#1Libroin5W
Chi?
I veri grandi protagonisti del testo sono naturalmente i ragazzi. Insieme a questi, studenti di scuola secondaria di secondo grado da tutta Italia ci sono interventi degli intellettuali Paolo Alessandrini, Viviana Birolli, Beatrice Borghi, Tommaso Di Dio, Massimo Garritano, Ludwig Monti, Markus Ophaelders, Carlo Alberto Redi, Silvia Romani, Enrico Terrinoni, e con un contributo di Alessandro Barbero. L’idea di base è quella di rimettere intellettuali e studenti di nuovo al centro della scuola italiana. Da qui il libro di cui stiamo parlando. Dalla volontà di ridare parola a chi, in questo Paese, l’ha persa da più di quarant’anni. Convinti come siamo che siano loro a dover dare la forma desiderata alla scuola del futuro, partendo dalle ceneri della società della stanchezza, della scuola della noia, e arrivando a quella che l’intellettuale milanese Franco Fortini chiamava “La scuola della gioia, che è piena di pianto e sangue” e il cui raggiungimento passa, eroicamente, attraverso una serie di prove dialettiche. Le abbiamo qui registrate, quelle prove, quegli incontri.
Cosa?
I temi emersi durante le interviste sono molteplici: il sistema dei voti; la possibilità che il programma scolastico parta dalla realtà; una riqualificazione degli ambienti scolastici; lo stipendio dei docenti; l’importanza delle conoscenze contro le competenze; il registro elettronico come strumento di controllo parentale. Anche, soprattutto, la necessità che le donne e gli uomini chiamati a insegnare siano “nudi”, spogliati cioè dalle sovrastrutture burocratiche che li precedono alla cattedra, mentori, non impiegati postali, o grigi funzionari, ma menti colorate interpreti di un reciproco scambio, di una medesima crescita. Rileggendoli adesso, questi dialoghi, sembrano la costruzione di un viaggio, un viaggio educativo, come quello dei peripatetici al tempo in cui imparare e camminare erano esperienze comuni già nell’etimo. Forse serve questo, un primo passo, per una nuova scuola, che possa passare dalle voci e dalle idee di quelli che la scuola la fanno (gli studenti) e dovrebbero farla (gli intellettuali). Forse questo serve, per superare la scuola della frattura, questa cosa che non parla.
Quando?
L’idea di questo libro nasce da una serie di chiacchierate con Flavia Fiocchi, che ne ha curato l’editing in San Paolo. A Flavia interessava il mio lavoro, dunque abbiamo cercato insieme un modo per lavorare a un libro. Io non sono esattamente il profilo di San Paolo, e questo Flavia lo sapeva bene già allora, ma l’unico argomento che mi sembrava in qualche modo coincidente tra i nostri due mondi era la scuola. Da qui l’idea di questa collazione di donne e uomini del mondo intellettuale italiano, impreziosita certo dalla presenza del professor Barbero.
Dove?
Per tanto tempo ho desiderato occuparmi di un testo che avesse come centro pulsante non il mondo della scuola ma “la scuola”. Per tanto tempo mi sono risposto che non era giusto, in quanto volgare come il racconto di un amore. La letteratura è, di solito, il luogo in cui mi esprimo pubblicamente, mentre i miei studenti rimangono la parte più divertente e segreta della mia vita. Tuttə lə studentə che hanno avuto a che fare con me sanno della mia allergia nei confronti delle cosiddette “sale professori”; bene mi ricordo della prima, una stanza acquario, con un tavolo ovale che quasi toccava le pareti, pieno di chiacchiere, di rumore. Andrebbero abolite, naturalmente, per consentire agli insegnanti di girare e vivere le aule, le classi, i corridoi in dialogo costante con gli studenti. Περιπατητικός, peripatetici. Camminatori come la leggenda vuole siano stati gli studenti di Aristotele agli albori del Liceo. Per questo ho cercato per prima cosa dei compagni di viaggio: Carlotta, Giulia, Anders, Gabriele, Vittoria, Edoardo, Massimiliano, Annalisa, Alice ed Elia. Il mio testo è nato tra gli studenti, perché sempre vediamo cose che vedono solo coloro che combattono. Perché li stimo e perché da loro imparo, di continuo. Conservo tutte le loro lettere, ci sono dentro lacrime e frammenti della vita loro e della mia, c’è dentro tutto un futuro. Sono conservate dietro i libri del mio studio. Chi entra vede solo quelli, si sofferma sui titoli, ne indaga i dorsi. Non arriva al cuore.
