Ossa per sete di Sebastiano Adernò

Poesia di Luigi Carotenuto

Nuova Editrice Magenta
Nuova Editrice Magenta

L’affondo poetico di Sebastiano Adernò, in Ossa per Sete (Nuova Editrice Magenta), s’impasta di una lingua a tratti oracolare, asciutta, in un linguaggio scarno, scavato, scheletrico, che nell’avorio cerca la purezza originaria imbrattata di sangue. Cantico torbido, esegesi in versi, dove ricorrono denti, mascelle, ossa, appunto, come un asfodelo a indicare la presenza del non visibile. “Una sorta di beffardo dizionario della redenzione, dove ogni lemma diventa il sarcasmo di un dio tragico, incapace di univoco silenzio, e perciò di salvezza”, scrive con grande perspicacia Vincenzo Di Maro nella prefazione, e aggiunge: Nell’ostensione di un equivoco linguaggio rituale avvengono smascheramento e restauro di una più giusta “norma mitica”. Adernò ha delle intuizioni folgoranti: “morto io / Dio si dovrà sostenere sulle sue gambe”, “Per esempio / quella che chiami madre / non è che un tentativo”; la sua “Sete (di meraviglie)” si raccoglie nel grembo della memoria, della custodia sacrale: “Colleziono ciò che altrove fu raccolto in brandelli, / suoni subacquei, / sfiati del ventre // Colleziono ciò che alcuni chiamarono Sete”. Un poemetto che indica come unica pedagogia possibile quella ontologica: “Essere sarebbe sufficiente ad insegnare”. In una sintassi ben oliata da un orecchio musicale, Adernò con la sua scrittura-fionda e “un fucile caricato / a tuberi e sonagli” in spalla, difende il “Nome” con la maiuscola, dalla ridda di coloro che “lanciano pietre / convinti / di poter lapidare / nome e miracolo”. La via battuta dagli uomini, oscura “come la notte incede / sugli occhi del cieco”, orfana di senso, ancora, a ben udire, può riconoscere “l’eco di un Dio lontano”, e, scavando a fondo, rinvenire la Misericordia.

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