Il tempo e i giovani

La soglia tra me e i giovani si è trasformata in un confine incerto, nebbioso. Non posso più attraversarla senza il rischio di perdermi. Le parole che tentano di oltrepassare quel limite finiscono per essere travisate, deformate, annullate da uno schermo di emozioni, pregiudizi, conflitti, che vieta ogni tipo di comprensione.
Così, la mattina, quando entro a scuola, ho la sensazione di guardare da lontano i miei allievi: il loro mondo elettrizzato da dinamiche che a me appaiono irrazionali, frutto di paure, della disperata necessità di trovare una soluzione immediata: qualunque essa sia.
Finisco per domandarmi: cosa significa essere giovani? Qual è, socraticamente, la natura propria, ovvero l’essenza dell’essere giovani?
La mia età è quella che si definisce età della ragione. Il pensiero ha avuto modo di esercitarsi – e anche di ammorbidirsi un bel po’ – facendo esperienza del tempo: ho vissuto l’esperienza di vedere sciogliersi come neve al sole il mio giudizio, manicheo e perentorio, su molte persone, vedendo comparire dietro il male assoluto di cui le rivestivo un inaspettato bene; e ho visto anche apparire, dietro il compiaciuto bene di molte mie convinzioni, il male che vi era celato.
La ragione che appartiene alla mia età è semplicemente il pensiero che ha attraversato la dimensione del tempo, della contingenza.
Ai giovani questo manca, e così vedono tutto sotto la luce dell’assoluto. È impossibile per loro cogliere la penombra della relatività delle cose; anzi, si rifiutano categoricamente di farlo.
Ma è una luce che nello stesso tempo li esalta e li atterrisce.
Cerco di ricordarmi della mia giovinezza.
Com’ero io da giovane?
Mi vedo come il nucleo di un atomo, circondato da una molteplicità di punti che gli ruotano intorno: ognuno di essi è un vortice di energia, un turbine di emozioni.
I punti situati in basso sono quelli delle paure: paura di restare da soli, paura del futuro, paura della vastità del mondo, paura per ogni particolare dell’esistenza, ingigantito a dismisura dalla brevità dell’esperienza del tempo, che relativizza ogni cosa.
Poi ci sono i punti in alto: quelli delle aspirazioni ideali, dei valori superiori, ciò a cui siamo disposti a consacrarci per sempre, per cui daremmo la nostra vita. È il luogo occupato dall’arte, dal sapere, dagli ideali politici e religiosi. Esistono misteriosamente: provengono da chissà dove, e li ritroviamo dentro di noi, senza un motivo.
Ecco: comincio a ricordare che erano questi i punti di contatto con gli adulti. Con gli adulti che eleggevo come modelli: i rappresentanti di quegli ideali.
Quel luogo è abitato ancora dai volti sereni, sorridenti, benevoli dei miei maestri, dei miei insegnanti.
Il mio professore di musica alle scuole medie, elegante severo e generoso; la mia professoressa di filosofia al liceo, da cui aspettavo come un dono il giudizio sulle poesie che scrivevo; il mio professore di storia del cristianesimo all’università, la sua ironia profonda; il mio maestro di pittura all’accademia di belle arti, la cui sola presenza silenziosa e attenta mi insegnava le cose più importanti.
Eppure, devo esser sincero, se dovessi esprimere a parole, attraverso concetti e idee, ciò che mi hanno lasciato, non ricorderei nulla o quasi delle loro parole. Solo una o due brevissime sentenze, che mi avevano colpito senza un perché, il cui significato avrei compreso in un lontano futuro.
“Fai attenzione: non scrivere mai la parola ‘io’ nelle tue poesie”, mi disse una volta la mia professoressa di filosofia. Strana esortazione, che soltanto adesso ho veramente capito: chi ha diritto a dire ‘io’, in una poesia, è quel fanciullo eterno che misteriosamente ci cammina accanto, solitario e selvaggio, una presenza che nei rari momenti della poesia è tangente alla nostra vita. Solo dopo aver compreso questo ho acquisito il diritto di scrivere il pericoloso pronome.
Ma delle tante parole che mi rivolgevano in realtà comprendevo pochissimo, lo devo ammettere.
Quello che ho conservato di loro fino ad oggi è soprattutto l’immagine del volto fiducioso con cui si rivolgevano a me.
La loro semplice e illuminante presenza.
Allora, forse, bisogna concludere che non è poi così importante comprendersi adesso.
É importante invece che quei punti in alto, quegli ideali, quelle aspirazioni, siano ancora avvertiti dai
ragazzi: siano dei vortici emotivi tenaci, intensi.
È importantissimo che i ragazzi ricomincino a sentirli brillare, in alto, come stelle. É il tramite virtuoso
tra loro e gli adulti, gli adulti che quegli ideali non hanno smesso neppure loro di sentire brillare.
Oggi mi capita di riconoscere allievi ancora in grado di consacrarsi ad un’aspirazione. Sono rari, e quando li scopro penso subito che appartengano ad un’epoca diversa: dico loro apertamente che sono fuori tempo e che provengono da un passato distante diversi decenni dal nostro presente.
Tra la mia giovinezza e la loro sono accadute cose gravissime per la loro tenuta spirituale: sono crollati partiti e ideologie politiche, senza che sia nato qualcosa di credibile al loro posto; le istituzioni si sono rivelate sempre di più apparati per l’esercizio del potere; la scuola è diventata sempre di più una struttura di addestramento per le competenze tecniche ed operative; le varie crisi economiche hanno eroso la fiducia nel futuro e nella libertà di scelta; i ragazzi, terrorizzati dalla prospettiva della disoccupazione e del fallimento, scelgono strade che possano per lo meno assicurare la tranquillità economica; le ultime guerre hanno fatto cadere anche quel velo di ipocrisia con cui le si ricopriva in passato e mostrano adesso il volto diabolico della pura ed efferata violenza.
“Le vostre battaglie non sono servite a niente: perché noi dovremmo rifarle?” mi domanda una delle mie più brillanti allieve.
Non c’è più spazio per le vocazioni, per gli ideali. Droghe, alcolismo e dipendenze sempre più diffuse,
sempre più precoci, ne sono la silenziosa espressione.
Per alcuni, pochissimi, tutto questo sembra non essere mai accaduto, per fortuna.
Ma per la maggioranza i punti situati in alto sono quasi scomparsi; i vortici tremendi della paura e della
disperazione sempre imminente si sono invece moltiplicati.
Per questo motivo, probabilmente, il filo che legava i ragazzi al mondo degli adulti, si è allentato ed è
stato sostituito dal risentimento, dalla violenza.

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