LE DUE LAUREANDE

LE DUE LAUREANDE

“Celan in Italia”, Prospero 2020. Ciascun capitolo è stato un’avventura; in alcuni, come questo, ho affondato fin quasi alle radici della vita. Cespugli, in qualche caso alberi. Ciò che non compare nel libro è logicamente il suo seguito venturo. Nella fattispecie, la consegna a mano di una copia, e a cascata le ciàcole, di cui so per esperienza che entrambe sono esperte.

 

Elena Angelini da Nave San Rocco, paesino della Val d’Adige, studentessa di Lingue all’Università di Bologna, ad argomento e titolo della sua tesi di laurea scelse per prima in Italia, su indicazione di Mario Pensa ordinario di Lingua e Letteratura tedesca, La lirica di Paul Celan.
Il 2 maggio 1963 scrisse “al poeta e scrittore” in terza persona “con la preghiera di ottenere più specifici chiarimenti sulle Sue poesie, poiché queste la interessano e affascinano, ma le trova spesso e in parte difficilmente comprensibili e interpretabili”. Gli segnala di aver lavorato sulle tre raccolte finora pubblicate (Papavero e memoria, Di soglia in soglia, Grate di parole), ma non su La sabbia delle urne, “che mi è stata annunciata come fuori stampa a Bolzano e però m’interessa estremamente proprio come le altre Sue pubblicazioni”.
Passando inavvertitamente alla prima persona, “ho cercato in tutte le direzioni testi interpretativi” senza troppo costrutto, ma sta scrivendo, e “Se questo lavoro venisse compiuto con precisione e con chiarezza, Lei potrebbe verosimilmente venire pubblicato in italiano e potrebbe così ottenere una più ampia e profonda comprensione e interesse da parte degli attuali studiosi italiani”. Chiede perciò “se possibile, anche qualcosa sulla Sua evoluzione e su come nascono le Sue opere”.
Due mesi dopo Elena si iscrive a un corso estivo di perfezionamento organizzato dall’Università di Tubinga: fatalità, Celan il 25 agosto tiene lì una lettura in una sala gremita di germanisti in erba.
Il 3 marzo 1965 Elena, divenuta intanto Signora Franzinelli, riscrisse a Celan: “Le ho già parlato due anni fa a Tubinga e Lei mi ha promesso che mi avrebbe aiutato”. Gli chiede informazioni intorno “alla Sua vita, possibilmente anche qualcosa intorno alle Sue poesie” e riprende i brani salienti della prima lettera.
Un anno dopo ancora, il 6 giugno 1966, già mamma e in italiano:

Ho compiuto uno studio approfondito sulla Sua poesia, solo che nell’esame della Sua ultima opera pubblicata La rosa di nessuno ho avuto da discutere con un professore su un punto secondo me di grande importanza. Le sarei molto grata se mi potesse dare chiarimenti in proposito, scrivendomi due righe. In Niemandsrose Lei tratta il rapporto tra Uomo-Dio riducendolo a rapporto tra Nulla-Nessuno, vale a dire, per Lei, Dio si può ormai identificare con Nessuno cioè con qualcuno con qualità negative e l’uomo con il Nulla. Secondo me, questa è la conclusione di un tremendo dramma religioso, secondo il mio professore invece questa è tutta ironia e Lei userebbe la simbologia religiosa ironicamente, per distruggere ogni idea di assoluto.
Io dovrò discutere tutto questo, verso la fine di giugno, costituendo questo lavoro la mia tesi di laurea.

Vorrebbe perciò una risposta rapida. Che venne stavolta, ma non nel senso desiderato, in quanto Celan more solito, lasciò a lei decidere.
Pensa qui apparirebbe come uno scettico integrale, se a smentita non sapessimo della sua fede cattolica e non avessimo il suo ultimo contributo monografico, Un sacerdote dell’assoluto: Gottfried Benn, uscito nel 1960. Qui, partendo dalla premessa che Benn per assoluto intendeva la forma poetica ed equiparando ciò a una “bestemmia contro il Verbo”, giungeva senza indugi alla conclusione: “Dio era dunque presente nel suo spirito. Ciò dato, il suo pensiero non poteva che imboccare due vie: o amarlo oppure odiarlo. Egli scelse la seconda”, risultando così non “un caso letterario soltanto, ma uno dei più drammatici episodi della lotta che lo spirito tedesco da un millennio combatte, senza mai riuscirvi” contro il cristianesimo latino. Niente di più logico che quindi Pensa vedesse in Celan un ulteriore episodio di questa lotta.
Nella discussione di laurea comunque la dirimenda questione posta per lettera al poeta non fu toccata – fortunatamente, perché dalla tesi troppo netto emergeva verso la fine il punto di vista della laureanda, secondo cui quello di Celan era “un tentativo sofferto intimamente di coagulare in alcuni nuclei lirici il superamento dell’orrore e dell’angoscia del destino dell’uomo (e in particolare dell’ebreo) in una dimensione religiosa”.

