Scrivere per “delinquere”

Scrivere per “delinquere”

alessandro de santisi

Parola d’Autore

Da uomo del mio tempo vivo in modo piuttosto appartato, la mondanità e il chiacchiericcio non mi interessano. I due motori del mondo: il denaro e il sesso, nella loro dimensione houellebecquiana, non mi interessano; mi interessa molto di più la sostanza umana, la coerenza e l’autenticità, sia pure immerse nel caos della molteplicità materiale. Da scrittore, che scrive indifferentemente sia narrativa che poesia, mi piace molto la figura dell’intellettuale pasoliniano e il suo dover essere “una provocazione vivente”. Lo scrittore che vive davvero la sua età deve saper delinquere in senso letterale, deve saper percorrere le strade meno battute: fallire meglio, architettare con coraggio. Se invece dovessi dire qual è la figura che più mi rappresenta quando scrivo, direi che mi sento molto vicino a un artigiano: un piccolo artigiano chino sulla mola, attento al suo lavoro, meticoloso, paziente e al tempo stesso pieno di fantasie, desideri e visioni; un vero demiurgo di cosmogonie, senza soluzione di continuità. Ho iniziato a scrivere, almeno in forma compiuta, negli anni dell’università; non ho quadernetti d’infanzia da recuperare e leggere agli amici. A leggere invece ho iniziato sin da piccolo e credo non smetterò mai. Mi considero dunque un grande lettore, prima ancora che uno scrittore. Tutto è cominciato con una copia scarabocchiata in copertina delle Favole al telefono di Gianni Rodari. Credo che la poesia sia una forma espressiva magnifica, dalla forza dirompente, se solo si ha la grazia di ascoltarla. Al tempo stesso ritengo che essere poeti non è qualcosa che ci si attribuisce da soli per aver scritto qualche verso, riversando i propri pensieri e andando spesso a capo. Il poeta, almeno nella mia idea di poesia, scrive per raccontare qualcosa (che è poi anche quello che dovrebbe fare la narrativa) e questo deve sempre tenerlo ben presente, quando lavora duro sulla metrica, la musicalità e la lingua dei suoi testi. La poesia che risulta inaccessibile al lettore è una poesia sterile, difettosa, che francamente non mi interessa né leggere né tantomeno scrivere. In particolare da questa riflessione, ma non solo da questa, è nato il mio secondo libro di poesie  Metro C (Manni editori, 2013), arrivato 7 anni dopo il mio esordio de Il cielo interrato (Joker, 2006), libro carico di suggestioni e influenze e che raccoglieva tutti i testi da me scritti dagli esordi fino a una maggiore maturità. Metro C, con il suo titolo pop che vuol riassumere in sè passato, presente e futuro, nasce dalla volontà di raccontare in presa diretta – attraverso delle polaroid incendiarie – l’umanità, camminandole affianco, in viaggio, per stazioni o fermate. Nel percorso di Metro C si mescolano le ere, le epoche, tutto è estremamente vicino ma anche lontano (si accenna ai sei gradi di separazione), si incontrano fantasmi di ogni tempo, celebrità e personaggi anonimi, non ancora morti e non del tutto vivi. Ogni poesia è una fermata della metro, con un orario e delle annotazioni di viaggio come sottotitolo, e ogni poesia è un personaggio, un nome proprio e un sentimento da visitare. Una poesia in qualche modo narrativa, in verso libero, che regala delle zoomate umane come fossero delle micronarrazioni, che possono essere lette autonomamente, ma che trovano il loro senso nella sequenzialità del viaggio e nell’imprescindibile filo rosso dell’umanità. Non a caso il viaggio si conclude con l’immagine forte di un ballo felice e rovinoso, che è il ritratto della città antropomorfa che vi è tratteggiata; un ritratto dolente, ma non solo: happy sad, come il titolo di un vecchio disco di Tim Buckley.

COPERTINA ALESSANDRO DE SANTIS

 

 

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