Perché?
C’è un quadro di Paul Klee che mi perseguita da quando ho iniziato a lavorare a questo libro: Der Held mit dem Flügel (l’Eroe con l’ala), del 1905, secondo della serie di acqueforti Inventionem, iniziata nel 1903 sotto l’auspicio di queste parole dello stesso Klee: «Ci sono due monti su cui tutto è limpido e sereno, il monte degli animali e il monte degli dei. In mezzo c’è la valle crepuscolare degli uomini». L’ho incontrato alla mostra organizzata a Palazzo Reale, a Milano. Davanti a quest’opera, nella prima sala, sono rimasto fulminato. Questo eroe con l’ala è un antico Don Chisciotte, un essere mostruoso eppure divino, con un’ala sola, fa grandi sforzi per volare, ha steccate braccia e gambe, ma tuttavia resiste. Dicevo, non riesco a non pensarci, così come non riesco a non contestualizzarlo nel contemporaneo, a ridiscuterlo in senso moderno. Mi sembra, di più, il simbolo perfetto dei miei studenti.Gli strumenti stessi della vecchia democrazia (i circoli politici, la scuola, le istanze religiose, gli scioperi) non riescono più a rispondere alle esigenze del contemporaneo, per questo i ragazzi cercano affannosamente nuovi spazi per il dissenso e per l’autodeterminazione. Quanto simili sembrano, i nostri studenti, a quell’eroe con l’ala, goffi e regali al medesimo tempo, dentro una sconfitta che sembra annunciata. Stanno nella valle crepuscolare degli uomini, dove ai loro tormentati tentativi di volo risponde il silenzio degli adulti e dello Stato che, dovendo seguire il consenso, non riesce a formulare, a livello scolastico, risposte convincenti. In mezzo a questa macchina chiassosa che è diventata la scuola, le ragazze e i ragazzi che nel sistema si perdono, sono visti come reietti, errori di calcolo dati in pasto a una società da cui si sentono giudicati ancora prima di poter emettere un suono. Eroi con un’ala sola, dunque, creature mostruose alla disperata ricerca del volo. Credo che sia questo il motivo che mi ha spinto maggiormente. Poi, certo: La scuola contemporanea sembra essere utile solo nella sua funzione di educazione alle tecniche, di distributore di competenze, un luogo nel quale gli studenti imparino a tradurre e a far di conto, frequentando pratiche e metodi che nel corso di quasi un secolo di scolarizzazione diffusa sono stati reiterati e rimescolati producendo risultati altalenanti. Ma dove sopravvive l’elemento culturale? Come dialogano la scuola e la vita dei ragazzi? Un divorzio sembra essersi consumato tra cultura e istituzioni scolastiche, che ha avuto come prodotto un contenitore vuoto, una cosa che non parla.
scelti per voi
Dal dialogo tra Tommaso Di Dio e Gabriele Salanitro
TDD: Siamo connessi con internet, con migliaia di possibilità educative online, con contesti, anche educativi moltiplicati, pensalo: negli anni Cinquanta l’unico polo educativo era la scuola, poi c’era la campagna o l’officina. Oggi noi viviamo in contesti dove anche la formazione è più diffusa nel contesto sociale, cioè uno può trovare tanti altri luoghi di formazione.
GS: Certo. Ma sa, la scuola significa molto per le famiglie. Quando parlavo di perdere un anno, o anche di perdere tempo, parlavo di quello.
TDD: Certo, ma la scuola non è un affare di famiglia, o sì?
GS: Nì.
TDD: Immaginavo una risposta del genere. Eppure è così, pensaci. Forse uno dei problemi più grandi (e di cui non abbiamo parlato) è questa della personalizzazione, o anzi, meglio, dell’appropriazione stessa della scuola da parte dello studente. Lo spazio, diciamo, in cui avviene l’insegnamento.
