«I versi non ci lasciano vedere la poesia,/ ma nell’unirsi ci proteggono/ con il dolce fogliame dei loro sogni,/ come il bambino che si è perso/ nel mezzo di una foresta oscura/ e questo lo nasconde nella sua penombra/ dai lupi che ululano la verità». Una poesia (s’intitola “Quello che il cuore cerca nei boschi”) per segnalare “Quando ci sono” di Alfonso Brezmes, pubblicato da Einaudi. Un volume distinto da schiettezza e “istantaneità”, (ricordiamo che il poeta spagnolo è anche un fotografo e artista visivo), che cristallizzano senso nella chiara consapevolezza che «Dietro ogni parola ne abita un’altra/ che risveglia le cose col suo nome», che «ogni cosa/ confida il suo segreto a chi l’ascolta:/ la grazia di esistere senza un perché», che «tutto ha in sé il suo contrario», che Itaca «naviga verso sé stessa/ fatta dei viaggiatori che la cercano». Un’esperienza profonda, a tratti estatica, per un volume – costellato di citazioni, chiarità, flash-back, sbigottimenti, desideri, misteri, osservazioni, attraversamenti, penombre, trasparenze, solitudini, debolezze e, «minuscola immensità», la bellezza dell’esserci, – tradotto, (come il precedente “Quando non ci sono”, per le medesime edizioni), da Mirta Amanda Barbonetti che abbiamo intervistato.
Con “Quando ci sono” di Alfonso Brezmes, inizio col chiederle: perché (oggi), dalla voce della curatrice, leggere questo libro? Cosa può la poesia “contro” la dilagante incapacità di ascolto e cognizione?
Nella frenesia della realtà odierna e nel linguaggio senza interruzioni dei social media, la poesia è lo strumento che consente una pausa di riflessione. I ritmi del linguaggio poetico conducono a un momento meditativo e di rielaborazione interiore, diversamente difficile da realizzare. Leggere questo libro e il precedente “Quando non ci sono” è importante per comprendere più nel profondo l’autore, perché sono due opere complementari, l’altro volto della stessa medaglia e l’autore le rappresenta entrambe.
Quali parole la “trovano” se le chiedo di tratteggiare Alfonso Brezmes secondo l’idea che, in un lungo tempo di “ascolto”, le hanno “restituito” i suoi versi, meglio il suo “fare” poesia?
Quando nel 2018 pubblicai l’ebook, “Memoria e desiderio”, la poesia di Alfonso Brezmes, per la casa editrice La Reserche, le due parole chiave nella sua poesia erano per me riassunte nel titolo del saggio: memoria e desiderio. Erano gli anni in cui il poeta stava lavorando alla pubblicazione che avvenne nel 2019, in Argentina di Vicios ocultos, una delle raccolte più impregnate di desiderio (penso alla poesia Paradiso in corso d’opera), che nell’ultima raccolta si è trasformato in un sentimento d’amore più profondo e potente, capace di oltrepassare i limiti imposti dallo spazio e dal tempo. La memoria, rivissuta nella sua valenza proustiana, resta uno dei capisaldi della poetica di Brezmes, come un organismo in continua evoluzione. Rispondendo alla sua domanda, in cui mi chiede quanto raccolgo dal mio lungo tempo di ascolto della sua poesia, sta nelle seguenti parole: accettazione di una vita in bilico, amore e desiderio, parola e linguaggio, memoria e mistero.
“Ho paura stanotte/ di essere una luce in lontananza,/ e che quando andrò a dormire,/ e chiuderò gli occhi,/ qualcuno, in qualche luogo,/ resterà al buio”, i versi di Brezmes per chiederle: la poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?
Lei cita la seconda quartina della poesia In lontananza, che partendo dall’osservazione delle luci di case lontane abitate da altri uomini, porta l’autore a riflettere sulla paura e lo smarrimento, che lo assalgono nel sentirsi una flebile e instabile fiammella. Il poeta, nel suo compito di riscrivere il linguaggio, cerca di illuminare gli altri con le sue poesie, come un dio minore che fa luce con le parole e teme che possano smettere di brillare quando lui non ci sarà più. La poesia nel dare vita e corpo a un luogo fantastico dove tutto può accadere, rappresenta senza dubbio la lingua dell’invalicabile.
“È urgente la vita – gli dico –,/ ma più urgente è la calma/ per sentire quest’urgenza.”, ancora i versi di Brezmes per chiederle: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta?
Questa strofa è tratta da Album di famiglia, dove il poeta mentre guarda le foto, si immagina una conversazione con il padre morto che lo invita alla ponderatezza (al famoso “fa tre bei respiri prima di parlare”). Nell’affrontare la vita, non devono mai essere dimenticati gli insegnamenti dei padri. Se la poesia possa colmare una pensosa solitudine del poeta, dovremmo chiederlo a lui. Personalmente credo di no, penso che la poesia nasca e risponda a bisogni in essere e lacune solo parzialmente colmabili. Può essere un vitale strumento di aiuto, ma non la soluzione.
Pensando alla sua attività di traduttrice domando: la poesia è realmente traducibile? E se lo, è più corretto parlare di traduzione o di reinvenzione, di riscrittura?
