Lettera di Gabriella Sica al Premio letteraio “Paolo Prestigiacomo San Mauro Castelverde 2019”

Lettera di Gabriella Sica al Premio letteraio “Paolo Prestigiacomo San Mauro Castelverde 2019”

nella foto Paolo Prestigiacomo in piedi, alla sua serata di poesia Il cicutaio, 12 febbraio 1977, al Teatro Beat ’72, a cura di Simone Carella e Franco Cordelli.

Cari amici, che bello questo ritorno del “Premio Prestigiacomo San Mauro Castelverde” che tanti anni fa, dal 1993, ho avuto modo di ideare e realizzare per sette edizioni, con Nunzio e l’amministrazione allora attiva (e mi piace salutare qui l’amico Paolo Polizzotto), per onorare la memoria di un poeta e scrittore originario di questa terra magnifica che è la Sicilia. Due erniette antipatiche improvvisamente diventate cattivelle mi hanno costretta ad altro, e ora se ne sono andate, ma undici fastidiosi punti metallici mi hanno impedito di rivedere i monti azzurri delle Madonie e di stare con voi. Tuttavia da lontano vi seguo, e sono in spirito con voi.
Devo ringraziare, oltre Nunzio Prestigiacomo per la sua immediata adesione, Fabrizio Ferreri e Grazia Calanna con l’EstroVerso, perché entrambi hanno in vario modo collaborato con la nuova amministrazione e il sindaco Giuseppe Minutilla, che pure ringrazio, e hanno reso possibile la rinascita del Premio, essenziale per una nuova e urgente circolazione del nome di Paolo, soprattutto in vista di una ripresa della pubblicazione dei suoi numerosi inediti in prosa. Bello di questo premio anche l’aggancio con la giovane poesia siciliana che affronta e rilegge le poesie di Paolo, ponendo le basi per una nuova tradizione poetica come fucina della poesia giovane. Senza Ferreri e Calanna niente sarebbe stato possibile. Ringrazio naturalmente Maria Attanasio e Roberto Deidier che mi hanno coadiuvato nel difficile compito di individuare i poeti “giusti” e redigere le schede di commento a opere tutte importanti della contemporanea poesia italiana. Comprenderanno e perdoneranno per la mia assenza i premiati, Tiziano Broggiato e Giuseppe Grattacaso, e i menzionati, Maria Pia Quintavalla e Antonio Lanza. Ringrazio personalmente gli autori, ben centoventi, che hanno fiduciosamente inviato copia del proprio libro e testimoniato di un grande lavoro della poesia italiana in questi anni, vitale e spesso umile e paziente più di quanto si possa credere. E sono comunque stati ricambiati con la lettura da parte dei giurati del loro libro. Anche a questo servono i premi, a far conoscere libri che non si sono ancora incontrati.

