#1Libroin5W.: Savina Dolores Massa, “Lampadari a gocce”, Il Maestrale

#1Libroin5W.: Savina Dolores Massa, “Lampadari a gocce”, Il Maestrale

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CHI?
Il vero, assoluto protagonista di questo romanzo è il mare, nel suo fallimento di ruolo d’antidoto contro la sofferenza umana e universale. Una fuga apparente: il dolore stagna acquatico dentro i corpi dei marinai a bordo di Casta Diva, la nave merci battente porti: ma non salva, non salpa dal carcinoma della disperazione alcun membro dell’equipaggio.
Il protagonista illude, sbeffeggia. Il protagonista è più solo degli uomini, se è sempre il vento a deciderne la rotta. Rotta sarà sempre un’onda. Un canto di balena. Una pioggia precipitata dal cielo nonostante alcun cipiglio. Risentimenti azzurri,

COSA?
Ogni uomo a bordo di Casta Diva ha un conto in sospeso con una donna: moglie, madre, amante, prostituta di passaggio, illusione.
Uomini irrisolti e irrisolvibili se è sempre il grande utero marino il prescelto per una rinascita, la nostalgia. e l’odio destinato a un’acqua salata femminea che negherà loro qualunque fecondazione: odia lusinghe.
Nulla accade, tutto accade tra silenzi, repliche di parole, di cannibalismo dei passati altrui, amati e masticati e sputati ancora vivi. Dove? Nel mare dei sogni naufragati.

QUANDO?
Lampadari a gocce è nato come primo scheletro di pesce nel 2004. Approda nelle librerie dopo sedici anni di intagli per forme differenti, nuove branchie, maggiore crudeltà, ricorso a più tenerezze e qualche perdono. In questi sedici anni il manoscritto non è mai rimasto tre la polvere dei pentiti, ma ha pagato nel mio più ampio bisogno di abbandonarlo alla deriva mentre scrivevo molte altre storie. Forse anche lui è stato una nave dalla quale non volevo scendere. Ora l’ho lasciata, cerchi porti e cataclismi di abissi, vada via da me. Sia relitto o rosa.
Se esiste un aneddoto che posso rivelare, sta nel titolo, che può prestarsi a molte interpretazioni del mio inconscio o a chissà quali teorie, soprattutto leggendo il libro. In realtà, sola dove mi trovavo e tra esagerati ricordi, il titolo nacque prima della storia, quando una notte sognai il lampadario a gocce di mia madre, nella camera da letto, che ogni settimana ero costretta, adolescente, a pulire in ogni sua innumerevole goccia: dagli agire segreti dei miei genitori impressi su di esso come impronte da spiare e cancellare, e dalle feci delle mosche. Lo odiavo ma gli volevo anche bene. Tutto qui.

DOVE?
La storia è nata in un lungo periodo nel quale sono stata distante dalla Sardegna, dalla mia casa, dalle mie amicizie più importanti. Raccontando, pagina dopo pagina, ho compreso che Casta Diva volevo essere io: distante da dove mi trovavo e distante dal luogo lasciato alle spalle.
Lampadari a gocce è nato inizialmente in una campagna del sud Italia, con notti di uno stellato insopportabile, di un canto di cicale che avrei sparato una a una con una rivoltella e un pozzo che mi calamitava lo sguardo con moine di possesso. Conclusi poi la prima stesura in un villaggio sul mare. Nessun abitante del luogo mi rivolse mai la parola per mesi e mesi. Le donne furono le più feroci, facevano da scudo agli sguardi dei propri uomini attirati dalla mia figura come un vischio, forse autorizzati dalla mia diversità carnale e molto dal fatto che fossi “una straniera” compagna di un uomo a me più giovane di quindici anni. Fu una delle prime occasioni in cui iniziai a eliminare dal mio vocabolario la magnifica quanto falsa parola “sorellanza”. Succede.

PERCHÈ?
Non hanno un autentico “perché” i miei romanzi, in fondo neppure Lampadari a gocce. Accadono pagina dopo pagina, così come accade un oggi e un domani. Non faccio schemi, architetture di trame, semplicemente riga dopo riga divento altro da me o anche me mutandomi sembianze. Divento costante metamorfosi che altri neppure intuiscono. Entro fino alla profondità remota di un timbro di voce incontrato casualmente per strada. Guardo gli zigomi delle persone, associo le loro unghie alle nuvole, immagino un cruccio su una tovaglia stesa ad asciugare e magari vive il freddo, se è ottobre. Divento quella tovaglia.
Ho scritto questo romanzo come tutti gli altri, quanto le poesie, semplicemente usando gli occhi fino a stremarli e a maledirli. Non solo gli occhi che porto in volto, ma anche gli altri innumerevoli sparsi su ogni mio lembo d’osso o pelle. Scrivo identica a come sono in ogni spazio del mio Tempo. E fatico.
La medesima fatica della mia vita.
Questa fatica la “pretendo” da chi ha ridotto il proprio linguaggio e il proprio sguardo all’indispensabile per stare al mondo, accettato nel branco.
Quando in troppi mi domandano, Ma come fai a scrivere in questo modo, a essere in questo modo?, vorrei rispondere, Come fai a non esserlo o a saperlo fare tu.
Invece ingoio amarezza e proseguo a lasciarmi da sola. Andando via.

