#Orienti_1
La scalata per il canto
Luca Pizzolitto, Prima dell’estate e del tuono, peQuod, 2025, Introduzione di Gianfranco Lauretano, pp. 78.
Luca Pizzolitto è un raro poeta con indole da scalatore. Entrare nella sua scrittura significa, per chi legge, votarsi a un’arrampicata su una parete che cade a piombo, piena di spigoli. Il suo ultimo libro, Prima dell’estate e del tuono (peQuod, 2025), presenta tuttavia anche delle sporgenze, dei punti di appoggio (e di ristoro) per il lettore, pur restando fedele alla cifra dell’altezza, della vertigine, della rarefazione linguistica che mira a un punto ben preciso: «qui dove dimora il niente / qui dove è salva la parola» (p. 40). La scarnificazione verbale di Pizzolitto costeggia la sponda del nulla (anche in forma di citazione da Celan: «rosa del nulla») senza cadere mai nella tentazione nichilista, forte dell’esperienza di un certo coté biblico che guarda a Qoelet come capostipite di un’indagine sull’abisso dell’esistenza.
Il dramma – di cui scrive anche Lauretano nella generosa introduzione – è quindi tanto ontologico quanto esperienziale, sulla scia delle pagine di Turoldo meditate con assiduità da Pizzolitto. Vale a dire che la poesia di Prima dell’estate e del tuono nasce dall’attrito di una «carne senza riparo» (p. 14) con «il solco di luce il vuoto istante che segue l’amore» (p. 20). Il mondo, chiamato qui nella sua presenzialità materica e talvolta quotidiana, è il luogo della lotta, del respiro spezzato, di «ogni mancata carezza» (p. 15), delle «cose che non ritornano» così come di quelle «lasciate a metà» (p. 53); è un centro de-centrato dove «si fa a pezzi il cuore nel canto della vita» (p. 17), o, se vogliamo, la figurazione di un deserto (al tempo stesso punto di massina distanza e vicinanza dell’umano al velo del mistero) che però non preclude «la strada per la sorgente».
Pizzolitto, poeta assetato di verità, vive «l’attimo prima del compiersi / della parola» (p. 60): da qui quel senso di sfasatura del dicibile rispetto a una scaturigine che rimane indefinita, sospesa nelle pieghe di un canto volutamente dissonante che si alza a vessillo di un’umanità smarrita nel «tempo tra le cose / che passano e non fanno rumore» (p. 28). Non ci sembra di cadere in errore volendo ravvisare in questo nuovo libro dell’autore torinese uno spiraglio messianico paradossalmente ancora più marcato rispetto al “letterale” Getsemani (peQuod, 2023), ovvero un guizzo degno della Lettera ai Romani che apre a una speranza futura. E ciò è tanto più evidente nell’ultima sezione, Nuovi deserti, in cui predomina un paesaggio «dove tutto tace e splende, tra le rovine» (p. 63), come un’eco di morte foriera di vita sempre nascente: «Tutto grida, tende alla luce» (p. 67). Il tempo che resta, suggerisce Pizzolitto, è tutto di approssimazione alla vetta.
Pietro Russo
Dove la rabbia confina col grano
dove trattieni il respiro
per ogni mancata carezza
la febbre scesa da poco
l’aria sporca dell’ospedale
le sei di mattina.
*
Sfiori le bacche del rovo attendi il volto
prima del nome tempo nel tempo
senza memoria imparo dai tuoi fianchi
la danza austera di una notte così vicina
al sogno, pace per ogni deserto
la stanca misura, un fragile vuoto.
*
Conosco ogni distanza
e ciò che resta nel fiato
di una preghiera stretta
tra i denti, la resa del sonno
questo è il vestito dorato del niente
questo è l’attimo prima del compiersi
della parola
nudo dolore tra le foglie luci al neon
stato di quiete – il taglio di gioia
nel ritorno dei corpi a primavera.
*
Attraversi da sponda a sponda
lo strato denso del fiume
separi le mani dall’ombra,
il tempo sacro dell’abbandono.
Tutto grida, tende alla luce.