Tradurre poesia è un’operazione complessa, del tutto diversa dalla traduzione di un testo che non implica coinvolgimento emotivo. Nel mio lavoro come segretaria di direzione, sono stata spesso impegnata nella traduzione di testi di argomento storico, turistico, letterario legati a esigenze conoscitive oggettive, mi consenta il termine “asettiche”, mentre la traduzione poetica è tutt’altro: nasce dalle emozioni suscitate con la lettura di alcuni versi, nel volerne catturare i significati più nascosti, nella musicalità trasmessa. Tutto ciò risponde a esigenze squisitamente emozionali e irrazionali. Credo che uno degli aspetti fondamentali nella traduzione poetica, oltre ovviamente l’impegno “etico” alla fedeltà del testo, sia quello di riprodurre la musicalità creata dal poeta nei versi.
C’è poi, per quanto mi riguarda, un altro aspetto chiave: lo stato d’animo vissuto nel momento in cui mi accosto a una poesia. Non sono capace di tradurre un testo poetico, secondo prefissati ritmi d’ufficio, sento il bisogno essere in una condizione emozionale tale da mettermi in sintonia con il testo.
La traduzione poetica è soprattutto SENTIRE la poesia. Come scriveva Alda Merini: “Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente…”.
Incontrare la poesia di Brezmes è stato per me SENTIRLA e la traduzione è nata da un bisogno interiore di comprenderla nel profondo. È stata una sfida, un esperimento, ma se non mi fossi ritrovata nelle sue parole e nelle emozioni che i suoi testi mi hanno da sempre dato, l’operazione non sarebbe riuscita. Non sempre la poesia può essere pienamente traducibile, penso a un verso di SESSO ORALE,dove il gioco linguistico si è inevitabilmente scontrato con con i limiti imposti dall’alfabeto e non è stato possibile riprodurre il gioco di parole dalla A alla Z: “te iré despojando/ de los nombres de las cosas,/desde el Zapato hasta el Alma”, “ti spoglierò/ dei nomi delle cose/ dalla Scarpa all’Anima.” L’equivalente in italiano di zapato, scarpa, ahimè non esiste, se cerchiamo una parola che inizi con l’ultima lettera dell’alfabeto, a meno che non la si voglia tradurre con parole come zoccolo o zeppa, che non corrispondono al senso originario. E per rispondere alla sua domanda se sia più corretto parlare di traduzione o di reinvenzione, di riscrittura, possiamo pensare che talvolta con la traduzione si crea anche una poesia nuova, sorella della prima. Questo è il mistero delle lingue e dei loro suoni. Emozioni e parole, riportate in una nuova lingua acquisiscono anche una nuova musicalità che diventa un arricchimento del testo stesso.
E, ancora, la poesia (dal suo punto di vista) è più ispirazione o più costruzione? Qual è stato, ad oggi, un “insegnamento” ricevuto in dono dalla poesia o, se preferisce, “semplicemente” da un verso?
Penso che la poesia sia ispirazione e costruzione insieme, o meglio una costruzione nata sulla base dell’ispirazione. Un verso di Alfonso Brezmes rimasto scolpito dentro di me, è la dedica, presente nel libro del Don de Lenguas (Renacimiento, 2015) alla figlia affetta da disturbo dello spettro autistico: “A Marta, che mi ha insegnato il linguaggio dell’anima”. In un lessico famigliare che scava in superficie, cercando il significato più vero delle cose, la ricerca del linguaggio si realizza nei luoghi più inattesi e nelle persone più fragili.
E in questo contesto si inserisce anche la dolcissima poesia scritta per Marta:
LA VIAJERA
Sé que está porque no está:
si estuviera yo no lo sabría.
Habla un idioma extranjero.
Son maletas sus palabras.
Su silencio anuncia en mí
la huella sorda de sus pasos.
—
LA VIAGGIATRICE
So che c’è perché non c’è:
se fosse qui io non lo saprei.
Parla una lingua straniera.
Sono valigie le sue parole.
Il suo silenzio mi annuncia
l’impronta sorda dei suoi passi.
Sceglierebbe (riportandola), e per salutare i nostri lettori, una poesia di Alfonso Brezmes che ha cambiato (più di altre, e ammesso sia accaduto) il suo essere nel mondo (e, magari, spiegandoci il perché di questa scelta/preferenza)?
Non ci sono poesie di Alfonso che mi hanno cambiata, bensì poesie che mi hanno aiutata a conoscermi, testi in cui mi sono ritrovata nelle mie cadute, fallimenti e rinascite, in cui ho rivissuto e rielaborato emozioni e ricordi che ho sentito miei, altrimenti non sarebbe probabilmente nata la nostra sintonia poetica. Il testo che sempre mi emoziona, per l’immensità dell’amore descritto è la poesia per Maria José, la moglie recentemente scomparsa, un amore non muore mai ma cambia solo forma.
DAME LA MANO
Porque tuvimos alas
y el instinto aún nos empuja.
Por el capricho de caer
Y no hallar fondo, sino cielo.
Por el misterio de saberse
Por un segundo invulnerables.
Por el placer de la conquista.
Por la liberación de la renuncia.
Por la codicia del que anhela.
Dame la mano, amor
Para cruzar al otro lado
aunque se parezca a este.
Aunque sea este.
(Alfonso Brezmes)
—
DAMMI LA MANO
Perché avevamo ali
e l’istinto ancora ci spinge.
Per il capriccio di cadere
e non trovare il fondo, ma il cielo.
Per il mistero di sapersi
per un attimo invincibili.
Per il piacere della conquista.
Per la liberazione della rinuncia.
Per l’avidità di colui che brama.
Dammi la mano, amore,
Per passare dall’altra parte
anche se è simile a questa.
Anche se è questa.
(traduzione di Mirta Amanda Barbonetti)
*
(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 30.03.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).









