L’immaginario di Eliza Macadan in “Pioggia lontano” per “unire il cielo alla terra”

L’immaginario di Eliza Macadan in “Pioggia lontano” per “unire il cielo alla terra”

Poco importa in quale lingua la poetessa moldava Eliza Macadan scelga di scrivere, se in romeno, francese o italiano, il suo tocco possiede garbo e visione tali da imprimersi senza incertezze nella forma più consona alla spinta espressiva. Nel suo libro Pioggia lontano (Archinto, 2017) la poesia indossa i suoni della nostra lingua e porta con sé il ritmo familiare della pioggia, in un titolo che non bada ai confini decisi dagli uomini, da un lato evocando distanze, dall’altro suggerendo che a osservare i luoghi attraverso una griglia d’acqua sfumano i contorni e nessun paese si mostra straniero. Un leitmotiv importante se il sintagma pioggia lontano ricorre con cadenza puntuale o imprevista lungo l’intera raccolta. Risponde forse a un’esigenza metafisica, a un’istanza di radicamento più orientata verso l’alto che legata a un paesaggio terrestre, laddove la pioggia non fa che unire il cielo alla terra.

Porta nel vivo del discorso la sezione d’apertura (Blitz), che accoglie testi segnati (o contaminati) dagli eventi della storia, con i suoi slogan vuoti, la sua brutalità, l’invasività predatoria: “Sono in trattative con la storia / il turno decisivo tra due secoli / mi arrendo e do i miei anni / lei prende anche il tavolo del silenzio / per usarlo al prossimo tiro di dadi / io sono bella perché prenderà anche me / lei è un’arrogante mummia carnivora / inginocchiatasi nella sabbia” (Sono in trattative con la storia). Se la cronaca dei popoli trascina in basso, se la realtà tende a schiacciare l’individuo, a soffocarne il pensiero, ecco che gli esseri, gli oggetti, gli elementi si ribellano, si sganciano dalle funzioni convenzionali e dai limiti fisici per saltare (è un verbo che appare di frequente) in luoghi altri, dentro spazi di assoluta libertà, “Le persiane si alzano / i clik clak della macchina da scrivere / saltano fuori dalla finestra” (Le persiane si alzano), “e saltano fuori le foglie / attraverso il parabrezza” (Inciampa l’estate). Non c’è nulla di ordinario in questo mondo poetico, persino le leggi che regolano l’universo appaiono inaffidabili: “Piovono / pezzi di pianeta morto / un secolo fa / […] / nell’aria i treni disegnano / le loro ferrovie / per portare i passeggeri in cielo // c’è qualcosa che non va nella gravità” (Piovono).

L’immaginario di Eliza Macadan ha segno visionario, per molti aspetti surreale, gremito di ogni sorta di figure che non stanno al loro posto, in continuo movimento e alterna direzione, ora protese in levità ascensionale (“volo sopra la terra all’alba / per prendere il caffè / tra le piantagioni del brasile”, “mi alzo dal sogno / al galoppo”), ora colte nella perentorietà della caduta (“cadono parole definitive”, “cadono uccelli dal cielo”). Sono tratti di uno stile riconoscibile ovunque nel libro, come pure nella sezione Lei risponde dal suo continente. Solo, il tono si fa più intimo, gli scenari domestici o urbani di un quotidiano diviso tra desiderio di felicità e inquietudine fanno da sfondo ad amori in costruzione o in abbandono, “Levita un ombrello / viola sul marciapiedi / […] / …non c’è fretta alcuna tra / l’autunno che conta paziente / le mie foglie morte e le tue / risate nevrasteniche” (Levita un ombrello). Anche qui le cose inanimate prendono vita, sono capaci di azioni, sentimenti, aspirazioni: “la casa non dà loro tregua / li vuole solo per lei / la casa ha un corpo da / soddisfare / un’anima da curare / […] / la casa vuole sempre musica nuova / per il suo film è regista e filantropa…” (Lascia cadere una lacrima). Tra questi versi, che sembrano ricreare le atmosfere fluttuanti dei quadri di Chagall, si discorre con apparente leggerezza di amori sfibrati, sconfitte, indifferenze: “Mi guardi dentro / ti guardo tra lacrime / piccola al risveglio / prima di indossare / la prima maschera / […] / …intravedi / quello che si è perso / nell’abbaglio della caduta” (Mi guardi dentro).

