THE ROCK – La poesia che r-esiste: Davide Castiglione, Non di fortuna, Italic.

THE ROCK – La poesia che r-esiste: Davide Castiglione, Non di fortuna, Italic.

L’entropia del linguaggio impatta sin dagli esordi in questa nuova raccolta di Davide Castiglione. Non di fortuna, ma quasi, se il frazionamento avvertibile nel primo lavoro – Per ogni frazione, Campanotto, Udine, 2010 – del poeta piemontese (nomade, e per ora di stanza a Vilnius) sembra adesso ricercare una fuoriuscita nei casi di un’esistenza arricchita d’incontri: «Devo a un lunapark congelato / qualche gettone d’antecrisi / quando era la vacanza non io a condurmi» (Devo a un lunapark congelato…, p. 5).
Entropia, dicevamo, che la parola prova ad arginare riconsiderando tempi (vedi la ricorrenza del termine, soprattutto nella prima sezione introduttiva), costruendo spazi “privati” (titolo della seconda sezione) e valutando i corpi – «è un corpo / per terra; tòrto; terminale. / Capiterà di pestarlo; passare / l’aspirapolvere la spugna e via» (Ape, p. 20) – transitanti come se i luoghi, una volta attraversati, perdessero ogni fondamento: «Tempo in là (aeroporto / lenti appannate non un saluto / da portarle e dirsi addio / non serve a nessuno» (Quanto e quanto poco, p. 23).
Tra assenza e presenza si muove questo linguaggio che, forse, trova la sua originalità nelle sprezzature sintattiche e, quindi, nel desiderio di interrompere le referenze comuni del linguaggio, nel tentativo di ricreare un paesaggio di nuove epifanie: «Scusate, ma in autunno ci si ammala / d’intimismo, si indugia nel malanno / del verso che si appoggia con dolcezza / al verso precedente. Uno il bene / che viene dalla lama, dall’accetta, / la forza che ne brilla, lo risente» (Quello che non c’è, p. 34).
Il privato si “riduce” nella terza sezione, Le bolle azzurre (e altre province), e l’atmosfera si fa ricordo nello sforzo di ricostruzione di un’identità in continuo spostamento. L’urto con la “storia”, con l’altro relazionale, parte, nel poemetto Le bolle azzurre, da una sorta di clausura monadica – «nella bolla che ero / appeso a seguirla, mi restava fuori ma era quasi me» (Le bolle azzurre, I, p. 40) – un’«immersione» in sé che desidera farsi «tempo: presente!» (Le bolle azzurre, IX, p. 48), come nei ricordi dal passato (nel caso specifico dai banchi di scuola).
Così, verso la fine della raccolta, l’entropia di cui all’inizio, pur continuando la sua azione trova un contrappeso nella funzione mnesica del linguaggio – «ricordo le musicassette trasparenti come acqua di sorgente. / Sono serio, che ridete. Mentre / l’entropia sgretola a partire da quella vernice» (Festa di classe, p. 52) – e nelle correlazioni nominali che fanno il messaggio il più possibile aderente alla concretezza del reale «C’è il guardrail fossile di serpente / ma nessuna tentazione di superarlo o di / interromperlo – è indiscutibile dal pullman che si limita / a spostarsi mentre tu sai viaggiare» (Corsa senza andata, p. 53).
Assenza dovuta a spostamenti imposti, un resto di linguaggio in fuga – «Il resto è stato tempo dormito» (Transito, p. 63) – e presenza desiderata e costruita nel tempo testuale, per cui alla fine incontriamo componimenti che eliminano lo spazio vuoto e una dimensione prosastica pare farsi strada per costellare eventuali raffigurazioni future: «Forse idealizzo, e con / presunzione, ma sono attimi in cui si tenta di ricostruirsi / a ritroso, finché un’intensità nell’accettarsi ci assale e / basta, una pace forte dove le nostre idiosincrasie sono / preziose, e scintillano appena prima del rientro a casa» (Non so scegliere né rinunciare…, p. 68)

*

TESTI

Devo a un lunapark congelato
qualche gettone d’antecrisi
quando era la vacanza non io a condurmi
e la pesca dei cigni sortiva
marchingegni chiassosi e luminescenti.
Devo sempre qualcosa, Excel aiutami
col tuo retino casellario per quanti risibile.
Ultimato l’inventario un po’ malcerti sul podio
stanno l’urgenza e il fiatone
sul versante dei trenta, ritorno all’accetta
che deve sfrondare ovatta su ovatta
sventrare il peluche
vinto fuori tempo massimo.

(p.5)

*

Ape

Sul battiscopa la sua mite industria
le rimane aliena. Parlo di cose più grandi
di noi, di un’ape che si arrampica,
malamente – ti suono lontano, al telefono, e quella pena
in salita, che non potrà salvarsi
dai ricami sull’esistenza e i merletti accaniti
si stacca; è un corpo
per terra; tòrto; terminale.
Capiterà di pestarlo; passare
l’aspirapolvere la spugna e via.
Avrò strisciato un ciao in minore
e chiuso, avrò passato l’aspirapolvere, e via,
l’acino scheletrito ascende e va alle stelle
la fiducia alla tele, l’annuncio
che la stagione si apre in grande
e macché cadere lei dolcemente scendeva
dal pendio domestico, che l’inverno è anche questo.

