Salvatore Orofino. Il sogno, il ricordo, l’amore in “Ciao, sono Luca”.

Nessuno sa se tutto si ripete mentre ti penso, ma amo quel momento, gli sguardi che mi passi uno per volta. Occhi dunque, forma circolare di pupilla che in sé racchiude e svolge e riavvolge il ritmo del tempo misurabile e quello di un tempo indefinito. Occhi, più precisamente anello espressivo in cui convergono pensieri e azioni, occasioni perdute, incontri tra sogno e ricordo (un cimitero per tutti i personaggi che abbiamo conosciuto) da raccontare con una parola giusta anche nei giorni avari e nelle rese.

Splendida avvolgente scrittura di un cantico amoroso declinato tra passato e presente, e in forma di prosa, questa di Salvatore Orofino. Testo nel quale la passione e la nostalgia vivificano e rievocano un tu femminile amore perduto, figura intorno alla quale la mente espande pensieri e riflessioni come cerchi concentrici. Negli undici “Capitoli” del poema Ciao, sono Luca (Editrice Zona, 2025, prefazione di Plinio Perilli), Salvatore Orofino appronta, sebbene il periodare prosastico, un lessico poetico di rara intensità sul tema della memoria, luogo di incontro almeno quanto il sogno per ritrovarti nel tempo tra semisconosciuti, guardarti come davanti a un fatto. Ogni frase registra con spiazzante precisione, senza peraltro mai cedere (come invece accade in tanta simil-poesia) alla banalità, all’ovvio quando si scrive dell’assenza, del vuoto d’amore, invero un itinerario interiore, un andare radicato nei gesti e nelle azioni abituali della quotidianità nonché l’avvicendarsi di situazioni tra conscio e inconscio, e viceversa. Registra altresì e in modo esemplare il dinamismo d’una parola-respiro febbrile, irrequieta, spiazzante come un sobbalzo emotivo che la ragione tenta di governare. La ricerca del perduto soggetto d’amore, la speranza di un incontro fortuito per le strade, i giardini, i luoghi fisici un tempo condivisi, il ricordo della voce, delle mani e dello sguardo (il primo e l’ultimo scambiato all’incrocio di due vite), l’ombra di lei inseguita da questa scrittura nata nel segno del batticuore dell’altalena e del deserto, insieme all’auto-procurata consapevole illusione, quel fare finta di vederti, rimedio necessario per lenire l’anima dalla paura disperata, come un errore conosciuto, (..) che nella terra ci fa pedine e niente, sono costrutti, insieme a molti altri, indicativi una tensione interiore implacabile cristallizzata nello spazio/tempo memoriale, un contagio di ricordi, di incontri mancati che pure accadono quando ridetti, raccontati a sé stessi e all’altra da sé per ricordarla e dall’altra essere riconosciuto, ricordato qui e ora, in questo giorno dove tutto si ripete.

 

Nota biobibliografica – Nato a Caltagirone (Catania) nel 1958, Salvatore Orofino ha pubblicato sulla Rivista di Letteratura Via Lattea (n.7- gennaio/giugno 1991) alcune poesie inedite, poi confluite nel libro Mesi (introduzione di Loretto Rafanelli, I Quaderni del Battello Ebbro, 1994). Con le Edizioni Novecento (2021, a cura di Renato Pennisi) ha dato alle stampe Il capogiro del compasso.

 

Potrebbero interessarti