Scrivere

Scrivere

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La scrittura è effectio corporis. Indistinti rimuginìi cerebrali esigono una edificazione, un alcunché di tangibile, una cristallizzazione in forma. Una reflexio anatomizzata e assettata, che non sfumi in un reflexus cerebri, reclama un corpo. Tuttavia, la sua genesi, come ogni concepimento, mostra la sua insidia: in aggiunta all’evidente effetto prodotto da una spoglia sostanziale che confina l’intelletto entro i suoi margini, quantunque necessari per dare ordine e gravità ai pensieri, tende a fondere, subdolamente, l’io scrivente con l’oggetto narrato. L’io incombe sulla cosa e questa, di rimando, s’imprime nel soggetto. La contrazione indotta da tale contaminante infiltrazione innesca un’identificazione che trascina verso un esiziale deragliamento: la comunicazione. Antitetica all’espressione, epiphania del rapporto con se stesso e con il proprio spirito, riguarda quel correlarsi con l’altro che origina dalla necessità di vivere in branco. È spontaneità d’esistenza, come un digrignìo di fiera, un ammiccamento d’intesa o un’emanazione feromonale. Chi comunica non può non identificarsi con la cosa che, in quel momento, lo sta abitando. È quel passaggio dall’oralità al gergo scritto che annienta la forma in favore della fretta e riduce la parola a traccia d’inchiostro analoga a cartello stradale o insegna promozionale. Quantunque la scrittura sia condizionata dalla pulsante materia antropica, l’io determinato a esprimersi può, nondimeno, fiaccare tale assorbimento con una coercizione, vale a dire con l’attuazione di una frattura tra se stesso e il proprio actus. Stendere uno iato che s’interponga tra scrittura e ordinaria esistenza di funzioni fisiologiche e bisogni equivale a staccarsi da se stesso, tuttavia deve tentare con ogni mezzo. Tale scarto è risonanza della sua attenzione e può preservarlo dallo sdrucciolare verso  un io comunicante.

(l’EstroVerso Gennaio – Marzo 2013)

 

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