#1Libroin5W.: Bartolo Cattafi, “L’osso, l’anima”, a cura di Diego Bertelli, Le Lettere.

1Libroin5WPOESIA

 

 

Chi?

Presenze. Umane, umanoidi, esseri fantastici come chimere o mostri. L’osso, l’anima è un libro pullulante di presenze. Difficile definirle. Cattafi punta proprio a questo, gioca a confondere le acque, non vuole fare distinzioni: il noi è il pronome dominante, quasi il paradigma del libro. Cadono le contrapposizioni, per cui noi siamo gli altri; ugualmente, la distinzione fra identità e alterità si sbriciola sotto il peso di una certezza: qualcosa pende sulla testa di tutti, come recita una delle poesie del libro: «Colpi di mano, sonni, soprassalti, / monotone manovre. / Quando qualcuno ci porta notizie / le chiudiamo in busta, / passiamo le linee nottetempo, / le vendiamo al nemico. / A sua volta qualcuno dei nemici / compie il cammino inverso, / parla coi nostri, / disputa sul peso / contratta il prezzo della nostra testa. / Non capita nulla non succede / un giudizio per nessuno, / sulla testa di tutti pende qualcosa» (Sulla testa di tutti). Siamo tutti vittime e carnefici a un tempo, nessuno escluso.

Cosa?

La vita. Da intendere come il luogo dove si provano passioni, inquietudini, emozioni primarie come gioia e paura. Cattafi si è sempre confrontato con la vita in questo modo, a un tempo antagonistico, titanico, e a un tempo riflessivo, con punte da elegia o certe pose del pensiero il cui tono è quello epigrammatico, scevro però della componente più apertamente satirica, almeno all’altezza de L’osso, l’anima. La sua poesia è attestazione di una presenza nel mondo, che sorprende lo stesso poeta per la potenza che sa esprimere; è l’arma più congeniale a una mente indagatrice, a un indole ulissidica, qual è quella cattafiana; la poesia come sintesi perfetta delle molteplici sfaccettature del reale. Ecco perché vita e poesia si riflettono l’una nell’altra in modo così patente in Cattafi o, meglio detto, realizzano quella coincidenza degli opposti che rende possibile a piani così diversi come quello fisico e metafisico, materiale e spirituale, conscio e inconscio, reale e surreale di coabitare o alternarsi senza soluzione di continuità.

Quando?

L’autunno scorso, ma anche tre anni fa, in un modo che assomiglia ai tempi di composizione del libro. Voglio ricordare che L’osso, l’anima è una sorta di controsenso temporale: un libro scritto in quattro anni e in tredici mesi allo stesso tempo. La prima parte è composta da diciannove poesie, che erano già uscite nel 1961 con il titolo Qualcosa di preciso, scritte appunto fra 1957 e data di pubblicazione; la seconda parte, suddivisa in sei sezioni assai variabili per numero e temi, è invece il risultato di una selezione: centosessantuno poesie composte nel giro di poco più di un anno. Anche la decisione di ripubblicare il libro ha avuto due tempi: il primo risale a circa tre anni fa, quando l’editore Le Lettere ha acquisito i diritti sull’opera di Cattafi, pubblicando inizialmente il volume di Tutte le poesie, grazie a un’operazione complessiva che ha coinvolto Ada De Alessandri ed Elisabetta Cattafi, moglie e figlia del poeta ma soprattutto figure fondamentali negli anni più tribolati dell’assenza di Cattafi dalle librerie, e TILA, l’agenzia letteraria che cura l’immagine del poeta. Sapevamo che quello sarebbe stato il primo passo per una riedizione complessiva dei volumi cattafiani. L’inaugurazione della collana di poesia che dirigo con Raoul Bruni ha sancito definitivamente tale possibilità. Durante la riunione editoriale dell’autunno scorso la decisione definitiva, sorretta per di più dalla volontà di celebrare il centenario cattafiano nel modo migliore possibile. Una nuova edizione del suo libro più celebre, da fare subito.

Dove?

