#2 Laurence Anyways

#2 Laurence Anyways

Laurence Anyways - theatrical poster QUOTES no certain regard no overlap

rubrica Il Cinematografo visto dall’Etna

C’è ancora qualcuno cui non dice niente il nome di Xavier Dolan? Probabilmente, tra coloro che alimentano – pur in forma minima – un qual certo piacere personale nei confronti dell’ars cinematografica, la risposta secca è: no. “Mommy”, ormai A.D. 2014, ha trasformato con prepotenza il giovanissimo regista canadese in ciò ch’era nato per essere: un artista, squisitamente, pop. Nella migliore accezione possibile. Pop come David Bowie; pop come Tarantino; pop, sosterranno forse i posteri, come il nostro adorato Saverio. Eppure, appena due anni prima, il fenomeno non era ancora esploso. Eppure, appena due anni prima, Dolan aveva messo al mondo quella che ad oggi è la sua opera più bella. E allora, con appena un migliaio di giorni di ritardo sull’uscita ufficiale, ecco che anche nelle sale italiane arriva Laurence Anyways. Capolavoro autentico di un’ancor breve filmografia – se ce n’è uno.

Il lungometraggio, presentato al 65° Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, segue dieci anni nella vita di Laurence Alia, professore di letteratura e poeta – esordiente ma dal talento già riconosciuto – di stanza a Montréal. Laurence divide la casa e la vita con Fred, donna esuberante e innamoratissima del compagno, che ne ricambia l’affiatamento siglando, già dalle prime battute dell’opera, un rapporto d’intensa, straordinaria complicità. Quando Laurence le rivela l’intenzione – lungamente repressa – di voler cambiare sesso e sbocciare, finalmente, come la donna che si è sempre sentito, lei lo segue dopo un’iniziale smarrimento. Ma è solo l’inizio, per entrambi i protagonisti, d’una nuova crisalide amorosa destinata a volare in direzioni apparentemente diverse. 

Vale la pena, nonostante la ridondanza, porre l’accento sull’età in cui Dolan si è misurato con questa terza, imponente fatica sull’universo transgender. Ventitré anni. Quasi tre ore di narrazione per la quale firma – al solito – regia, sceneggiatura, montaggio e costumi. Con uno stile quasi inconfondibile. Il cinema dell’oramai fu enfant prodige – fatto di sguardi sui corpi e attraverso i corpi – raggiunge qui il suo più alto compimento visivo e filosofico. Laurence e Fred sono la macchina da presa, l’editing ha il ritmo della loro unica e separata esistenza. L’indugio ossessivo sulle gallerie di primi piani è un marchio di fabbrica che si amalgama con la stupefacente sublimazione scenografica: l’amore per le texture, l’analisi del tempo. I carrelli insistenti come penetrazioni continue, le allusioni costanti e i passaggi nevrotici da un volto all’altro, l’utilizzo della musica diegetica ed extradiegetica: tutto, ma proprio tutto questo è già riuscito, in qualche modo, a fare scuola. Insieme a pochi altri colleghi (vedi Nicolas Winding Refn) Xavier è in grado di scolpire dei classici, di trasformare la scena in evento, di rarefarla sino a renderla corpo – essa stessa – a sé stante, eppure pulsante in una vibrazione all’unisono. L’euforia, la sfrontatezza e la precoce consacrazione all’esordio, “J’Ai Tué Ma Mère” (2009), gli permettono di osare dove non osano le aquile con risultati sorprendenti. Il giusto mix di spudorato onirismo e cinema du (plus que) réel, infine, compone, assieme al meraviglioso campionario visivo, un prodotto di appeal e sostanza immaginifica.

Menzione a parte merita – a scanso di equivoci sulla consapevolezza del mestiere – la direzione di un cast stratosferico. Si fa fatica a stabilire chi l’abbia vinta tra Melvil Poupaud (attore e musicista arcinoto in Francia) e Suzanne Clément (attrice feticcio del regista ventisettenne): figure che troneggiano persino la copiosità saltuariamente bulimica di Dolan. Se proprio tale orgiastica estroversione fuoriesce, ogni tanto, in scrittura, non v’è alcun dubbio che valga la pena recuperare questa perla. Più che un film, si direbbe un manifesto. Più che un autore, si direbbe un capofila. «È una rivolta?» – chiederanno a Laurence quando si presenterà a scuola in abiti da donna. «No. È una rivoluzione».

 laurence_cannes

Voto: 8

Nota: Anche l’ultimo lavoro di Xavier Dolan, “Juste La Fin Du Monde”, arriverà prossimamente nelle sale italiane dopo il passaggio a Roma e Milano.

 

 

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