GS: Secondo me nel momento in cui lo spazio viene inteso come un luogo di tutti dove è possibile collaborare, è inteso quasi come una sorta di casa per tutti, può funzionare. Nel momento in cui già il singolo non rispetta lo spazio in cui ci si trova può ovviamente diventare molto caotico, disordinato e quindi la stessa attività scolastica ha difficoltà ad andare avanti in un ambiente poco curato.
TDD: Voi avete personalizzato la vostra classe? Ci sono gli elementi che rendono la tua classe tua?
GS: No, noi non l’abbiamo fatto.
TDD: Come mai non vi è venuto di farlo?
GS: Noi quest’anno ci spostiamo di aula in aula per le varie lezioni. Credo che il problema sia proprio questo: il fatto di non avere una sola aula, ma di averne tante a seconda della materia. Però sarebbe bello, sì.
TDD: Io penso che sia necessario. Cambiare il luogo dove si insegna significa anche cambiare il tipo di insegnamento. Le scuole sono sempre in luoghi bizzarri, squallidi, luoghi dove c’è un carico di malessere, di degrado quasi, che rende molto triste a volte questo lavoro, anche se lo caratterizza, gli conferisce quell’odore. Conosci i Nirvana?
GS: Sì.
TDD: C’è una delle loro canzoni più famose che si chiama “Smells Like Teen Spirit”, cioè puzzi di spirito adolescenziale, mettiamola così, il cui video, famosissimo in quegli anni, era ambientato in una scuola, e c’era proprio tutto quel sapore che si respira nelle scuole, i corridoi, il campetto da basket, quello veramente era un istituto americano, però per certe cose questo respiro squallido, un po’ anonimo, ospedaliero, ecco, c’era, si respirava.
Mi sono sempre chiesto come mai gli uomini facciano le scuole in posti così. È una cosa piuttosto bizzarra, ci sono molte possibilità alternative, no? L’uomo ha creato spazi molto diversi tra loro, invece ha creato la scuola come qualcosa che ha a che vedere un po’ con un carcere, un po’ con un ospedale.
GS: Vero.
TDD: Un luogo di malattia sembra. Di recinzione e di protezione, ecco, un luogo concentrazionario. Mi domando come mai questa cosa, e che cosa c’entri soprattutto con la scuola, tutto questo. Forse noi abbiamo ereditato un’idea della scuola che non è più quella di oggi, cioè oggi noi sentiamo l’educazione in maniera diversa, mentre all’epoca, quando l’Italia Unita nacque, evidentemente si sentiva il bisogno di concentrazionare e di curare: Tu hai dei bifolchi, devi trasformarli in cittadini, un vaccino bovino da inserire in quel tessuto sociale. Per esempio, tu non senti una grande e profonda diversità tra gli spazi che frequenti nella vita e lo spazio della scuola, c’è un’alterità totale, no?
GS: Sì, penso di sì. Ci sono alcuni elementi che per esempio esistono solo lì, solo nella scuola.
TDD: Ecco, per esempio?
GS: Per esempio la campana. È la prima cosa che mi viene in mente. C’è solo lì, solo a scuola.
TDD: Perché la campana, come nelle carceri, segna lo scambio delle ore, è qualcosa tra il carcerario e la fabbrica, l’officina, no? Cioè uno spazio produttivo che noi non viviamo più, cioè nessuno, pochissime persone in Italia producono in fabbriche, non so come dire, è oggi una minoranza del paese, no? Quindi invece li educhiamo tutti a un sistema di lavoro, a un luogo di lavoro che ha a che fare con il Novecento, con la fine dell’Ottocento, cioè con tecniche produttive e ritmi completamente desueti rispetto poi a quelli che vivono fuori o semplicemente guardando lo schermo di un cellulare.
GS: Sì, fa sempre strano anche a me.
TDD: Tu hai un mondo in mano, poi alzi lo sguardo e sei nel Novecento. Il problema è che è anche lo Stato che dovrebbe educarti nel tuo tempo in un luogo così anacronistico da essere quasi un contro-tempo.
