POE ALLA MANIERA DI TRAKL: UN’IMITAZIONE di Dario Borso

La prima maniera di rubar con lode
è imitar con giudicio.
Daniello Bartoli

 

Imitazione titolò nel 1828 Giacomo Leopardi il suo rifacimento della poesia La Feuille di Antoine-Vincent Arnault, risalente a sedici anni prima. Meno noto che nel 1869 l’inglese Dante Gabriel Rossetti ripeté l’operazione sul rifacimento di Leopardi, distanziandosi analogamente da questo e ancor più dall’originale francese.[i]

Su tale meccanismo tendente in teoria all’infinito meditò l’ultimo Montale, dando prova sperimentale di sé in alcuni abbozzi raccolti nel 1999 da Maria Corti nel volumetto Poesia travestita. E un’esperienza simile riscontrai a proposito della breve poesia cinese Le pavillon de la musique compresa nell’antologia La Flûte de Jade (a cura di Franz Touissant, Parigi 1922), che il pittore Asger Jorn imitò in danese nel 1941, doppiato a sua volta nel 1970 dall’artista visivo cino-americano Walasse Ting. Così nel 2005, profittando dell’occasione, mi sono inserito anch’io facendo da raccordo mimetico tra i due imitatori e pubblicando il tutto in un librino del Ragazzo Ubiquo.[ii]

Qui sotto invece propongo il rifacimento di una poesia di Edgar Alan Poe à la manière di Georg Trakl, ossia un’imitazione doppia, in quanto imito il testo originale imitando lo stile di Trakl, poeta che tre generazioni dopo e in tutt’altro clima pigiò su tasti prossimi a quelli dell’americano.[iii]

 

*

ALONE

From childhood’s hour I have not been
As others were — I have not seen
As others saw — I could not bring
My passions from a common spring —
From the same source I have not taken
My sorrow — I could not awaken
My heart to joy at the same tone —
And all I lov’d — I lov’d alone —
Then — in my childhood — in the dawn
Of a most stormy life — was drawn
From ev’ry depth of good and ill
The mystery which binds me still —
From the torrent, or the fountain —
From the red cliff of the mountain —
From the sun that ’round me roll’d
In its autumn tint of gold —
From the lightning in the sky
As it pass’d me flying by —
From the thunder, and the storm —
And the cloud that took the form
(When the rest of Heaven was blue)
Of a demon in my view —

*

SOLO

Da presto mai stato come altri,
mai come altri vedevo;
non da sorgente comune mie passioni,
non da lì mia tristezza,
non accordabile cuore a gioia altrui –
quel che amai, da solo ho amato.
Allora all’alba di tempestosa vita
sorse da abissi di bene e male
il mistero che mi lega ancora,
da torrente o fonte,
da rosso dirupo di monte,
da sole attorno a me rotante
nel suo oro autunnale,
da alto lampo oltre me guizzante,
da tuono e bufera,
e nube che
(su cielo invece azzurro)
prese forma di demone.

“Original” by Edgar Allan Poe (later titled, “Alone”), circa 1829.

Composta da un Poe ventenne il 17 marzo 1829 a tre settimane dalla morte della madre adottiva, la poesia rimase inedita fino al 1875, quando uscì sullo “Scribner’s Monthly”. Per sapere dell’infanzia e adolescenza di Poe dalle sue stesse opere, bisogna attendere il racconto del grottesco William Wilson, uscito dieci anni dopo Alone sul “Burton’s Gentleman’s Magazine”.[iv] È così noto, che per il testo basterà rimandare alla rete, mentre qui vale concentrarsi sull’esergo, che suona:

What say of it? what say of CONSCIENCE grim,
That spectre in my path?
Chamberlain’s Pharronida.

