“di Acqua, di Terra, di Luce”, connessioni e audacia “narrativa” di tre poetesse: Rosa Maria Di Natale, Giovanna Lojacono e Valentina Pasquon. Domani al “Catania Book Festival”.

S’intitola “di Acqua, di Terra, di Luce”. È una deliziosa plaquette che accoglie i versi di Rosa Maria Di Natale, Giovanna Lojacono e Valentina Pasquon (vincitrici del Premio Letterario Città di Leonforte, sezione “Poesia”, 2024). Il libro “di Acqua, di Terra, di Luce”, pubblicato da Sikè, sarà presentato domani domenica 26 aprile, nella sala “Sant’Agata” del “Museo Emilo Greco”, alle ore 18.45, nell’ambito del “Catania Book Festival”. «Questo primo libretto, di una collana che si chiama “Luce obliqua”, contiene tre pillole di bellezza, preparate da tre speziali, donne, un po’ maghe e un po’ scienziate. Pensate a questo libretto come a uno di quei ricettari segreti, che circolavano di nascosto, tra il Cinque e il Seicento, scritti da donne o per le donne, che contenevano in una pagina il rimedio per il mal di stomaco e in quella accanto la ricetta di un potentissimo filtro d’amore. Sì, pensate a un libro così, in cui la potenza terrigena che aggruma montagne si disperde sconfitta dall’ancestrale eco dell’acqua che lava ogni segno che è stato. Per questo primo numero di “Luce obliqua”, abbiamo deciso di scegliere alcune poesie di tre autrici, geograficamente e poeticamente distanti, ma accomunate dal richiamo degli elementi: acqua, terra, aria. I loro testi raccontano la vita che a questi elementi è da sempre connessa, che da essi nasce, che di essi si nutre, che in essi si risolve», chiarisce la curatrice Daniela De Liso. Mobilità del pensiero, imprevedibilità del dire (del dare), audacia narrativa (figurativa), corrispondenze, addentro pagine di fluida complessità, attorno “radici immutabili di tutte le cose”. A ciascuna abbiamo chiesto una riflessione (sempre attuale) su poesia, destino e “pensosa” solitudine; altresì abbiamo chiesto di scegliere una poesia per salutare i nostri lettori.

Rosa Maria Di Natale

“Non credo che la poesia “colmi”. Non è un contenitore che riempie un vuoto, né una risposta definitiva a ciò che resta inascoltato. Però la poesia fa qualcosa di più sottile e, forse, più necessario: dà forma alla solitudine. Le permette di respirare, di uscire allo scoperto, di diventare parola. Quando scrivo, non smetto di essere sola, ma quella solitudine smette di essere muta. L’inascoltato, poi, è una materia delicata. Non sempre trova un orecchio pronto, ma nella poesia trova almeno un luogo dove esistere. È già molto. È come l’acqua che scorre sotto terra: non la vedi, ma continua a muoversi, a cercare una via. Ecco, la poesia è questo movimento: non elimina il silenzio, ma lo attraversa.

La poesia non è una scelta nel senso più semplice del termine. Non è qualcosa che si decide a tavolino, come un mestiere o un progetto. Assomiglia di più a una condizione. A una forma di sensibilità che ti accompagna, a volte anche contro la tua volontà. Scrivere, per me, nasce da una necessità: quando qualcosa non trova spazio nella vita quotidiana, cerca un varco nella parola poetica. In questo senso sì, può essere un destino, ma non in senso grandioso o eroico. Piuttosto un destino quotidiano, fatto di attenzione e di piccoli urti con la realtà”.

Giovanna Lojacono

“La “pensosa solitudine” di chi scrive poesia rimanda ad un continuo vorticare nello spazio, circondati da una immensità che non si è capaci minimamente di capire, né di spiegare in alcun modo. Se ne intuisce l’incommensurabilità, questo sì, e da quello stupore nasce la poesia. L’inquietudine generatrice di stupore è quello che Laura significa per il Petrarca. Tale continuum spazio tempo può includere un tormento quasi ipnotico e anche ogni forma di bellezza che muova la parola. Non è necessariamente lo struggimento la leva poetica.

Personalmente mi piace pensare che il poeta non sia necessariamente solo, che la poesia non nasca per forza da un vuoto. Al contrario può nascere dalla connessione con gli altri e, per questa ragione, più che dalla solitudine, dall’amore. La poesia in questo senso non colma un vuoto, ma arricchisce, tesse, costruisce. Cosa è il destino? Una mappa. E cos’è una mappa? La rappresentazione grafica di una zona di terreno. La poesia è destino, certamente. Indica tutti i posti in cui chi scrive si è posato, seppure un istante”. 

Valentina Pasquon

“La poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato? Non è la poesia a colmare la solitudine del poeta; è piuttosto la solitudine – profondo pozzo sacro – a nutrire la poesia. Essa non è qualcosa di vago o indefinito, ma una materia incandescente che preme per trovare una via d’uscita, per giungere a dirsi. È fatta di immagini e suoni prima ancora che di pensieri, di vibrazioni che precedono la parola e la esigono. Il poeta si fa tramite: accoglie queste spinte, questi urti, e li trasforma in linguaggio, in una continua ricerca di precisione e necessità, nel tentativo di dare voce a ciò che per sua natura sfugge. Attraversa la solitudine, ne esplora i meandri, fino a renderla duttile, plasmabile, capace di farsi forma. E tuttavia, proprio in questo processo, qualcosa accade: ciò che nasce da una condizione di isolamento si apre a una possibile risonanza. La poesia non elimina la solitudine, ma la espone, la rende condivisibile senza dissolverla. Così, l’inascoltato non viene semplicemente colmato, ma trasformato in potenziale percezione: uno spazio in cui altri, leggendo, possono riconoscersi.  