(Silenzio)
TDD: Per esempio, c’è un testo molto famoso di Rilke che secondo me ha a che fare molto con l’insegnamento, o forse solo con la mia idea di che cosa è un l’insegnamento e ritorna anche un po’ meglio su quel discorso sui classici che facevamo prima. Rainer Maria Rilke è un grande poeta e lui ha scritto questa poesia, siamo più o meno nel 1905, che è dedicata al torso arcaico di Apollo, al Louvre. Il torso di un uomo bellissimo, scolpito nei muscoli, ma mancano molte parti, diciamo così. E lui quando va a vedere questa scultura, gli scrive questa poesia: Torso arcaico di Apollo.
(Di Dio apre un libro e da quello inizia a leggere)
“Non conoscevamo il suo capo inaudito,
in cui maturarono i pomi popolari, ma il suo torso
ancora arde come un candelabro,
dove il suo sguardo, ormai scorciato,
si conserva e risplende. Non potrebbe se no
la curva del suo petto abbagliarti e scorrendo la torsione
delicata dei lombi non riuscirebbe un sorriso a posarsi
su quel luogo centrale cui spettava la procreazione.
Sarebbe se no deforme,
questa pietra è corta, non spoglierà nelle spalle
e non tremolerebbe come pelo di belva feroce
e non irradierebbe da ogni suo contorno come una stella
perché non v’è punto qui che non ti veda.
Devi cambiare la tua vita”.
GS: Molto bella.
TDD: Mi ha sempre colpito questo testo, perché dal torso di un classico, cioè da ciò che resta di un monumento, che immaginiamo nel contemporaneo sarebbe stato bellissimo, il torso di Apollo nell’acropoli di qualche meravigliosa città greca dell’epoca classica, però nel suo essere tutto a pezzi non perde questa idea che il monumento antico lo guardi, cioè guardi Rilke. Dice alla fine: perché non v’è punto qui che non ti veda, quindi è l’opera che guarda il lettore e questo sguardo tra il classico e Rilke genera una sentenza finale che è devi cambiare la tua vita. Ecco, se c’è una cosa che la scuola dovrebbe fare è questo, cioè provare a generare desiderio di cambiare la propria vita, di creare quello che manca di quel torso, la testa, le braccia, il centro procreatore, come qui lo dice, quel luogo centrale a cui spetta la procreazione, far sì che chi riceva la relazione così didattica voglia completare questo torso, cioè voglia trovare la sua testa, le sue braccia, il suo corpo, voglia tornare a muoverlo. Mi chiedo, a te ha mai fatto questo effetto la scuola?
(Silenzio, Gabriele si aggiusta sulla sedia)
GS: Mi è successo una volta, è stata una cosa strana.
TDD: Dimmi, dimmi pure.
GS: Stavo leggendo l’Isola Misteriosa, di Verne.
(Silenzio)
TDD: E cosa è successo?
GS: C’era una presenza, un personaggio famoso eh, che poi era il protagonista dell’altro libro che avevo letto, 20.000 leghe sotto i mari, e sembra presente nel corso di tutta la storia, che poi si scopre solo alla fine, e poi soprattutto in realtà è il protagonista. Io non pensavo che i libri fossero collegati, poi invece alla fine, quando l’ho letto tutto, l’ho scoperto. E c’era questa sorta di presenza, che poi in realtà era appunto il Capitano Nemo nella grotta e il suo modo di intervenire nascosto ma evidente nella vita dei naufraghi. Questo mistero. E ho sentito che in qualche modo strano, in qualche modo quella cosa riguardava la mia vita. Parlava a me, direttamente.
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Dal contributo di Alessandro Barbero
L’insufficienza delle risorse è solo uno dei problemi, anche se spiega molte cose. Per limitarci a un esempio, nel gennaio di quest’anno il colossale sciopero degli insegnanti a Los Angeles («frutto di anni di frustrazioni», osserva il Guardian) ha rivelato il declino del sistema scolastico californiano, che una volta era il migliore degli Stati Uniti: «Gli insegnanti lottano con classi sovraffollate e bambini le cui necessità di sostegno, assistenza psicologica e aiuto nell’apprendimento dell’inglese superano di gran lunga le possibilità della scuola». Nei quartieri poveri gli insegnanti comprano stracci e detersivi e fanno loro stessi le pulizie alla fine della giornata: il tutto in uno Stato, la California, che ha la più alta concentrazione di miliardari sulla Terra[22].