Che dirne? che dire della COSCIENZA cupa,
questo spettro sul mio cammino?[v]
Chamberlayne, Pharonnida

Nella biblioteca di Poe la fonte citata (un romanzo cavalleresco del 1659 di cui il Nostro storpia titolo e autore) non c’era, né c’è in essa la presunta citazione, ragion per cui è praticamente certo che, come in altri casi, sia tutta farina del suo sacco. Ma se vale la massima di Johann Georg Hamann, che l’esergo non è un’insegna di locanda ma il granello di senape da cui germina l’intero, a maggior ragione qui ci troviamo davanti a una vera e propria, icastica auto-esegesi del testo stesso: infatti il double, l’alter ego del racconto incarna proprio la coscienza morale, cupa perché agli occhi del dissoluto protagonista assume i tratti di un Super-io vessatorio.[vi]

Più laboriosa invece l’evoluzione genetica della sequenza demone –> coscienza –> spettro, che qui riassumo in estrema sintesi. Il demon di Alone ha chiari ascendenti romantici, soprattutto Shelley e Byron, e a voler scegliere due opere paradigmatiche: Alastor, o Lo spirito della solitudine (1816) del primo, dove Alastor è il mitologico dàimon greco della vendetta familiare, e il Prometeo (1816) del secondo, dove troviamo ad es.“And the earth groaned, as with a demon’s grim delight [E la terra gemette, come col cupo diletto di un demone]”.[vii]

Per giungere nel 1839 allo spectre di William Wilson,[viii] Poe invece percorse un cammino autonomo grazie alla consultazione sistematica della letteratura medica contemporanea: il “Blackwood Magazine” innanzitutto, palestra della scuola di Edimburgo che corredava i suoi contributi scientifici di appassionanti casi clinici, ma poi due livres de chevet almeno, La filosofia del sonno (1830) di Robert Macnish e le Lettere sulla magia naturale (1832) di David Brewster, dove gli spettri venivano spiegati come spectral illusions ottiche originate da senso di colpa, ovvero da una cupa coscienza  pur essa situata a livello cerebrale.[ix]

 

[i] Già nel 1855 Niccolò Tommaseo si era prodotto in un’imitazione dell’Imitazione di Leopardi, ma in chiave grevemente parodica.

[ii] L’illustrazione è del compositore Piero Milesi, che avevo sfidato a svolgere il tema: la musica dopo la musica, appena deposti cioè gli strumenti. Dopo mesi si presentò con lo spartito di una fuga il cui addensamento di note, osservato da lontano, dà La musique du pavillon. L’annesso cd contenente l’esecuzione al piano risuonò sei anni dopo al Piccolo di via Rovello, dove in tanti piangemmo l’improvvisa scomparsa dell’autore.

[iii] Stile desumibile da G. Trakl, Quaranta poesie, Giometti & Antonello, 2021, dove oltre a lessico e sintassi rispetto fedelmente la rarefazione di articoli e preposizioni articolate, et alia.

[iv] Cfr. R. Kopley, Edgar Allan Poe: A Life, University of Virginia Press 2025, cap. XIV, pp. 205-229.

[v] Nelle Opere scelte di Poe (Mondadori, 1971), travisando completamente il senso Manganelli traduce: “Come chiamare coscienza…” ecc.

[vi] Ciò stando almeno all’interpretazione classica di Marie Bonaparte, in Edgar Allan Poe: uno studio psicoanalitico (1933), Newton Compton, 1976, sez. IV; ma vedine la correzione lacaniana qui https://www.giovannibottiroli.it/it/psicoanalisi/60-la-logica-del-diviso-in-william-wilson.html, che trova conferma nei racconti Il cuore rivelatore (1843) e Il diavoletto della perversione (1845), prestandosi a un confronto con la teoria batesoniana del double bind, in qualche modo chiamata dal v.12 di Alone.

[vii] Dove notevole è l’aggettivo grim che Poe attribuirà alla conscience; come notevole in chiusa a Alone il “plagio” del byroniano Il prigioniero di Chillon (1816) che recita: «Lone – as a solitary cloud / A single cloud on a sunny day / While all the rest of heaven is clear [Solo – come una nube solitaria / Un’unica nube in un giorno di sole / Mentre tutto il resto del cielo è chiaro]».

[viii] Il termine è presente, sempre nel 1839 e non prima, anche ne Il crollo della casa Usher.

[ix] Gli studi critici si sono recentemente moltiplicati: vedine qui https://www.eapoe.org/papers/psbbooks/pb19901o.htm e qui https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK402319/ un paio di notevoli.

 

 

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