(p. 20)

*

Quanto e quanto poco

Ci viene, aprendo Radnóti,
di leggerci sopra in due lingue;
scoppi a ridere e poco ci manca
che cadi, ma eri seduta, sull’erba.

Così ti ritrovo intatta,
ambra che si rianima ridendo
da non limare, no, con le domande.
Quasi vestita e arroccata davanti

scoppi in un ridere e intanto
quanto e quanto poco
permetti di un dolore inintuibile,
o ti sorvoli in italiano.

Tempo in là (aeroporto
lenti appannate non un saluto
da portarle e dirsi addio
non serve a nessuno)

mi sono visto vulnerabile
da vicino, mi sono
avviato
sentendo che il tacere, il tuo tacere, sentendo.

(p. 23)

*

Quello che non c’è

Ho deciso per me un segnale, un camion
svoltare dove c’è l’insegna gialla.
Di scatto, quindi, la mente – fermarla.
Ma non su noi che ci sopravviviamo
intuendo il fiorire da lontano,
solo e caparbio, dell’uno e dell’altra.
Scusate, ma in autunno ci si ammala
d’intimismo, si indugia nel malanno
del verso che si appoggia con dolcezza
al verso precedente. Uno il bene
che viene dalla lama, dall’accetta,
la forza che ne brilla, lo risente.
Uno il bene, due diviso, poi brezza
che non c’è. Svolta il camion, banalmente.

(p. 34)

*

Le bolle azzurre

I

Mi promettevo: infilavo l’anello con soffio misurato,
la pellicina acqua e sapone si allontanava nella bolla che ero
appeso a seguirla, mi restava fuori ma era quasi me
(e papà: bravo Dodo!) perciò non mi perdevo
quella parabola soltanto fisica in cielo. In principio
era un’aureola di plastica, la marca non ricordo.

(p. 40)

*

Festa di classe

sospesa la musica
nel gioco delle sedie a cerchio il play
rilasciato con lo slancio del bambino di sempre,
di dove, del giardino con la molla verniciata di un giallo scuola
a ogni tornata elettorale. C’era questo sempre in fase di forse
nel gioco delle sedie a cerchio
le sedie erano troppo uguali
la vertigine prendeva dal basso ma restavo fermo come un radar
spazzavo via il tempo, altro che foglie,
del giardino del compagno
una classe più su
ricordo le musicassette trasparenti come acqua di sorgente.
Sono serio, che ridete. Mentre
l’entropia sgretola a partire da quella vernice.

(p. 52)

*

Corsa senza andata

C’è il guardrail fossile di serpente
ma nessuna tentazione di superarlo o di
interromperlo – è indiscutibile dal pullman che si limita
a spostarsi mentre tu sai viaggiare. Una svolta,
eppure si ripropone
al pari delle centrali
e delle fabbriche un po’ museo per non parlare
dei campi – che a guardarli misurano soltanto
la nostra lontananza
dalle nostre mani. È che molto non se ne va,
molto è nuovo sempre: questa ora attraversata di anni
ne vale trenta – i tuoi, quelli di un paese
in cui le fermate sono una sola
che è sconfinata e ripaga l’attesa
con il culto dell’attesa. Piuttosto si comincia
con chi scende alla lettera da qualche vigalfo
italia villanterio
o cambia provincia con il più in là
del finestrino sugli occhi: sui tuoi si è impressa
una bimba che dà un sorriso e se stessa
correndo porta via.

(p. 53)

*
Transito

Ho lasciato: conferenza, un vuoto, un quarto
alle otto. C’è un che di nostrano in questo baretto
aperto all’attesa, e i binari:
due, soli, sovraesposti. Stazioncina, contea del Kent.
Stordimento esotico e paura calda,
non tardate. Parte della notte ho sognato una struttura.
Azzurra, probabilmente complessa,
ancorata ma galleggiante, come se meditasse.
Il resto è stato tempo dormito secco dimentico
e diramato sul materasso
– che ha segni d’usura, e va cambiato.
La mattina le barchette, mentre remote e senza garbo
le canoe, oceaniche. La conoscenza delle persone,
la conoscenza del tutto, cosa è più distante.
È stato comunque gentile l’uomo delle pulizie
a non chiedermi subito di andare.

(p. 63)

*

Non so scegliere né rinunciare, pertanto questa
compresenza di erba incolta e di erba pareggiata sembra
in grado di appagarmi. Come gli alberelli piantati contro
l’insperata assenza di fastfood, gli steccati in legno
grezzo che aprono alle case di famiglie immigrate e che,
anni dopo, rasentano un tenore da classe media. I loro
figli si arrampicano comunque sulle tettoie chiamandosi
a distanza, inondando i nuclei limitrofi, immettendo
una musica ruvida, un tessuto come di cavi appesi che
percorre la comunità in parte. Li intravedo dietro i
platani imponenti, altri ai bordi dei binari, penso che si
portino dentro un fuoco popolare. Forse idealizzo, e con
presunzione, ma sono attimi in cui si tenta di ricostruirsi
a ritroso, finché un’intensità nell’accettarsi ci assale e
basta, una pace forte dove le nostre idiosincrasie sono
preziose, e scintillano appena prima del rientro a casa.

(p. 68)

*

l’opera in copertina è di Cargiolli Claudio (Casa a Zenobia, 2017, olio su tela su tavola, cm.50×80)

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