia solitudine che la casa trasforma in spazio di carità. In maniera vivibile, addomesticata dal filtro delle gioie e delle difficoltà. È lo specchio d’una donna che invecchia ma che sussulta di versi, nei versi. Senza altra “perversione” che la consolazione d’una sillaba. D’una vaghezza che si trasformi nella certezza, sempre sfuggente, d’un atto poetico.

 

 

 

Otto poesie scelte da La notte la casa l’assenza di Dorinda Di Prossimo, Edizioni Forme Libere,
collana “Il gheriglio”, diretta da Angela Bonanno, Prima edizione: giugno 2015.

 

 

 

Alle quattro del mattino si leggono poesie
come arrendevoli lenzuola. Sembrano acqua
che scorre dentro le case, a germogliare tavoli,
bicchieri, persino le punte strette del sonno
che oscilla sui cuscini. È l’ora dell’incrocio delle
benevolenze, la scossa dalle angosce, l’iride
chiara delle accigliate speranze. Il silenzio non
guasta le tempie, i capelli persino vegliano le
lontananze, come un morir leggero d’autunno,
come di strofa che tonfa sui fiori. Sciolta ed illesa
nell’oscurità. Alle quattro del mattino veglia
tenace vita, un capillare zuccherino che arriva
fino alle caviglie e accende un rapsodo d’allegria.

 

*

 

Ho un viaggio da proporti.
E una meta. Fattibili svoltando oltre i due vicoli
(il tuo, lo immagino con musica ad asciugare
al sole, il mio, immaginalo, con acqua che
scende dai balconi, biciclette che sudano ai
muri). Io che ascolto il tuo trillar nelle mie
tasche, tu che m’offri il traffico d’un sorriso,
una scarpa vuota da portare assieme.
Diamoci un tempo, dunque, riconoscibile
nel lusso del passo, riposo lento e che sia
verso sera e per tutta la sera. Andremo a
riprendere fiato. In una casa sinistrata, poco
abitata, ma vicino a una taverna, il mare fresco
all’odore, cresposo quanto basta. Per riportarti
da lontano. E io che sventolo destini, che
in mano.

 

*

 

Fatti dono di cose buone al mattino
l’ossa dei romanzi
catapulte per libbre di parole
Datti una vocale anticipata
sghignazzamento d’una sicurezza
Parlati piano, all’aperto
quando le ombre non tremano
e il primitivo figlio a casa torna
e del pane fa gioia, del lenzuolo governato
/la cinghia nello sgabuzzino, i disperati passi/

 

*

 

E ho cenato vista mare. Nell’ora in cui il
cielo si fa conchiglia. E rondini, bouganville,
donne incinte mischiate come vapore
di spiaggia. Ho succhiato un re mi sol
di vongole, come a stupire un maschio,
sottovoce. Vino fermo: in piedi il calice
sulla giuntura della tovaglia. Pagina di bianco
lino, appena due pieghe sotto il cestino
del pane. Ho masticato il mare, gli occhi del
viaggio, l’insonnia del ritorno, i lividi delle parole
appena appoggiate sui sogni stranieri (si parla coi
colori di gommapane quando si dorme smarriti).
Ho stretto un poco il cuore e le ortensie, i
gerani, le rose hanno bevuto tuoni canini. Come
figli, vascelli ad essiccare. La madre lontana, il
pane contato, l’azzimo d’un piatto disegnato.

 

*

 

Vorrei dirti della rotta dei dolori
e delle bonacce. Del salto delle burrasche,
del tremito della pace. Dico “vorrei” perché non
so se le tue orecchie pagano il viaggio dell’occhio
attento, assorto alla profondità d’ogni parola, o,
se mentre mi leggi, mastichi appena contorni
di suoni o, le tue mascelle, inghiottono puntini
d’infinito, rarefazioni di futili abbagli. Io accado.
Sono quotidiana. Vivo, cammino, m’allargo,
mi rammendo, stendo braccia, m’ingravido
di gioie, dormo accanto alle assuefazioni. Il
fianco sinistro curo, le costole del cuore. Rizzo
le orecchie, bado ai mirini. Attenta controllo
i fuochi, ché la casa non bruci. Perseverante,
vorrei tenerti. Istante breve, presente e mancante.
Come l’utile sudore che esce e poi ritorna nella
pelle. A far dighe di memoria, messi di lino.
Sui corvi, sulla stanchezza delle clausure.

 

*

 

Apparentemente, per certe strane, morbide
monotonie, la vita del primo chiarore continua.
Si fissa immutabile e scansa l’ansia. Caffè,
sigaretta, l’alba che sfocia dall’occhio
notturno, la vicina che scende dal letto a
passi di gatto. Il cuore s’arruffa d’un silenzio
senza apparenti battaglie. Arde, rannicchia.
Si fa grembo ubbidiente. Qualche fiocco
d’immobilità resta. Poi, di colpo, l’ombra
mite della lampada, le sillabe del libro,
il centrino inamidato, si fanno crudo capogiro.
La luce diventa severa, come uno schianto che
apre una battaglia. La porta indurisce il suo legno.
Il giorno s’apre immisericordioso. Il buio vomita
ciurme di paure, balene che tramano orchi.
Così, meticolosa, si stacca la nave dal molo. Le
colline, intirizzite. Alla tenerezza, tremule.

 

*

 

Si resta, poi, crepuscoli imperfetti
a copiar stelle da qualche parte
a raddolcire uguali, sempre uguali
si fa d’un sopracciglio bosco di cielo
stanzetta della quasi allegria
e. L’appetito degli intrusi
piccoli passi di labbra
/ché minuta è la danza
da contar sulle dita, i mirtilli. /

 

*

 

Quel che resta sono i margini.
Il corpo laterale delle esclamazioni. La direzione,
debole e poco mondana, della volontà del
pianto, della certa spettralità della luce che
cade, ogni sera, cade e si ferma dietro i vasi,
lì sul balcone. Senza portarsi al mare, al lago
chiaro della pelle dei sassi. Sono le umane
disperazioni quelle che mi saltano in braccio e
l’impossibilità di numerarle, a te, che mi leggi
come una nota senza conseguenza. E, di rado,
grato, infili il mio nome nell’argentiera dei
doni. Quel che resta, resta e sta. Affidata al mio
salotto buono, alla doppia serratura che fuori
lascia, fuori, il fuori scena. Le parolette senza
copione, la luce bianca tesa delle onorevoli
intenzioni. Ora esco e fazzoletti porto con me.
Tre. Uno per salutare il mare, come i bambini
quando chiamano i giochi e riconoscono la
leggerezza che sporge, la vulcanica distrazione
della gioia. L’altro per asciugare qualche scrupolo
di lacrima /per le assenze, per il tepore d’ogni
lontananza/. E uno, l’ultimo, per incartare le
spudoratezze, l’acino che sempre preme. E,
muoversi. Muoversi e partire. Scum parire.

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