#1Libroin5W.: Bianca Sorrentino, “Pensare come Ulisse”, ilSaggiatore.

#1Libroin5W.: Bianca Sorrentino, “Pensare come Ulisse”, ilSaggiatore.

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Chi? 

I protagonisti del mito classico e noi. Tra queste pagine si annidano i tormenti e gli slanci di Ulisse, lo smarrimento di Telemaco, la passione di Fedra, l’abbandono di Filottete, ma anche le nostre ferite, il nostro disorientamento, le nostre vulnerabilità. Le avventure e le vicissitudini dei personaggi plasmati dalla fantasia degli antichi esercitano il potere prodigioso di trascinarci fuori di noi, in un altrove magico, in una parentesi di sogno, per ricondurci immediatamente alla nostra essenza più profonda: questo patto stipulato con i classici ci consente così di abitare temporaneamente un’altra storia, per poi tornare a essere protagonisti della nostra.

Cosa? 

Un vagabondaggio nelle terre del mito. Chi vorrà addentrarsi nel fitto di questo libro viaggerà alla scoperta dei classici come luoghi della durata, spazi del visibile in cui si avvera il miracolo di ciò che resiste alle insidie del tempo, delle mode passeggere destinate a tramontare. Pensare come Ulisse è infatti il tentativo di inquadrare il potente cortocircuito tra antico e contemporaneo, per osservare le distanze insanabili che ci separano da un mondo lontano, da una parte, e, dall’altra, per custodire affinità e consonanze che ci rendono eredi di una storia millenaria, di sogni e furori che eternamente si ripetono.

Quando? 

Sempre e mai. Il filosofo neoplatonico Salustio trovò, per le favole antiche, un’efficace definizione – «Queste storie non avvennero mai ma sono sempre» -, a significare l’eternità di un immaginario incorruttibile. Le pagine di questo saggio, accogliendo questa evocativa suggestione, incoraggiano un movimento incessante tra secoli e stagioni. Come su un’altalena, il lettore di Pensare come Ulisse oscillerà continuamente tra millenni e culture, tra personalità e poetiche, per scorgere conflittualità inconciliabili e possibilità di sintesi, nel segno di un’energia ancestrale inestinguibile che avvince in un ideale abbraccio noi, i nostri antenati e coloro che verranno.

Dove?

Il mito reagisce con il contemporaneo a ogni latitudine: nella piana di Ilio cantata da Omero, nell’Atene di V secolo a.C. di Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane, nella Roma augustea di Ovidio e nella Sperlonga di Tiberio, ma anche nella Londra seicentesca di Shakespeare e nella Parigi del Grand Siècle di Racine, nell’Irlanda contemporanea di Colm Tóibín e di Seamus Heaney, nelle atmosfere assolate e indolenti del Mar dei Caraibi celebrate da Derek Walcott, nell’Amazzonia fragile e inerme di Kay Sara, nella New York dissoluta della serie tv Mad Men. Pensare come Ulisse svela la capacità del mito di risignificarsi nei luoghi più impensabili.

Perché? 

Per scoprire che i classici ci orientano e ci sorreggono nelle sfide del quotidiano. Nelle selve di questo secolo indecifrabile, in cui spesso ci sentiamo smarriti, il mito può costituire una sorta di ramo d’oro, un lasciapassare in grado di farci accedere a una dimensione altra, forse più autentica, non (o non solo) per assecondare i nostri desideri di evasione, ma affinché l’esplorazione di un universo alternativo ci permetta di tornare al nostro con un bagaglio di consapevolezza, pronti a gettare uno sguardo critico sulle cose del mondo, come ci avrà insegnato nel frattempo la mente colorata e multiforme di Ulisse.

scelto per voi

 

[Dal capitolo 5. In una lotta senza fine]

A che serve il canto in tempi di violenza?

Poesia e favole antiche nella percezione comune sono spesso ammantate da un’aura di intoccabilità, quasi fossero per loro natura isolate in una dimensione che le rende incapaci di sentire e raccontare le miserie del quotidiano. Tutt’altro. I grandi autori – che anzi proprio per questo diventano classici – sanno farsi acuti interpreti delle inquietudini del loro tempo; le loro opere non sono fatte per arredare le torri d’avorio del sapere, ma per continuare attraverso i secoli a scuotere gli animi assopiti, a ricordare che, nonostante il trascorrere degli anni, per placare certi tormenti non si è ancora riusciti a dire la parola definitiva.