L’osso, l’anima è un libro scritto nella città di Milano, dove il poeta si trasferisce definitivamente nel 1956, lasciando la sua Sicilia, la terra-isola affacciata su altra terra e su altre isole, Calabria ed Eolie, per essere precisi. La Milano di allora era l’esatto contrario: la città-isola affacciata solo su se stessa; la brulicante capitale industriale dell’immediato dopoguerra, quella stessa descritta nella pagine de La vita agra di Luciano Bianciardi, la cui pubblicazione è peraltro coeva al libro di Cattafi. Una Milano che produce e produce e produce, sacrificando rapporti, colori, varietà. Uno spazio terribilmente alienante, anche per Cattafi, tanto da portarlo ad azzerare ogni coordinata spazio-temporale: L’osso, l’anima è un libro dove domina l’indeterminatezza, l’incomunicabilità, e certamente non è un caso che nasca nel grigiore e nell’anonimato di quel centro nevralgico di progresso apparente, dove si è soli e si è folla allo stesso tempo. Per capire quello che dico, si legga un testo fondamentale del libro come Al mercato «C’è un calmiere che regola i rapporti / col prossimo tuo e con te stesso. / Sei solo e vinto, / debole, deforme, / devi andare al mercato. / Stordirti e scegliere / le voci nel brusio. / Stipulare contratti, / vendere, comprare / i beni che consumano la vita».

Perché?

Perché L’osso, l’anima è un libro vertiginoso, antesignano. Un libro che non ti dà tregua, giocando a carte scoperte con il lettore: niente astuzie, nessun atteggiamento da bellettrista che trapela tra le righe. Abolendo la distanza fra lettore e autore (si pensi alla forza di questa figura in quegli anni, alla sua “aura” sacrale… Il saggio di Roland Barthes sulla morte dell’autore è del 1967, tanto per dire), Cattafi dichiara quanto segue ed è, credo, una sua rivoluzione decisiva: «La storia dei miei versi non può che coincidere con la mia storia umana. Rifiuto e considero vietate le fredde determinazioni dell’intelligenza, le esercitazioni (sia pure civilissime), le sperimentazioni che furbescamente o ingenuamente tentano l’impossibile colpo di dadi». L’osso, L’anima è un libro che si propone in tutta la sua irruenza formale e di contenuto a chiunque vi si avvicini, con un linguaggio la cui prerogativa è prima di tutto quella di raccontare l’enigmatica consistenza del vivere. La sua forza sta proprio nel modo che ha di narrare noi e il mondo. Fa una cosa coraggiosa, Cattafi, perché sceglie di mettersi al pari degli altri, sul piano più vulnerabile di tutti, per scrivere la vita.

 

versi scelti per voi

 

 

Delle pene

Alla prova dei fatti
non ci fu di che essere allegri:
torti, errori, viltà,
debolezze del cuore,
insanie che inquinarono la mente.
Pagammo in disparte nascondendo
le voci, l’ammontare,
i conti d’impossibile chiusura.
Vorremmo un’era
forte, aperta, precisa,
di pubblica chiarezza per le pene.
Non più pagare mediante equivalenze,
con conguagli privati, silenziosi,
ma tormenti, tenaglie squillanti
maschera gogna ruota rogo.
Visibile a tutta la città
la corda che ci tira per il collo.

Sorriso

Chi giunse fu l’ospite inatteso,
a lui
piatto, posto, bicchiere migliore.
Un nostro sorriso tremebondo
tradì ansia, timore.
Quando estrasse l’arma
tentammo la fuga o la difesa,
non ci demmo la pena di sorridere.

La retta

Lascia stare le fredde geometrie,
i faticosi conti della serva.
Se c’è qualcosa che ti stia a cuore
assumi informazioni sul suo conto,
a mezzanotte approssimati
mettigli sotto le tue bombe.
E non fuggire, aspetta
che lo scoppio t’investa.
Questa è la retta,
la strada più breve tra due punti.

Trecentosessanta

A blocchi, a lastre, a scaglie,
di fronte, allato, alle spalle.
Gira il compasso di trecento sessanta gradi,
numera i settori, all’orizzonte
nel momento presente la frontiera.
Tocca, mangia, bevi,
osserva, annusa, giudica
quel poco pulviscolo
che l’ago di luce ti concede.

Un 30 agosto

Si vide subito che si metteva bene:
eventi macroscopici nessuno,
il sole a un passo da settembre
diede la prima razione
alle isole di fronte,
il mare mandò lampi di freschezza,
il caldo soltanto fra tre ore,
un immenso celeste, ancora un giorno
per l’uva e gli altri frutti di stagione,
tra i pochi rumori di paese
l’ossigeno sibilando disse
di non farcela più con quel suo cuore.
Di primo mattino la morte di mia madre.

Di te

Fuori di mano,
raggiungibile solo se fortuna
ti assiste.
Allora un vento propizio è alla tua vela,
con salute e saggezza prendi il mare.
Al di là di montagne, di barriere,
di approdi allestiti per l’inganno,
di specchietti, d’allodole, di te.
Di te stesso, del tuo
ignorare e sapere, della tua
testa, dei piedi,
dei frusti pensieri.

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