La vita del poeta è indubbiamente intrecciata alla poesia: ciò che accade lascia tracce, si deposita, modifica lentamente il fondo dell’animo da cui la parola nasce. Eppure, parlare di destino a proposito della poesia sembra eccessivo, quasi una forzatura. Le emozioni, i sentimenti, persino i traumi non si limitano a essere trascritti: vengono attraversati, rielaborati, trasformati. Nel farsi parola, acquistano una loro autonomia, si allontanano dall’origine biografica e diventano altro da sé. Di esperienza in esperienza, la vita offre al poeta appigli e resistenze, ma è nel gesto creativo che queste tracce vengono filtrate, distillate, sottratte alla contingenza. La poesia non coincide con ciò che accade: lo oltrepassa, lo reinventa, talvolta lo contraddice. In questo senso, se la vita può apparire segnata da un destino, la poesia conserva uno spazio di libertà: può scegliere di non obbedire, di deviare, di aprire varchi inattesi. Non è tanto il compimento di un destino, quanto il luogo in cui il destino stesso viene interrogato, e, forse, sospeso”.

scelte per voi

 

(Rosa Maria Di Natale da “Sete”)

Voce dell’acqua che ritorni
ti ho attesa
mani aperte sotto il sole
manto di cenere sulle spalle.

Sciogli la polvere nei cortili
lava gli anni dispersi
il mio giornale nel fango.

Scrivo parole della restituzione
nei bicchieri rotti
sulle punte delle dita

scardino porte chiuse nel sonno

Torna feroce sui tetti
nelle cisterne vuote
sui corpi stanchi delle soglie

lavami gli occhi.

(Giovanna Lojacono da “Trilogia dell’acqua”)

Acquatempo

Il disfarsi di meccanismi
nel lento fluire dell’acqua
è un’attesa priva di affanno
di gesto
aggruma la specchiata effervescenza
che stilla dalla roccia
cangiante, sinuosa, vibrante
di squame, ricade,
trascina materia disciolta
di ghiere, corone, quadranti
sulla terra nera si spande
come lunghissima striscia
di luce mobile.

(Valentina Pasquon da “Dal vento il controcanto”)

tempo

accorata dapprima una stretta di mano
potrebbe via via accendersi nel grottesco
diluvio che dopo di noi pronto insiste
non fosse per il montare del chiuso
cadrebbe in tormenti indipendenti
con falde di brividi radenti

non sono i pori a farsi insidiosi
ma sete e attese dentro le rughe
serragli paladini dei volti passati
che conservano pallori impassibili
se sorpresi da un tuffo repentino

d’altronde il grigio col suo fare eterno
confida nel secco di pelle estranea
e non stilla che scorci di vita
da papille d’estate in catalessi

Note biografiche

Rosa Maria Di Natale, laureata in filosofia, giornalista professionista, vive e lavora a Catania. Ha insegnato comunicazione e giornalismo on line all’Università di Catania. Nel 2024 ha pubblicato la raccolta di poesie: “Corpo di tutte le madri” (Ensemble) e il suo primo romanzo nel maggio 2021: “Il silenzio dei giorni” (Ianieri edizioni) che ha vinto il premio speciale Donna “Città di Ceglie Messapica”. Scrive e pubblica racconti in riviste e volumi collettanei. Da oltre dieci anni organizza gruppi di lettura in presenza e on line, cura laboratori di scrittura ed è responsabile della comunicazione di festival ed eventi culturali. 

Giovanna Lojacono è traduttrice dal portoghese e vive e lavora a Catania. Laureata in Legge con specializzazione in Tutela Internazionale dei Diritti Umani, sta studiando per diventare Assistente sociale. Ha lavorato in Brasile, nello stato del Goiás, per AiBi (Amici dei Bambini Ong) come rappresentante per le Adozioni. Ha tradotto “Anita Garibaldi – O Nascimento De Uma Heroína” (VerbaVolant 2016) e “Belo, o fio de cabelo” di José Custódio Rosa Filho (VerbaVolant   2018), “Pequena Voz – anotações sobre poesia” di Nuno Felix Costa (Algra Editore 2023). Ha esordito in poesia con “Stanze di Mare” (Eretica 2023), terzo classificato al Premio Letterario “Città di Leonforte” 2024. Un suo racconto breve ha vinto il Contest letterario “Porti Sepolti”edizione 2024.  È coautrice di “Innesti, Poesie per il Maggio di Accettura” (AnimaMundi 2024). 

Valentina Pasquon, autrice di poesia e prosa, vive a Venezia, dove ha insegnato e ha preso parte attiva alla vita culturale della città, collaborando all’organizzazione di eventi, incontri letterari e laboratori di scrittura. È stata co-curatrice del volume Parola, Mater-Materia. Per una poetica nella differenza sessuale, Arsenale Editrice, 1989. I suoi testi sono apparsi su riviste letterarie, tra le quali limmaginazione con cui collabora dal 1994. Per Manni Editori ha pubblicato il romanzo Era primavera damaranto (2021) e la raccolta poetica Per non perdere il conto (2024). È in pubblicazione il poema Il delta dellultima stilla, Isolario Edizioni. 

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