Già i capolavori omerici illuminano di senso il rapporto strettissimo tra canto e turbamento: basti pensare alla significativa scena del IX libro dell’Iliade, quando un’ambasceria achea, composta, tra gli altri, da Odisseo e Aiace, si reca presso le tende dei Mirmidoni, per convincere l’orgoglioso Achille a riprendere la battaglia; una volta giunti, gli uomini trovano il Pelide che consola il suo cuore suonando una bellissima cetra cesellata. Achille è irrimediabilmente adirato perché ha vissuto come un torto intollerabile la privazione della schiava Briseide, a opera del presuntuoso Agamennone, il quale con un gesto insolente si è preso gioco delle regole di guerra in materia di spartizione del bottino, accaparrandosi per pura bramosia qualcosa che apparteneva al rivale. Per placare il suo thymós, lo spirito che ribolle, il Pelide nella sua tenda suona la cetra e canta le gesta degli eroi, la gloria dei mortali. La musica funge da impareggiabile balsamo ai dolori del cuore, la poesia ravviva il ricordo delle imprese compiute nel tempo del mito che fungono da ispirazione e conforto.

Neanche l’Odissea manca il suo appuntamento con i prodigi suscitati dall’arte, ma nella vicenda di Ulisse il canto, lungi dall’essere rassicurante e consolatorio, agita nel profondo l’animo dell’eroe. Ci troviamo alla corte dei Feaci, nell’VIII libro: il re Alcinoo ha accolto lo straniero giunto supplice alla sua reggia e ha allestito per lui un ricco banchetto, come prevede la norma inviolabile dell’ospitalità; immediatamente ha fatto convocare l’aedo Demodoco, amato dalla Musa, la quale gli ha donato il dolce canto privandolo però della vista – gli dèi elargiscono, gli dèi tolgono: è la legge inesorabile che governa l’ordine del mondo. Mentre i Feaci banchettano, Demodoco, ispirato, accorda la cetra e celebra le gesta compiute durante la guerra di Troia, indugiando con particolare maestria sulla contesa, fatta di aspre parole, tra Achille e Odisseo, i più forti tra gli Achei. Quando l’aedo intona l’inizio delle sventure che stanno per abbattersi su Greci e Troiani, l’animo di Ulisse è profondamente scosso; benché abituato a sopportare nel cuore molte sciagure, egli non sa resistere alla struggente malia del canto e, nascosto il volto sotto il mantello, vergognandosi versa copiose e calde lacrime.

L’arte contiene la realtà, oltre a rappresentarla; e non importa se essa si faccia portatrice di verità parziali o di inaudite menzogne: la sua potenza è in ogni caso dirompente, perché muove corde dell’anima altrimenti inaccessibili. Il racconto che Odisseo ascolta è sicuramente impregnato di omissioni, malintesi, interpretazioni più o meno corrette, eppure è emotivamente rilevante, poiché agisce sui cardini dell’oblio e della memoria, riempie un vuoto, ricompone i frammenti, illumina di senso la vita vera mettendone a fuoco l’immagine. Il canto di Demodoco, che nel conflitto trova la sua origine e del conflitto è in una certa misura celebrazione, è necessario cioè a Ulisse per ritrovare la sua umanità, per riconfermare il desiderio di pace che ora anima il suo viaggio.

La capacità che ha la poesia di risvegliare l’anima dal suo indolente torpore e richiamarla alla vita, proprio a partire dalle barbarie della Storia, è lampante anche nell’opera dell’erede latino di Omero. Secondo Seamus Heaney, premio Nobel per la Letteratura nel 1995, nelle Bucoliche è Virgilio a far risuonare l’interrogativo che assilla tutti i poeti: «A che serve il canto, a che serve l’arte in tempi di violenza?»[1].

In effetti, l’ambientazione delle Egloghe virgiliane in un universo arcadico sognante non occulta mai la brutalità del contesto di guerra civile in cui l’opera viene elaborata. Nel testo, il tema degli espropri, di cui il poeta stesso era stato vittima nella redistribuzione delle terre ai veterani, lascia trapelare il dissidio dell’autore di fronte al dramma violento della Storia, che finisce per turbare, senza possibilità di risarcimento, le piccole esistenze degli individui. E se anche la poesia non protegge dalla furia degli eventi, forse è proprio il canto a permettere di sostenere le avversità e infondere il coraggio necessario per sfidarle.

[1] Seamus Heaney, Virgilio nella Bann Valley, Tre Lune, Mantova 2013.

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