Un anno dopo la laurea, al campanello di Elena suonò una sconosciuta, che abitava nella sua stessa viuzza centrale, sullo stesso lato a pochi ingressi di distanza: Luciana Ziglio, dopo due anni a Ca’ Foscari, si era iscritta alla Facoltà di Economia e commercio dell’Università di Padova, che offriva un corso di laurea quadriennale in Lingue e Letterature straniere nella sede distaccata di Verona. Professore incaricato lì di Lingua e letteratura tedesca era null’altri che Pensa, il quale le assegnò una tesi su Celan accennando al caso di Elena.
Sulla base delle indicazioni bibliografiche passatele da quest’ultima, Luciana s’impegnò in uno studio matto e disperatissimo di Celan, cui il 19 agosto 1969 scrisse senza però ottenere risposta:

Da molto tempo svolgo ricerche su Lei e sulla Sua poesia e penso d’aver raccolto tutta la letteratura primaria e secondaria apparsa fino ad oggi. So già che Lei non ama parlare di sé, e se Le scrivo non è per porle le solite domande. Ecco quanto Le chiedo:
– vuole farmi sapere il nome dei Suoi genitori, affinché anch’essi siano ricordati nel mio libro?
– quali sono gli artisti e le letture che maggiormente L’hanno colpita?
– so che forse chiedo troppo, ma sarebbe un grande onore per me poter pubblicare qualcosa della Sua più recente produzione.
Posso sperare d’essere accontentata?

Luciana si laureò nel luglio 1970 presentando una tesi lodata con dignità di pubblicazione, Un poeta del nostro secolo: Paul Celan, dove la sintonia col relatore è pressoché totale, come ben si desume dalle Conclusioni:

Apprendiamo, nel momento di licenziare il manoscritto, la notizia dell’immatura, tragica scomparsa di Paul Celan. […] Così dunque in silenzio, questo poeta estremamente schivo, taciturno, introverso ci ha lasciati. Il difficile momento psicologico, il particolare travaglio spirituale dovevano già essere noti ai suoi pochi amici. O a chi ne legga le poesie. La sua inappagata ansia d’Assoluto lo ha condotto alla morte: a chi precipita da Dio nel nulla è fatale, poiché è “misurato” l’incommensurabile Abisso, un simile gesto.

Della tesi colpisce però soprattutto la contezza traduttoria a fronte delle prime quattro raccolte celaniane trattate, di cui in appendice a ogni singolo capitolo vengono date in traduzione le poesie ritenute più significative. Trascegliendo:

 

IO SONO solo, metto il fiore di cenere
nel vaso pieno di nerezza. Bocca di sorella,
tu dici una parola che continua a vivere davanti alle finestre,
e in silenzio s’arrampica quel che sognai su verso di me.

Io sono nel germogliare di un’ora sfiorita
e per un tardivo uccello una resina risparmio:
egli porta il fiocco di neve sulla piuma rossa di vita;
un granello di ghiaccio nel becco, egli viene attraverso l’estate.

 

DAL MARE

L’Uno abbiamo vissuto e il Silenzioso,
precipitammo nella profondità,
dalla quale si trama la schiuma dell’eternità –
Noi non l’abbiamo filata,
non avevamo le mani libere.

Esse rimasero come reti –
dall’alto le tirano…
Oh occhi circondati di scintillanti coltelli,
noi prendemmo il pesce-ombra, guardate!

 

SOTTO

Rimpatriato nell’oblio
il discorso-ospite dei nostri occhi lenti.

Rimpatriato sillaba per sillaba, distribuito
sui dadi ciechi del giorno, verso cui
la mano che gioca tende, grande,
nel risveglio.

E il troppo del mio discorso:
appoggiato al piccolo
cristallo nel carico del tuo silenzio.

 

CHYMISCH

Silenzio, bollito come oro, in
mani
carbonizzate.

Grande, grigia
figura di sorella,
vicina come tutto ciò che è perduto:

tutti i nomi, tutti i nomi
cremati
assieme. Tanta
cenere da bandire. Tanta
terra conquistata
sopra
i leggeri, leggeri
anelli
d’anime.

Grandi. Grigi. Senza
scorie.

Tu, allora.
Tu con il bocciolo
smorto, spezzato coi denti.
Tu nel flutto del vino.

(Non è vero, anche noi
lasciò quest’ora?
Bene,
bene, come la tua parola passò qui morente.)

Silenzio, bollito come oro, in
mani
carbonizzate, carbonizzate.
Dita, sottili come il fumo. Come corone, corone d’aria
attorno – –

Grandi. Grigie. Senza
forma.
Rea-
li.

 

L’8 settembre 1970 Luciana scrisse alla Mondadori: “Il mese scorso inviai alla Einaudi un plico contenente un’antologia di traduzioni dai primi cinque volumi delle poesie di Paul Celan”. Spiega che le traduzioni sono “frutto di anni di lavoro”, favorevolmente giudicate da Pensa “e successivamente dal suo collega Cesare Cases, consulente della casa di Torino, la quale però mi comunicava che i diritti per l’Italia di questo poeta tedesco erano, da lungo tempo, Vostri”. In caso l’antologia interessasse, “sono disposta a tradurre le migliori poesie degli ultimi due volumi, a corredare il lavoro di una completa bibliografia sino all’anno corrente”, e interpellare per una prefazione Pensa, Cases o Porena, “che già si occupò di Celan dalle colonne di ‘Studi germanici’”.
Ma i giochi, come le fu gentilmente risposto, erano ormai fatti.
Una copia della tesi finì per vie traverse al Deutsches Literaturarchiv di Marbach, dove tuttora giace, mentre Luciana finì a Bochum, lettrice d’italiano per più di un lustro presso l’Università locale.

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