Rossa di meduse era l’estate

Rossa di meduse era l’estate

Rossa di meduse era l’estate
al porto piccolo, una resina
spendeva in calma d’acero
le forme alla città sfiancando

il nostro amato gioco delle
sabbie in cellule di mani e
libri sopra il tempo d’inseguire
un fuoco a Majorana, vaporando

foglie somiglianti a malachite
sazia d’altro rame in ogn’invitto
angolo di sogno. Ma tu posami

il tuo capo dal ricordo sì che
possa carezzare un gesto
come il farmaco del primo sole
al fresco della riva, invocami
d’Orfeo non più tenaci fiere,
allevami una pietra di sussurro
nella carne. Forse è questa terra
che farnetica del sole.

*

Ci coprì quel mare e noi
lo raccattammo
a noi toccò lo sperpero di cenere
una lancetta d’osso nel tallone

e albumi arrotolati sulle
schiume: né uccelli né libellule
ma gatti miscredenti per un canto
che c’inghiottì sul vivere sudori

e un dio come il bambino da svezzare
diventando
questa curva d’elica
in dosi cellulari da immolare sulla pira

e forse noi dovremmo già
imparare
le conchiglie saporose oppure
folgorare metri di grecale
alla rugiada quando
la corrente brucia di tramonto

e fra i capelli va formando
una molecola del tuono
lo scirocco d’africa s’inventa il rosso
buono per rubare al nulla
un suo preciso fiore.

*

Mai non posa quel che noi
sentiamo in uno slancio
della rosa giovane o
rubando un nome al fato
poi vedessimo rinata su

ogni nucleo stordito
una mandorla d’agosto
potremmo anche durare
in questa piazza senza più
il cavallo del Messina – lo

spostarono sull’erba e
senza un’importanza ora
si muore – incedere tra
il tanfo delle orate
in mostra sotto i portici

e ridere del sole come una
sevizia lunga quanto il giro
del ventricolo sinistro d’una
vita.

*

I giorni che ci unirono le pieghe
sfamarono i protoni azzurri
dello sguardo
impegnando scene dove addensano
le lune di saturno

ma ci volle un battito e
diecimila vuoti
enormi quanto l’orbita
di un cosmo per svolgere
la notte del ventriloquo
come bandierina
lucida
tornandoci dal circo.

*

Ho letto che potremmo
anche mutare il sogno di Tersicore
lasciando le sue figlie
amare la catastrofe dell’acqua
in un gesto
sulla tibia catturare il sole, un
respiro di quel sole
che s’inventa un’altra fame
al nostro sguardo, ho letto
che potremmo anche durare.

 

 

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