grafica di Nino Mele

Inoltre ti chiediamo di riportare alcuni passi dal libro per salutare (e incuriosire) i lettori , così COME nessuno meglio dell’autore più fare.

Sarò disubbidiente a questa domanda. Nessun passo di questo romanzo saprebbe spiegarvelo nella sua complessità. Posso dire solo che esistono creature sperse: una donna messicana ossessionata dal poter dimenticare tutto il suo passato, ma che per caso si innamora di un uomo della California. Lui di mestiere studia il cosmo e incontrandola per un giorno soltanto a Carnevale in Veracruz capisce che il solo universo stellato da ammirare è quella donna soltanto.
Posso dire dell’esistenza tra le pagine di una innocenza travata da un altro uomo – un camminante senza scopo, un pittore dell’oscurità – tra i macachi a Gibilterra. Può salvare la distruzione di un uomo una ragazzina di nemmeno quindici anni?
Posso dire che ancora un altro uomo morirà, e non farà piacere ad alcun lettore, credo.
Posso dire che Amsterdam ha gli occhi grandi. Anche che il porto di Bergen possiede una nebbia perfetta per non vedersi il cuore. Che un vecchio andaluso in una bettola di porto sogna di tornare nella sua città dai parenti, ignaro che tutti lì l’hanno dimenticato.
Posso dire che molte colonne sonore hanno fatto tremare sillabe e pause lunghe, e la scrittrice.

Sono e resterò il dubbio e il rischio di essere avvicinata al buio: non serberò rancore se mi abbandonerete subito. Avrò sempre un’altra storia in cui andarmene per fare i conti con me stessa.

Savina Dolores Massa

Nata a Oristano, cresciuta nel mezzo di correnti di una narrativa orale ricchissima, familiare ma non solo, avida e “disordinata” lettrice, giunge alla forma romanzo nel 2008 con Undici, opera prima che raggiunge la finale al Premio Calvino. Da quel momento è chiaro a tutti che nella cosiddetta “Nuova Letteratura Sarda” si è alzata una voce poetica di una ricchezza immaginifica strabiliante, e che attraverso una cura linguistica e sintattica da attenta ascoltatrice e filologa del parlato, ricostruisce vivide atmosfere di sogno e perciò spesso di piena e completa realtà, presa nella sua interezza sensoriale, mentale e surreale. Per la sua scrittura viene infatti spesso associata al cosiddetto realismo magico sudamericano, e se c’è un fondo di possibile in questa analogia, è anche vero che i risultati narrativi di Savina Dolores Massa sono pienamente autentici, restituendo quell’insieme vario di suggestioni che l’autrice, abitante, per dirne una, dell’Isola di Miele Amaro, non solo nel presente, ma forse anche di più nel dialogo col passato, raccoglie senza maniera, generando così singolari personaggi, in cui è realistico prima di tutto il rapporto con la propria complessità, e storie dal valore universale.
Con la casa editrice nuorese Il Maestrale ha poi pubblicato negli anni i romanzi: Mia figlia follia (2010), Ogni madre (2012), Cenere calda a mezzanotte (2013), Il carro di Tespi (2016), A un garofano fuggito fu dato il mio nome (2019), e ultimo Lampadari a gocce (2020), uscito da pochi giorni. Ma c’è anche spazio per la poesia vera e propria, di cui è già ricca la sua prosa, con la pubblicazione nel 2017 della raccolta di liriche, esigua parte della sua produzione, sempre con Il Maestrale, Per assassinarvi e Piacere siamo spettri, in unico volume.
Interprete delle sue opere, drammaturga, autrice in innumerevoli antologie, collaboratrice di riviste e animatrice culturale di Oristano e non solo, Savina Dolores Massa è una figura centrale della letteratura e dell’arte tutta contemporanea, (Biografia attendibile stilata da Franco Sardo)

Savina Dolores Massa, olio su tela di Gianfranco Fedele.

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