N’zuppilu n’zuppilu – Wet through

N’zuppilu n’zuppilu – Wet through

libro giuseppe condorelli

Anteprima

Il dialetto è la lingua animale – come bene ricordava Sgalambro – è dunque la lingua primigenia, priva di sovrastrutture ideologiche e retoriche. È quasi la lingua aliena. È stato uno sbotto, una necessità improvvisa e imprevista quella da cui sono scaturite queste venti poesie che, per gioco, abbiamo poi pensato di tradurre-tradire in inglese. Per la presentazione di giorno 14 aprile al teatro “Machiavelli” di Catania, mi onora particolarmente la presenza di Nino Romeo, regista e attore, la cui straordinaria dimestichezza e il contatto continuo con il dialetto hanno segnato buona parte della sua produzione. Il marranzano di Puccio Catrogiovanni, poi, mi è sembrato lo strumento più adeguato a rendere il suono-senso dei miei versi.

 (Giuseppe Condorelli)

Sono sempre più rari i poeti capaci di usare il dialetto-lingua siciliana nella sua straordinaria bellezza di suoni e di significati. Questa silloge di Giuseppe Condorelli ci riporta nel mondo classico della sicilianità pura, quella della parola capace di trasmettere umori profondi e sentimenti senza compiacimenti di sorta. La poesia è insita nella forza della parola stessa specie quando, come in questo caso, il poeta mira a tradurre momenti esistenziali che razionalizza nel verso scarno e spesso dolente da cui sorge un vissuto che si universalizza nell’essenza stessa della poesia. Ciò che colpisce è il modo in cui Condorelli entra in quel clima di sogno e di realtà puntando dritto a quel pessimismo che non fa parte della realtà del nostro tempo, abbagliato da futili evanescenze.
Ci troviamo di fronte al poeta-uomo che attraverso un’attenta introspezione riesce a coinvolgerci fino al pathos, perché ogni testo di questa silloge entra dritto nell’animo.

 (Senzio Mazza, dal risvolto di copertina)

 

Tre poesie tratte da N’zuppilu n’zuppilu – Wet through, Le Farfalle, 2016. Traduzione di Maristella Bonomo e Andrew Brayley. Disegni a china di Tano Brancato.

 

*

 

Simulia.
Mi vagnu.
N’zuppilu n’nzuppilu.
Me matri
mi fa ‘nzigna
di trasiri:
no so’ munnu
non chiovi mai.
Séchita! – mi dici.

 

Pioviggina./ Mi bagno./ Goccia a goccia./ Mia madre/ mi fa cenno/
di ripararmi:/ nel suo mondo/ non piove mai./ Continua! – mi dice.

 

It’s drizzling.
Drop by drop
I get wet.
My mother invites me
to take shelter
in her world it never rains.
Come on! – she says.

 

*

 

O specchiu
dda vota ca mi taliu
canusciu cchiù i robbi
ca a me facci.
A ucca china di scuru
u ruppu di l’occhi.
Mi vidu
ma non sacciu
ca sugnu ju.
E i paroli cascunu ritti
e non fanu ummira.

 

Allo specchio/ quella volta in cui mi guardo/ riconosco più i vestiti/ che
la mia faccia./ La bocca piena di buio/ il nodo degli occhi./ Mi vedo/ ma
non so/ di essere io./ E le parole cadono dritte/ e non fanno ombra.

 

Once I look at myself
in the mirror
I recognize my clothes
more than my face.
My mouth full of darkness
curtains drawn over my eyes, I see
but I don’t know who I am.
Words fall straight
and do not cast a shadow.

 

*

 

I me libbra su janchi
c’hae sucatu
ogni parola
‘ppi sbrizziarla ‘nte fogghia
ma non haiu cchiù armu.
E arrestu ntò menzu
abbarruatu
tra tuttu chiddu
ca vulissi diri
e stu ciatu mutu
comu quannu
chiovi e c’è u suli
e diciunu
ca si marita a vuppi.

 

I miei libri sono bianchi/ ne ho risucchiato/ ogni parola/ per schizzarla
sui fogli/ ma non ne ho più la forza./ E rimango in mezzo/ senza sapere
cosa fare/ tra tutto quello/ che vorrei dire/ e questo fiato muto/ come
quando/ piove e nello stesso tempo c’è il sole/ e dicono/ che si sposa la volpe.

 

My books are white pages
I sucked every word
to splutter it on papers
but I can do so no more.
And I stand in the middle
without knowing what to do
and what I’d like to say
and with this dumb breath:
as when it rains
and at the same time
the sun shines
and they say foxes
get married.

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