La volpe ed io. Ricordo di Maria Luisa Spaziani a quattro anni dalla scomparsa.

La volpe ed io. Ricordo di Maria Luisa Spaziani a quattro anni dalla scomparsa.

2 luglio 2014. Ricordo perfettamente l’afa in Piazza del Popolo, seduto sui gradini della Chiesa degli Artisti (Basilica di S. Maria in Montesanto), e la mia rabbia, perché il rito funebre era stato rimandato, all’ultimo momento, dalle 11 alle 16, per non so quali disguidi. Era consueto che io mi recassi a Roma, da Sulmona, per andarla a trovare. Anche quel viaggio nella capitale, in un’estate penosa, era per lei: Maria Luisa Spaziani.
Il funerale cominciò a metà pomeriggio. Fu così strano incontrare l’Amica mentre veniva trasportata a spalla in quel giaciglio di legno… Lei che mi attendeva sempre seduta in poltrona, inforcando l’immancabile sigaretta («Fumo per timidezza», mi confidò una volta, «quando sono in presenza di qualcuno, da sola fumo poco»), col suo sorriso franco e altero, da cui traspariva la malizia di chi tiene il mondo sulla lama dell’ironia. Quel giorno invece non riuscii a vederle il volto, ma l’aura che l’accompagnava al suo passaggio, quella sì, la vedevo ancora.
Ricordo l’arrivo di sua figlia Oriana, gioiello di discrezione, che pure ringraziava con un dolce sorriso chiunque si avvicinasse per esprimerle cordoglio. C’era anche la sorella del Poeta (eh sì, in questo era come la matriarca della poesia russa, Anna Achmatova, che considerava la declinazione al femminile una sorta di discriminazione), Bianca, così cara e presente, soprattutto negli ultimi anni. Vidi chiacchierare fuori dalla chiesa donnine ed ometti “dall’aria” di scrittori, come fossero convenuti a un evento mondano. Mi diedero molto fastidio. Però devo annoverare due persone che si presentarono con la semplicità dei grandi. All’inizio della funzione, ecco materializzarsi Carla Fracci, vestita completamente di bianco (perfetta mise per una creatura del Paradiso come lei); avanzò con la massima delicatezza verso la bara, fece il segno della croce, e, accennando un inchino (quasi un plié), mandò un bacio alla defunta. Invece, a funerale inoltrato, appoggiato al bastone e con passo claudicante, Sergio Zavoli raggiunse timidamente il primo banco per abbracciare Oriana, e onorare l’amica con un ultimo saluto.
Furono lette delle poesie inedite della Volpe (nomignolo che, ci tengo a precisarlo, le fu attribuito dal padre e non da Montale, che l’avrebbe ripreso solo dopo: «Se t’hanno assomigliato alla volpe…») e il sincero applauso degli astanti. Lo stesso caloroso applauso all’uscita del feretro. Questo tipo di tributo viene considerato, da alcune persone, sconveniente; non da me, perché un artista non può essere salutato diversamente. E Lei lo era.
Finite le esequie tornai subito a Sulmona, certo che un importante ciclo della mia vita si fosse ormai concluso.