Le partizioni che seguono, Nemmeno per sempre e L’attimo esatto, focalizzano il vissuto allo scandire del tempo, laddove finora è prevalso uno stato di sospensione, il fiato trattenuto nelle alternanze del cuore a presagire un finale immedicabile. La locuzione nemmeno per sempre (immediato il pensiero corre al nevermore di Edgar Allan Poe) torna in più occasioni a dare ai versi un fremito d’ineluttabile, il senso di ciò che non perdura, “Nemmeno per sempre / rimarrà alito / su giovani labbra / carne sotto tortura / il secondo sbagliato / mi manda giù prepotente / dentro un’ora fissata / onnisciente l’aria / si imbatte nelle stesse / foglie a suon di stagione” (Nemmeno per sempre). Ora che le stanze sono disabitate e restano solo “nomi vuoti / da riempire con altri esseri”, la scrittura muove tra resoconti e intendimenti, dichiara la sua attitudine di avventura da vivere in solitaria (“scriverò dell’amore”, “scrivo in un diario di bordo”, “corro da sola / la maratona della poesia”).

Anche ne L’attimo esatto la poesia di Macadan insegue temi e immagini d’impronta surreale, corroborata da una consapevolezza che diventa equilibrio, e da un’ironia quasi non premeditata, piuttosto conseguente a un abile e giocoso utilizzo di comuni modi di dire, reinvenzioni dall’effetto straniante: “la mia gatta separatista / ha sofferto come un cane / non lotta più / è diventata troppo umana / e vuole indietro la sua vita / di gatta felice che srotola risate” (La mia gatta separatista). Dopo notti che portano altrove e mattini ben disposti a ricominciare, giunge il momento di camminare “accanto ad un pensiero / coraggioso”, fino all’attimo esatto in cui “bruciano i cuori”. Quell’attimo che prova a dilatarsi nei versi finali di Affresco con errore di chiusura, una sorta di dialogo amoroso che alterna a un intimo memoriale di viaggio le note di un dolente consuntivo: “non ho altro estro / che queste tiepide parole / senti come perdono sangue”.

*

Pioggia lontano
qui bambini con pance gonfie
e occhi spenti di sete
scriviamo insieme
nella polvere
lettere a caso
di un alfabeto in via
di estinzione
solo risate forti
sveglieranno
qualche dio dormiente
non abbiamo né carta né matite
si cancellano le lettere scritte
ad ogni tremito più nervoso
dell’aria
e non fa niente

 

*

Qui piove
sulla salma dell’estate
cercano tutti riparo
nella parola non detta
ancora
l’aria sposta due-tre
sentimenti
per far posto
a qualche anima
impaziente di cadere quaggiù
piove di nuovo come
se fosse desertico
il tempo in questo tempio
sacrificale

 

*

Levita un ombrello
viola sul marciapiedi
ricorda la gonna di
un’estate fa
la pioggia picchietta
le finestre di una casa
abbandonata
vecchia più del vino
dimenticato nelle cantine
del paese natio
picchietta sul parabrezza
riscaldato dal motore acceso
nel frattempo i combustibili
fossili stanno finendo il cibo
incartato in alluminio e plastica
modifica il pensiero filosofico
rende l’attualità più urgente
di quanto lo sia

realmente non c’è fretta alcuna tra
l’autunno che conta paziente
le mie foglie morte e le tue
risate nevrasteniche
un inverno nuovo nasce
ancora nella culla
del bambino celeste
non c’è fretta
il tempo ci attanaglia
nel suo morso perpetuo
levita un ombrello viola
il buio universale infiamma
il vuoto nelle parole

 

*

Oggi ha nevicato
per la prima volta
si è spezzata l’estate dentro di me
morta la mia natura
dagli strilli di bambini
guerrieri chiudono le persiane
piantano lì ogni da fare
insonne inseguo
i puntini nella retina
un’ibernazione nuova
scende piano coi fiocchi
dritta nelle mie ossa
continenti galleggiano
come se nulla fosse
accaduto

 

*

Pioggia lontano
sento sulla pelle
trema l’aria
nelle mie ossa
narici stranite
gonfiano ancora
respiri nemmeno per sempre.

 

*

Nella giornata non dichiarata dell’amore clandestino
tutte le macchine si fermano
ad un segnale interiore
sui sedili si versano desideri orizzontali
i parabrezza respirano convulsi
mettete le gambe sul volante
senza mettere la freccia
il cielo è sceso in strada per dondolare
l’amore clandestino in città
all’improvviso un cane intorno
arrossisce

 

*

Il mattino mi crolla
addosso
tendo la mano per aprire gli alberi
dall’armadio tiro fuori
un panno arrivato per mare
per un mantello pesante che copra il mio corpo
di terra
fino a terra c’è un cammino troppo breve
fino al cielo un freddo universale
ci riscaldiamo nei caffè
con tè portato per mare da navi a vela
gonfiate dal vento
con equipaggi contaminati di morte
oltre i secoli una sposa getta verso di me
il suo bouquet
ed io crollo nelle tue braccia.

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