La visione geopoetica e l’enigma dell’assoluto

La visione geopoetica e l’enigma dell’assoluto

Davide Sapienza Foto Alessandra Merisio sm

rubrica l’Autore Racconta

Dire “poesia” per me ha sempre rappresentato un’aspirazione: dare senso, profondità, spessore alle parole. Orientarle a un bisogno di assoluto sentire, assoluto vedere, assoluto scrivere. Come se ogni parola fosse l’ultimo segno da lasciare nel passaggio terrestre. Per questo, ho sempre creduto che ogni parola scritta, in quell’attimo, dovesse essere capace di racchiudere il (mio) mondo intero, la mia psiche e la mia esperienza, relazionato al vasto mondo al di fuori di me e al quale appartengo come essere umano che a sua volta appartiene alla più grande comunità della Terra dove le piante, le acque, le rocce, gli altri animali, interagiscono di continuo. La poesia, dunque, è per me sempre stata la forma espressiva in grado di farmi comprendere le connessioni a un livello primario – la memoria genetica delle nostre terminazioni nervose, delle nostre ossa, dei nostri fluidi, dei nostri organi. E su questa strada sin da giovane età mi sono incamminato.
Durante il periodo universitario, quando già lavoravo nell’editoria musicale, con alcuni spiriti altrettanto ribelli fondammo “L’urlo di carta”, letteralmente un manifesto poetico che si “svolgeva” come una pergamena e dove le poesie erano macchie di colore e forza sul nero del vuoto. Una reazione alla bizzarra affermazione accademica di allora, della poesia come qualcosa di statico e immutabile. Organizzato e canonizzato. Come era possibile trovare espressione a un fiume in piena usando banali canalizzazioni cementificate, chiuse che determinavano a priori i flussi dell’acqua selvaggia, la poesia che sentiv(am)o scorrere in noi? Eravamo ventenni e liberi da tempo da tante sovrastrutture che avevano trasformato le pur formidabili espressioni letterarie del passato in qualcosa di “sospetto” e di “esclusivo”. Volevamo ascoltare il nostro tam tam. Volevamo essere liberi. Perché la libertà è creativa.
Voglio citare uno dei miei artisti preferiti, il regista tedesco Werner Herzog, quando dichiara: “lo storyboard è roba per vigliacchi.” Mi ha sempre affascinato l’idea di avvicinarsi a una forma espressiva per capirne i meccanismi, ma solo sino al punto in cui queste regole non diventano un cappio. L’ho fatto con tutto quello che in trentadue anni di editoria mi ha permesso di esprimermi: dalle traduzioni ai reportage per riviste e giornali, alla fine per me è un solo grande canto che parla di connessione, non separazione, tra le “cose”. L’ho fatto quando arrivò il tempo di provare a creare un mio formato narrativo in grado di incorporare la forza potente, sorgiva, della poesia, nella narrazione. Volevo trovare la mia voce e quella voce è tutta in “I Diari Di Rubha Hunish” (BaldiniCastoldi, 2004), il frutto di dieci anni di viaggi e riflessioni, spunti poetici e intuizioni filosofiche. Un libro che ancora oggi, per me, viaggia aiutandomi nel cammino. E che ha anticipato tutti gli altri, sino a “Camminando” (2014).
Come il viaggio e il cammino, come la vita, la poesia scolarizzata diventa auto referenziale: magari, in alcuni casi, straordinaria, ma con il rischio di trasformare la sua forma in contenuto. E questo a me interessa davvero poco. Si chiama manierismo. Principio di autorità. Io invece credo nel coraggio, nel tentativo, nel fallimento anche, che mi ha insegnato infinitamente più del successo di un’azione poetica. Quante cose ho nei miei taccuini e quante nella mia testa, nel corpo, nelle gambe, che attendono anni prima di diventare parole? E poi quando lo diventano, saranno queste parole comunicabili, oppure sarà meglio che se ne stiano qui con me, in silenzio, in attesa di crescere – ovvero di trasformarsi in essenza come quella di un larice, di una quercia, di un faggio, di una betulla, di un lichene? Aprire nuove tracce, che poi magari ti si chiudono alle spalle perché la vegetazione dentro la quale ti sei avventurato è troppo folta, è il mio gioco preferito. Comunque vada è un successo: hai camminato, hai respirato, ti sei graffiato, ti sei ferito, hai sudato, hai vissuto. Hai goduto. Ti senti vivo. E la poesia deve soprattutto essere vita.
