Le liriche di «Picca», ovvero l’ultimo quaderno di Salvo Basso, datato 2001, sembrano implorare un supplemento d’ascolto alla breve vita del poeta (1963-2002), come se la scrittura potesse ancora scavare una trincea contro il Tempo, proprio quando – e proprio perché – il tempo è ormai agli sgoccioli. Renato Pennisi, amorevolmente, le ha estratte per affidarle ai tipi di «Nous» di Chiara Sicurella e Giuditta Busà che ne hanno fatto un libro snello, dolorosamente fragile, elegantissimo: una sorta di «taccuino dei giorni ultimi», come lo ha definito Giovanni Tesio nel saggio che lo introduce. Salvo Basso è stato un intellettuale «marginale» nel senso più alto del termine: lontano dai centri ufficiali della cultura e proveniente da una cittadina, Scordia, che si perde tra gli aranceti della Piana di Catania: dunque «provinciale». E per di più «dialettale»: benché il suo dialetto non coincide affatto con la tradizione vernacolare della Sicilia, né con la nostalgia di una presunta lingua pura da custodire. Se, perciò, il paradigma della poesia isolana del Novecento poteva ancora trovare in Ignazio Buttitta la figura cardinale di una vocazione civile e identitaria, Basso appartiene già a un’altra stagione, ad un sentire diverso, se non opposto, che egli stesso ha contribuito a creare: «Poesia civili/ nunni sacciu fari. Iu/ scrivu e (chi)ddi/ continuanu a rubbari» («Poesia civile/ non ne so fare./ Io/ scrivo e quelli/ continuano a rubare»). La sua lingua però non si limita a oltrepassare quel confine: si fa poesia proprio nel momento in cui mette in discussione naturaliter tutto ciò. Un’azione dunque che implica una espressività nuova, uno stravolgere e volgere della parola verso altri significanti e significati, sulla stregua dello stesso lavorio che aveva intrapreso col dialetto trevigiano Andrea Zanzotto: non a caso uno dei poeti prediletti da Salvo Basso. Allora il «vecio parlar» del poeta veneto, diventa in Basso un dialetto rastremato, spogliato da ogni idillio. Una mutazione che non dimentica affatto l’italiano (e nemmeno altri idiomi: l’inglese, per esempio), anzi lo integra, lo alterna e lo trasmuta nella lingua nuova della sua poesia, il cui segno più evidente è proprio questa permeabilità. Come il poeta veneto, anche Basso lavora sul linguaggio come su una sostanza instabile, sottoponendolo a una pressione interna ed esterna continua, soprattutto ontologica. Ecco perché il dialetto di Salvo Basso non è una lingua che si chiude su se stessa auto-celebrandosi, ma una materia porosa, nevrotica a volte, a volte dolorosamente lirica, sempre disponibile a sollecitazioni e contaminazioni, intrecciata soprattutto alla consapevolezza della fine. Il risultato è un rapporto conflittuale con la parola-vita, in cui la poesia-lingua appare e scompare, si offre e si ritrae. La poesia stessa assume cioè i tratti di una presenza capricciosa, quasi di una divinità dispettosa – «è capricciusa/ a buttana – va cuccu vola/ e quannu vola idda» («e’ capricciosa/ la/ puttana – va con chi vuole/ e quando vuole lei») – che si concede soltanto per frammenti: «Accussì è a poesia vena/ quannu voli idda – misi/ di ddiunu di fami a/ chianciri e mancu na/ lacrima npinseri – Appoi/ chissacciu s’arrusbigghia o/ sa rricorda – o ttrova a/ penna/ u sapi unni è/ (macari quannu ammucciu» («Così è la poesia arriva/ quando vuole lei – mesi/ di digiuno di fame a/ piangere e neppure una lacrima un pensiero. – Poi/ che so io si sveglia o/ si ricorda – o trova la penna/ lo sa dov’è/ anche quando la nascondo»). Ogni lirica sembra registrare una lotta per dare senso al mondo e a se stesso e, insieme, l’impossibilità di riuscirci fino in fondo. Ciò nonostante Basso continua a scrivere, a correggere, ad appuntare versi, componendo un’opera che non è il semplice testamento di un poeta ma una profondissima riflessione esistenziale. Nondimeno, il dramma imminente è continuamente attraversato da una sorta di pudore che impedisce ogni enfasi: la morte stessa diventa materia di lavoro poetico: «La morte è questo/ non esserci più – /La morte sarà quello – / non esserci più». Per questo, la gestione della parola coincide, in ultima analisi, con la gestione del Tempo. Un tempo infame e breve – un «non-tempo» – che riduce sì lo spazio dell’esistenza ma non riesce a interrompere quello della scrittura: «Voglio scrivere il mio miglior/ libro./ Pure dall’aldilà.// (Se no ci riesco/ prima)». Il foglio è breve, la vita è breve poiché il tempo è «picca» e tuttavia il lavoro del poeta continua oltre il proprio limite: «Presunzione del morente/ questo continuare/ a scrivere». Ne nasce una poesia sospesa tra volontà di resistere e certezza di non poter essere più e che trova in questo straziante dissidio la propria splendente verità. «Picca» non è un nemmeno un libro sulla morte che sopraggiunge, ma sulla sproporzione tra la brevità della vita e la durata potenzialmente infinita di una scrittura che si eterna proprio nello zanzottiano «gnessulógo»: lì dove scorre, finalmente, l’umanissimo e incommensurabile «picca» di Salvo Basso, poeta.
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«Picca», Salvo Basso, Nous editrice, San Giovanni La Punta, 2026, euro 15,00