Era il 30 aprile 2010 quando salii per la prima volta nel suo appartamento, in Via Cola di Rienzo, numero 44. C’eravamo dati appuntamento per telefono. Citofonai più volte ma non ebbi risposta, così decisi di aspettare senza darmi per vinto. La vidi arrivare a casa dopo più di mezz’ora, appoggiata al braccio di un’amica; me ne stavo appostato in un bar sotto il suo condominio. Attesi circa dieci minuti – il tempo che risalisse – e suonai nuovamente. «Ah Giampietro, salga!». Si scusò per esser stata trattenuta in ospedale più del dovuto (aveva dei problemi al piede), e, non avendo il mio cellulare, non poteva certo avvertirmi. «Chi siete, da dove venite, cosa volete?», chiese sorridente e imperiosa a me e alla mia compagna dell’epoca, dopo averci fatto accomodare nel suo salotto che, inutile sottolinearlo, era ingombro di libri. Feci appello al mio coraggio e mi presentai, pur se grondante di emozione, parlando del mio libretto di versi (fresco di stampa) e della mia attività di traduttore di poesia francese (ci accomunava la predilezione per la «zona infuocata e straordinaria del simbolismo», come lei lo definiva). Le chiesi di intervenire alla presentazione di quel mio esordio poetico, che avrebbe avuto luogo nel maggio seguente, in una libreria romana; azzardai perfino a prospettarle la partecipazione a un evento culturale in Campidoglio, nel mese di giugno, in cui avrei parlato del mio libro. «Guardi, sarebbe più facile se lei mi chiedesse una prefazione. Io non faccio più presentazioni, ed ora poi mi muovo con fatica.» Le dissi che capivo benissimo, e mi congedai chiedendole una dedica su un libro che non avevo scelto a caso: la sua traduzione mondadoriana di Madame Bovary, a cui la sapevo fortemente legata e che avevo acquistato la mattina stessa in una libreria della Stazione Tiburtina. Ne fu molto contenta, e considerai questo un mio primo modesto “colpo di volpe”…
Nel mese seguente la contattai spesso per telefono. Ci concedevamo lunghe chiacchierate, discutendo di poesia e soprattutto della sua traduzione di Flaubert. Ricordo che si rideva di cuore. Finché, il giorno prima del fatidico evento, le telefonai per prospettarle nuovamente di prender parte alla presentazione: «Sì, d’accordo», mi rispose sicura. Non potevo crederci. La sua presenza in quella serata fu il vero tocco di poesia, che io stesso, coi miei versi, non avrei potuto apportare. Incredibilmente la Signora Spaziani (così la chiamavo) accettò di venire anche in Campidoglio, nonostante la schiacciante calura di quel 18 giugno. Il suo fu un magnifico discorso. Citò Carlo Emilio Gadda, che di fronte alle nuove promesse della letteratura si chiedeva: «Delagrange volerà?». Era la domanda che nella Francia fin de siècle ci si poneva all’annuncio di una nuova impresa del grande aviatore. Nel mio caso, affermò la Volpe, Delegrange avrebbe volato di sicuro. Successivamente, nel mese di luglio, venne persino a trovarmi in Abruzzo – dove fu nostra ospite per una settimana, anche se in seguito l’avremmo spostata nel paese montano di Campo di Giove, molto più fresco dell’assolata Sulmona -, per l’assegnazione di un premio letterario (poca cosa) di cui sarei stato insignito. In quell’occasione affermò lapidariamente: «Lo sport della mia vita consiste nel far fuori i giovani poeti». Ma aggiunse: «Un giorno, non so come, mi ha telefonato Andrea. Da quel momento ho detto sì a tutto quello che mi chiedeva. È stato lo sguardo della Medusa… Non mi sono pentita di questo gioco d’azzardo perché nella poesia di Andrea ci sono tutte le caratteristiche di quella che potrebbe diventare una poesia importante. C’è quel miscuglio esatto di pensiero e sensibilità». Non voglio però dilungarmi con le sue lusinghiere affermazioni sul sottoscritto. Certo è che ci intendevamo, tanto nella scrittura quanto nei gusti letterari.
Ogni giorno io e la mia famiglia andavamo a trovarla a Campo di Giove. Faccio mea culpa, perché in quelle ore “tormentavo” la Volpe portando spesso l’argomento delle nostre discussioni sulla poesia; le leggevo con entusiasmo i versi degli autori che sapevo avrebbe apprezzato. Capitò una sera che trascorremmo dei momenti magici declamando a memoria uno dei nostri autori preferiti, Guido Gozzano. Suo padre, Ubaldo Spaziani, industriale torinese appassionato di letteratura, aveva un’abitudine che deve aver influito non poco sulla sua sensibilità: sparecchiata la tavola, dopo la cena, usava leggere alla piccola Maria Luisa proprio il poeta dei Colloqui o il Tasso lirico. Fu delizioso quando, su mia richiesta, la Volpe lesse i versi in dialetto torinese della poesia intitolata, appunto, Torino. E quando lasciò l’Abruzzo per Cortina, inviò a Sulmona una cartolina – che riportava una bella illustrazione di Irene Invrea (una volpe che osserva la luna da un poggio innevato) – su cui stava scritto:

18 agosto 2010

Caro Andrea,
Cortina è bella, ma è disorganizzata ai limiti del disumano.
Figurati che non trovo nessuno disposto a leggermi Gozzano a pranzo, a cena e durante la passeggiata… Ah!

Maria Luisa Sp.

Una stoccata assai amorevole.