Ma la scarsità di mezzi non basta a spiegare le difficoltà in cui si dibatte la scuola. Il problema più grave è l’approccio culturale: l’indifferenza, se non l’ostilità, della classe politica nei confronti della scuola e degli insegnanti. Un’ostilità neanche tanto nascosta quando si tratta della destra: in Italia è innegabile l’antipatia di un intero settore dell’opinione pubblica nei confronti di un mondo, quello degli insegnanti, tradizionalmente considerato di sinistra). Ma il problema va al di là della collocazione politica e dell’orizzonte italiano, anche se l’Italia, per l’estrema inadeguatezza e ignoranza della classe politica, è particolarmente indifesa. La minaccia più insidiosa è l’ideologia unica del profitto, l’esaltazione dell’imprenditoria come sale della terra, l’attenzione esclusiva all’economia e al mercato. Ne risulta una classe dirigente che non capisce letteralmente più a che cosa servano la cultura e lo spirito critico e che, quando lo capisce, li considera pericoli da neutralizzare. La scuola non deve produrre teste pensanti, ma esecutori, tecnici: è solo in questi termini che la classe dirigente riesce a concepirla.
Va da sé che in questa prospettiva la scuola si giustifica esclusivamente come preparazione al lavoro, in maniera ben diversa da quando a scuola andavano soltanto i figli della classe dirigente. Gli istituti più prestigiosi offrivano allora una formazione completamente scollata dalla realtà pratica del mondo del lavoro ed è proprio questo che la borghesia voleva per i propri figli. Ora che a scuola vanno tutti, invece, improvvisamente questo non va più bene. In passato era ovvio che andare al ginnasio anziché a una scuola di avviamento professionale rappresentasse un enorme vantaggio, da cui infatti le masse erano escluse; oggi nessuno osa più dire che la formazione culturale impartita dalla scuola arricchisce e avvantaggia chi la riceve soprattutto se è indipendente dalla formazione professionale. Durante la prima guerra mondiale, l’esercito chiamava come ufficiali per comandare i plotoni anche giovani di 19 anni, purché diplomati. Il latino serviva a impartire gli ordini? Evidentemente no, ma si dava per scontato che una formazione scolastica completa preparasse una persona più forte e più capace in ogni ambito della vita.
Nei decenni delle lotte per i diritti, del welfare state e della crescita dell’uguaglianza, dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni Settanta, questa concezione si è allargata senza snaturarsi. L’idea era che la scuola servisse a formare il libero cittadino e che per questo tutti dovessero andarci il più a lungo possibile, fino a quattordici anni, poi fino a sedici, e che questo dovesse essere un obbligo, per evitare che nelle classi sociali più disagiate prevalesse la tentazione di mandare i figli a lavorare, privandoli così di una possibilità di miglioramento (umano, prima ancora che sociale ed economico) che invece doveva essere garantita a tutti. All’epoca un bambino, o un ragazzo, che andava a lavorare anziché a scuola era guardato con tristezza, visto come uno «spreco» e come un indicatore di arretratezza del paese. Oggi invece c’è l’alternanza scuola-lavoro: per la prima volta da secoli si è invertita la spinta a garantire a tutti un periodo di scuola il più lungo e libero possibile e si è cominciato a dire che restare a scuola fino a diciott’anni senza essere obbligati a lavorare è un lusso o una perdita di tempo, che allontana dal cosiddetto mondo reale. In molti casi gli insegnanti che gestiscono l’alternanza scuola-lavoro riescono, con grande e non ricompensata fatica personale, a trarne un’esperienza utile per i loro ragazzi, ma in altri casi non siamo lontani dalla concezione sovietica per cui gli studenti d’estate dovevano andare a raccogliere le patate – salvo che qui alla base non c’è nemmeno l’egualitarismo sovietico, ma la realizzazione del progetto, sempre presente nei programmi dei governi di destra, di ridurre di fatto l’obbligo scolastico sostituendolo con percorsi lavorativi.