Se penso alle grandi influenze sulla mia poetica, penso ad autori rock (Jim Morrison, Bob Dylan, Leonard Cohen per esempio) o ai poeti nativi americani che più mi hanno segnato e coi quali ho avuto il privilegio di condividere palchi e amicizia: il compianto John Trudell, il maestro Lance Henson, dal quale ho appreso l’arte della semplificazione assoluta come strumento di massima efficacia. Nel tempo, questa orografia interiore ha dato i suoi frutti. Ci ho messo 52 anni di vita per arrivare, dopo una serie di libri di “narrativa”, a osare di definire quello che io rappresento come “Il durante eterno delle cose” (Feltrinelli Zoom Poesia, 2016). Un’opera dovuta – a me stesso. Un’opera nata senza pensarla come tale perché nei periodi di ricerca artistica e interiore più intensi – anche dolorosi – utilizzo la forma poetica come dialogo privilegiato con la scrittura. Voglio capire se riesco a cogliere il grande bagliore del mondo in poche parole, come quando fotografo e c’è il fugace attimo di una visione che si fissa. Scene. Ecco perché penso da sempre in termini cinematici al mio lavoro. Il titolo di quest’opera era una cartella vuota da dieci anni. Poi sono arrivati i contenuti in attesa di essere espressi.
Se devo fare riferimento alla visione geopoetica, subito vi faccio due nomi: Akira Kurosawa e il suo cinema. In particolare, penso a “Dersu Uzala” e “Sogni”. Penso cioè a un artista che ha saputo usare il medium del cinema per raccontare poesia di vita quotidiana, usando condizioni e contesti eccezionali al fine di elevare i sentimenti di ogni giorno, le visioni di ognuno di noi, a qualcosa di universalmente possibile. Penso poi a Barry Lopez e a quando lessi “Sogni Artici”, per poi tradurre e curare i suoi “Resistance” e “Una geografia intima”. L’unico scrittore al mondo, da me conosciuto, che ha saputo mettere nei libri l’esperienza umana profonda e senza confini nel rapporto con la Terra e la cultura: nella totale indipendenza delle diverse dimensioni, in un abbraccio cosmico stupefacente. Non ho la pretesa di rappresentare “l’universale”. Poche sono le cose universali. Molte le storie archetipe dentro di noi. Moltissime le sinapsi che facciamo di fronte a un paesaggio: l’occhio umano è ciò che in definitiva stabilisce cosa accadrà alla tua mano quando dovrà agire le parole che il tuo corpo avrà elaborato di fronte all’esperienza di vita.
Per me, il poeta supremo dopo William Shakespeare, è William Blake. In loro ho sempre trovato una corrispondenza con le immutabili leggi umane. Le ho trovate anche nei poeti supremi Herman Melville, Walt Whitman, Henry David Thoreau, Jack London, Herman Hesse, Barry Lopez. Sono questi gli autori che io chiamo sempre e comunque poeti, perché capaci di trasformare poche pagine in miliardi di stelle, facendo del cielo una via luminosa da tenere presente sempre, anche nei momenti bui.
Scrivere è un atto d’amore. Quando ami, ogni istante è unico, irripetibile, insostituibile. C’è una trama nell’amore? Forse si. Forse. L’unica trama è che l’amore, il sentimento umano più caratterizzante e positivo, è un atto di libertà. Amare è liberare. Questo per me è la scrittura geopoetica: amare la comunità della Terra e sentirne lo spirito vivo, la carne e l’invisibile agire. Provare a raccontarlo da testimone di quei filamenti invisibili che sono ciò che passa dall’atto di vedere, percepire, toccare, annusare, ascoltare, all’atto creativo. La creazione è un gesto rivoluzionario perché cambia tutto, anche a dispetto di ciò che ti eri messo in mente. Per farlo – lo scrivo nel mio saggio narrativo “Il tempo della Terra” dove ho creato l’Ultratempo per fornire un contesto a tutti questi discorsi – serve prima un’implosione e poi l’esplosione che conduce al “recreare”. La poesia è per me una forma di ri-creazione che io sto cercando di lasciare fluida, geopoetica: la ricerca del profondo che ogni superficie racconta ma che, come l’elusivo gorgo del Saltstraumen del Nordland, non è definibile e circoscrivibile. C’è, poi non c’è. Quando vuoi definirlo, sfugge. Una geografia, questa, che nella sua espressione morfologica è rappresentazione di processi in atto da miliardi di anni, dunque anche per noi figli delle stelle e del mare, ognuno forma della Terra a proprio modo, nella quale risuona un canto che è per forza diverso da quello di tutti gli altri: ma che nel suo salmodiare, ha alcune note riconoscibili. Quelle che ci uniscono. Le forme poetiche.

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