Permettetemi ora una mia divagazione occasionale e chissà se esageratamente fantasiosa. Ovviamente ho provato in questi giorni a ripensare alla sorte letteraria di Prestigiacomo, e mi è venuto di affiancarla a quella, così diversa, ben più generosa di tempi e di possibilità e di libri, di Andrea Camilleri, che se n’è appena andato, all’apice di un travolgente successo. Figure diverse, dicevo, uno autore “giovane” di un mannello di versi fulminanti e l’altro esploso mediaticamente e globalmente in tarda età. Uno morto giovane come chi è caro agli dèi, l’altro dopo un lungo tempo a disposizione. Una cosa in comune c’è però in partenza: entrambi siciliani e arrivati nella Capitale intorno ai vent’anni, cercano con la stessa energia supporti e leve che certo non mancavano per diventare quello che si sentivano di essere, scrittori, e dal primo provvisorio scrittoio romano cominciano a ricordare. Che cosa? Ovviamente la cara terra siciliana che iniziano a vedere e rivedere da lontano, a dilatarne i contorni con la mente elucubrante, a raccontarne vicende e storie che si srotolano in una affettuosa lingua tutta nuova e pasticciata in dialetto siciliano, anzi in un dialetto reinventato che comprende il volgare arcaico e un italiano d’invenzione più che d’uso. Certo Andrea lo fa cautamente accendendo fiammiferi che solo molto più avanti negli anni diventeranno fuochi luminosi e possenti, che si ravvivano grazie alle luci televisive, fino al memorabile monologo del veggente cieco Tiresia nel teatro antico di Siracusa. Paolo accende fin da subito fuochi appariscenti che lo faranno notare e lo porteranno velocemente al centro dell’attenzione dei circoli letterari, prima di Aldo Palazzeschi, poi della nuova generazione che si andava affermando a Roma negli anni Settanta e con cui incrociò fin da subito un bel gioco di fioretto, acconsentendo da parte sua a ripetute letture dal suo unico libro in versi, Grotteschi, appena concluso e ancora manoscritto, sia in case private dove ci si incontrava, come quella di Enzo Siciliano in via Caroncini, sia nelle cantine del teatro underground d’epoca, come quella del Beat ’72. Certo Andrea è attento e silenzioso, fin da subito con astuzia si organizza direttamente sopra gli studi Rai di via Asiago dove lavorava, e da lì, da una situazione privilegiata, comincia a tessere la matassa segreta di una comunità di affetti e amicizie ricalcata sugli stilemi della sua terra. Paolo invece si sente da sempre un esule, appunto un siciliano a Roma, e quando Palazzeschi lo invita generosamente a cercarsi una casa dove più gli piace, lui sceglie via del Boschetto, una via del quartiere Monti, e una casa speciale con due ingressi, sul davanti e sul retro, del tutto indipendenti, un luogo comunque vicino alla Stazione, quello che conosce meglio e ha variamente frequentato nei passaggi tra una pensione e l’altra, e un occhio sempre pronto al treno per tornare in Sicilia. Tutto questo ho dovuto scriverlo per arrivare a una conclusione che mi è venuta d’improvviso, un po’ azzardata, e che vorrei appunto condividere con voi: la lingua di Camilleri è una lingua d’invenzione, astratta e affabulatoria, un impasto misto di italiano e dialetto che pare siciliano passato al vaglio dello scherzo e della canzonatura bonaria, che molto somiglia a quella della poesia di Prestigiacomo, ognuno impegnato in un atto linguistico inedito e a suo modo insurrezionale, sia pure in modi e generi ben diversi. Vi posso assicurare che quando Paolo leggeva le sue poesie anticate piene di lampi, suscitando negli astanti curiosità e grandi manifestazioni di risa, era un grande ammaliante trascinatore di parole magari incomprensibili secondo un codice normativo, da affabulatore e raccontatore che puntava all’oralità, alla potenza della parola detta, alla teatralità antica e corporea, come avrebbe poi fatto, in ben altre misure, e molti anni dopo, Camilleri. Accolta con favore nell’antologia de Il pubblico della poesia, pubblicata nel 1975, la poesia di Paolo, con quella lingua sarcastica e pasticciata di chi ha superato le avanguardie e mette in conflitto toni e accenti della grande tradizione italiana, ha avuto estimatori appassionati. Appunto nell’antologia, Alfonso Berardinelli allude “all’inusitato pastiche comico-alchemico di Prestigiacomo” e Giulio Ferroni scrive: “Una delle operazioni linguisticamente più impressionanti dell’antologia … assunzione in toto, sotto specie di furia, dell’arcadia lirica, per stravolgerla nel più clamoroso grottesco, nella più sfacciata parodia che si possa vedere in un libro di poesia”. E Paolo stesso concludeva un suo breve scritto: “Insomma io rido se ho voglia di ridere lo stesso faccio col pianto. Il perché sta dentro i miei poemi, se ce lo sapete trovare”.
Tradizione orale e colta è il doppio codice di Paolo che ha come unica e zampillante sorgente l’oralità del cantastorie, come in modo ben più accattivante e meno tragico ha saputo e potuto felicemente sviluppare Camilleri. Chissà se il libro di Paolo è mai capitato tra le mani dello scrittore siciliano. Noi non l’abbiamo mai visto Camilleri a Roma, ma lui vedeva tutto, credo, da lettore appassionato e onnivoro quale credo fosse, e quel libretto nella lingua mista di siciliano-italiano, un po’ arcaica e un po’ ipermoderna, non dovrebbe essergli sfuggito, senza considerare che certamente, rintanato in un angolo, seguiva anche le vicende del teatro a Roma, in particolare in zona Prati. E così noi abbiamo immaginato, in una fantasia arbitraria che a volte mi assale, demolitrice di confini spaziali e temporali, di sì, che il libro di Paolo uscito nel 1981 per la “Società di poesia”, in una collana autorevole, Camilleri l’abbia letto, o l’abbia comunque al minimo letto per stralci trovandosi magari tra le mani Il pubblico della poesia, colpito in modo decisivo da quella lingua curiosa e inventata, quell’idioletto siciliano-italiano quanto mai attraente, unico e senza precedenti, a riprova che la poesia, anche a distanza e in modo tortuoso e imprevedibile, può sommuovere energie ed idee e farsi ancora e ulteriormente creatrice. Anche gli alberi trovano la via per camminare, figuriamoci se non sanno trovarla i libri, che per loro natura non fanno altro che spostarsi e seminare dove vanno. E avrà pure Camilleri dato una mano ai giovani scrittori, ma chissà che per una volta, per gli scherzi pazzi che solo il tempo può compiere, un giovane scrittore non abbia dato una mano a lui, più grande e con ben più mezzi, in naturale continuità. E non rimproveratemi per quest’ipotesi. In fondo farei un torto a Camilleri a non definire questo mio pensiero che non ha prove evidenti ma, come la lettera di Poe, dice la verità, credo, per pura evidenza. D’altronde Paolo ci lascia un’irrequieta e incompiuta eredità che spetta a noi svolgere, ai giovani poeti siciliani in particolare, che in questa occasione hanno potuto conoscerlo e apprezzarlo.
Infine vi lascio con un pensiero-invito un po’ tardivo per essere davvero realizzabile, ma io non demordo: mi piacerebbe che i poeti premiati e i poeti siciliani giovani, ma anche chi non è poeta, scrivesse qualche pensiero, magari solo dieci righe da affidare a Fabrizio o a me, sul Premio, o sul luogo, o su Paolo o su altro, piccole tracce per un più lungo percorso da fare insieme.

Vi ringrazio per la gentile attenzione, vi ringrazio tutti e vi abbraccio, Gabriella Sica

Roma, 1 agosto 2019

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