Nasce a Catania la Fondazione Giornalismo Mediterraneo presieduta da Giorgio Romeo

nella foto in copertina – da sn Giorgio Romeo (presidente FGM), Giovanni Zagni (vicepresidente FGM), Ornella Sgroi (giornalista)

In un tempo in cui l’informazione è ovunque ma la comprensione sembra farsi sempre più rara, che ruolo può avere oggi il giornalismo, e come può tornare a essere uno strumento utile per leggere il presente? È attorno a questa domanda che, martedì 16 dicembre, è stata presentata la neonata Fondazione Giornalismo Mediterraneo, nel corso di un incontro tenutosi in serata a Isola Catania. Non un annuncio solo formale, ma la scelta di rendere continuativo e riconoscibile un percorso cresciuto negli anni proprio a Catania attorno alla formazione, alla sperimentazione editoriale e alla costruzione di relazioni nello spazio mediterraneo.

La Fondazione, costituita all’inizio di dicembre e con sede a Catania, è un ente senza scopo di lucro che opera per rafforzare un’informazione libera e responsabile, capace di tenere insieme persone, comunità e territori, con uno sguardo consapevole su un’area attraversata da fratture profonde ma anche da pratiche di cura e resistenza spesso poco visibili.

Tra i soci fondatori ci sono Laura Silvia Battaglia, reporter freelance specializzata in aree di conflitto e coordinatrice della scuola di giornalismo dell’Università Cattolica di Milano ; Giuseppe Di Fazio, responsabile di Avvenire Catania e già caporedattore de La Sicilia; Annalisa Monfreda, fondatrice di Rame ed ex direttrice di Donna Moderna; Giorgio Romeo, direttore del Sicilian Post; Guido Tiberga, già caporedattore centrale de La Stampa; e Giovanni Zagni, direttore di Pagella Politica e Facta.

A tenere insieme i diversi passaggi della serata è stata la giornalista Ornella Sgroi, che ha accompagnato il confronto tra i protagonisti, facendo emergere il filo che lega le esperienze da cui nasce la Fondazione alle sfide aperte del presente.

Nel suo intervento, Giorgio Romeo, presidente della Fondazione Giornalismo Mediterraneo, ha inquadrato il contesto che rende oggi necessario un progetto di questo tipo. «La fiducia nei media è fragile e cresce il numero di persone che evitano le notizie perché non aiutano a orientarsi», ha spiegato. «In questo scenario l’informazione rischia di diventare rumore. La Fondazione nasce per provare a fare il contrario: costruire spazi di senso, in cui il racconto dei fatti torni a svolgere una funzione civile».

Il solco da cui prende forma la Fondazione è quello del lavoro avviato dal Sicilian Post a partire dal 2018 con il Workshop Il giornalismo che verrà, organizzato ogni anno insieme a enti pubblici e privati, università, istituzioni culturali e partner nazionali e internazionali. In otto anni il workshop ha assegnato oltre 200 borse di studio, con una forte apertura nazionale: circa il 65 per cento degli iscritti proveniva da fuori regione. Un percorso che ha prodotto anche risultati concreti, portando all’assunzione di tre ex corsisti presso testate partner. A questo cammino si è affiancata la 10 Points Unconference, che ha coinvolto executive, direttori e figure apicali del giornalismo internazionale provenienti da dieci Paesi diversi, dando vita a un confronto da cui è emerso un manifesto condiviso sul futuro del local journalism.

È in questo quadro che si colloca l’intervento di Giuseppe Di Fazio. Nel suo contributo ha ricostruito l’evoluzione del progetto, ricordando come l’attenzione iniziale alla formazione abbia progressivamente assunto una dimensione più ampia. «Col tempo», ha osservato, «ci siamo accorti che non stavamo solo formando nuove competenze, ma costruendo relazioni, sguardi condivisi e un dialogo continuo con il Mediterraneo».

Guardando alle prospettive future, invece, Giovanni Zagni, vicepresidente della Fondazione, ha richiamato la necessità di lavorare sulle condizioni che rendono possibile il giornalismo nel tempo. «Non basta raccontare bene le storie», ha spiegato, «servono competenze, strumenti e metodi condivisi, capaci di trasformare esperienze isolate in un patrimonio comune».

A chiudere il confronto è stato Guido Tiberga, che ha richiamato il valore di un impegno di lungo periodo. «In una fase in cui il giornalismo è spesso schiacciato sull’urgenza e sull’emergenza», ha osservato, «scegliere di investire in formazione, comunità e responsabilità pubblica significa prendersi il tempo necessario per fare bene questo mestiere e per restituirgli credibilità».

Durante l’incontro è arrivato anche un messaggio di saluto e di sostegno da parte del presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Concetto Mannisi, a nome dell’intero Consiglio. Un segnale di continuità con il percorso del workshop Il giornalismo che verrà, di cui l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia è partner sin dalle prime edizioni.

È intervenuto inoltre Antonio Perdichizzi, presidente di Isola e della Fondazione Marea, che ha richiamato il ruolo degli spazi culturali come luoghi capaci di accogliere e accompagnare progetti civici e culturali legati alla città e al Mediterraneo.

Nel corso della serata è stato presentato anche Oasi / Deserti, lo speciale editoriale del Sicilian Post, come parte del più ampio lavoro culturale da cui prende forma la Fondazione e come riflessione sulla fragilità, sulla cura e sulla necessità di costruire spazi di senso in un tempo segnato da deserti sociali e informativi.

All’incontro hanno preso parte numerose figure del tessuto culturale e istituzionale siciliano, a testimonianza di un dialogo che la Fondazione intende mantenere aperto e strutturato con la società civile e con le realtà che operano nel campo della formazione, della cultura e dell’informazione. Tra i presenti, insieme a molti altri rappresentanti del mondo culturale e civico, Lina Scalisi, prorettrice dell’Università di Catania e presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catania, Biagio Guerrera, presidente dell’Associazione Musicale Etnea, Tino Cutugno, presidente dell’Associazione CineStudio Catania, e Antonio Gerbino, responsabile comunicazione di Civita Sicilia