Negli anni seguenti ci vedemmo spesso. Ogni occasione era buona per andarla a trovare a Roma e farle omaggio, grazie alla premura di mia madre, delle primizie culinarie della mia terra, che la Volpe adorava. Inutile dire quante ore – nonostante si ripromettesse di non dedicare troppo tempo alle chiacchierate – durassero i nostri incontri. E chi potrebbe ridire, con la sua stessa causerie, quanto lei mi raccontava…? Il primo incontro con Saba e con Sandro Penna, gli scherzi giocati a Gadda, i ricordi di Cardarelli, di Ungaretti, della Aleramo. Eppure, sulla cima più alta e diletta della memoria, c’erano gli attimi di vita trascorsi con Montale: quando, sotto la sua casa di Milano (dove si era trasferita con la famiglia dopo i bombardamenti), la chiamava fischiettando Sei tu felicità, motivo di un’operetta di Lehar; quando la fece scendere di corsa per ridere insieme di una scimmia che aveva bloccato un matrimonio, rubando la chiave all’autista degli sposi; e quando lei aveva dato, con somma commozione del poeta, il nome di Montale a un albero del suo giardino. Riguardo quest’ultimo episodio, una volta lessi in sua presenza un componimento che terminava così:

e mentre all’ombra dei rami
mi racconti ridendo i tuoi mille anni
mi chiedo se mai ad un albero
tu darai il mio nome.

«Commovente», affermò dopo qualche istante, con la voce graffiata di nostalgia. 
A proposito di Montale, talvolta le chiedevo il permesso di leggerle una delle poesie che lui le aveva dedicato, forse la più famosa. La Spaziani acconsentiva sempre con piacere. Allora chiudeva gli occhi, accostando l’orecchio a me che le stavo accanto. Una delle ultime volte, quando muoversi per lei era diventata un’impresa, non avevo fatto a tempo ad attaccare

Se t’hanno assomigliato
alla volpe sarà per la falcata
prodigiosa…

che la sentii prorompere, con tono teatrale: «Perché adesso non ho più quella falcata…!?». Presi subito a consolarla, esaltando le “falcate” del suo pensiero, che erano rimaste intatte, se non ancora più prodigiose. Lei ne rideva, ma l’amarezza era chiara e inespugnabile.
Con eguale attenzione ascoltava la lettura dei miei versi che, ineluttabilmente, le proponevo ad ogni nuova visita, e non ci fu volta che non si dimostrò prodiga di giuste considerazioni: «Toglila, è una parola che si usava prima del 1912»; «Questo aggettivo sarebbe piaciuto a Montale»; «Ha l’aria di essere una bella poesia»… Tagliente anche nel complimento, squisita anche nel rimprovero.

Sarebbe tornata ancora a Sulmona, nel giugno 2012, per presentare il suo Meridiano Mondadori, in un evento organizzato dal sottoscritto insieme all’archivista Beatrice Ricottilli. Fu una splendida occasione, che permise alla Volpe di ritrovare, dopo molti anni, l’amico montalista Ottaviano Giannangeli, che aveva operato prevalentemente nella mia regione. A un certo punto della serata, dopo l’intervento dell’autrice, lessi un mio testo critico sulla sua figura poetica. In seguito mi disse: «Quello che hai letto andrebbe stampato». Sì, aveva stima per le mie qualità di interprete: diceva che sarei stato l’unico capace di scrivere un bellissimo saggio sulla sua poesia. Dedicandomi una copia, in tiratura limitata, di quel capolavoro di narrazione poetica che è la sua Giovanna d’Arco, giustamente sottotitolato “romanzo popolare”, scrisse: «A Andrea, il “lettore sognato”».
Proprio Giovanna d’Arco ritornò nella nostra ultima telefonata, qualche settimana prima della sua scomparsa. Erano i primi giorni del giugno 2014. La chiamai nel pomeriggio, e, senza presentarmi, attaccai con una delle ottave del poemetto, che sapevo essere la sua preferita:

Forse un angelo parla a tutti, eppure
in quel supremo istante pochi ascoltano,
pochi hanno l’orecchio e l’ubbidienza
delle radici che a gennaio dormono.
Dal profondo una voce bisbiglia,
giunge un brivido ai rami più lontani.
Nessuno se ne accorge ma è partita
a buie ondate un’altra primavera.

Fino a metà della strofa non sentii che la mia voce – e l’emozione che ne palpitava -, quando poi mi si fece chiara, quasi come un sussurro, la Volpe che mi accompagnava negli ultimi versi. Fu magnifico. Però in quel momento aveva ospiti (scherzavamo spesso sul mio pessimo tempismo nel contattarla), così ci demmo appuntamento a un altro giorno. Ma non ci saremmo più risentiti…

Son trascorsi quattro anni da quando Maria Luisa Spaziani ha smesso di essere tra noi. Io resto il primo ad attendere la pubblicazione del suo ultimo libro di poesie (poco prima della sua scomparsa, anticipandomi il titolo della nuova raccolta, mi disse: «Verrò a Sulmona a presentarla»). Chi di dovere, spero, provvederà a farlo. Questo per Lei, per l’amata figlia Oriana, e per chi, come me, ancora profondamente, adora quel «carnivoro biondo», tanto scaltro e irresistibile.

Andrea Giampietro

11 luglio 2018

(disegno di Montale)

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