Alexandre Vialatte, “Battling il tenebroso”. Traduzione di René Corona.

Alexandre Vialatte, “Battling il tenebroso”. Traduzione di René Corona.

Titolo originale: Battling le ténébreux
Copyright © Gallimard, 1928
Copyright © Prehistorica Editore, 2020
I edizione italiana: novembre 2020
Traduzione dal francese: René Corona
www.prehistoricaeditore.it

 

Alcuni critici considerano come il capolavoro di Vialatte proprio questo romanzo di gioie, divertimenti e dispiaceri che ha per eroi un trio di adolescenti che sognano e anelano, in una piccola cittadina di provincia, attorno alla figura di una giovane scultrice tedesca, venuta a stabilirsi non lontano dalla scuola. Il giovane Battling in particolare perderà sé stesso, cercando di conquistarla. Nulla più di un fatto di cronaca, si penserà; nulla di più sbagliato. Dato che nell’ambra di questo romanzo trovano la più alta espressione i sentimenti, gli itinerari chimerici e le smanie appartenenti all’adolescenza di ogni tempo, e sono rivisitate da un artista la cui prossimità all’abisso e l’intuizione della verità hanno reso allegri e melodiosi.

Un romanzo d’amicizia, d’amore, d’adolescenza.

Malraux: 

“Si troverà qui lo stesso tipo di piacere dispensato dalla lettura di Nerval.”

Divenuto celebre per aver fatto conoscere per primo ai francesi le opere di Kafka, e per avere tradotto autori del calibro di Nietzsche, Goethe, von Homannsthal, Mann, Brecht, Alexandre Vialatte (1901 Magnac-Laval – 1971 Parigi) ha nel corso degli anni dato prova di un’immensa creatività artistica, che lo ha portato a spaziare dalla poesia alla cronaca letteraria, per arrivare al romanzo. Ha pubblicato presso alcune delle più prestigiose case editrici d’oltralpe, tra le quali Gallimard e Juillard. Oggi, è universalmente annoverato dalla Critica nella categoria dei grandi classici senza tempo. Questo è il primo romanzo di Vialatte edito in Italia.

René Corona, il traduttore di questo libro, è docente universitario di lingua Francese a Messina. Ha eseguito la prima traduzione francese dell’Amaro Miele di Gesualdo Bufalino. Ha tradotto per Actes Sud, in collaborazione con Marguerite Pozzoli, le prose di Valerio Magrelli; per “Europe” e per “Gustave” altri grandi poeti italiani, tra i quali Ripellino, Cardarelli, Gozzano, Caproni, Sciascia. Ha pubblicato due romanzi e svariate raccolte poetiche, sia in Francia che in Italia.

 

Un estratto

Mi basta chiudere gli occhi per sentire ancora ronzare i lumi a gas della piccola aula, vedere i muri verdi e le grandi carte geografiche, il Bacino parigino con le sue aureole, il Tonchino violetto, l’Annam rosa e trenta piccole teste chine pazientemente sui quaderni. È lì che vivevamo i nostri sedici anni. I nostri occhi seri smentivano il nostro sorriso maligno; avevamo grembiuli neri, dita macchiate di inchiostro e firme incerte decorate con ghirigori copiati. I vecchi banchi, inverosimilmente solcati da formule, date e motti, proponevano alla memoria celebri patronimici. Lì sopra, la generazione precedente aveva scolpito i propri nomi con il coltello prima di andare a morire in guerra. Adesso i banchi avviliti nascondevano fotografie di donne, ritagliate in riviste, collezioni di francobolli e tozzi di pane, gli scarti di un’età inutile. Un busto della Repubblica dal profilo greco guardava nel vuoto con occhi di gesso, orizzontalmente, più lontano di noi.

Ero seduto in fondo all’aula del doposcuola, in un cantuccio riservato agli anziani, tra Manuel Feracci, di Matematica elementare, e Fernand Larache, sopranominato Battling, della quarta D. Da qui, abbracciavamo l’insieme dell’aula dove emergevano le teste in nero tra le anse bianche delle orecchie; più in fondo, nel vapore della neve che si scioglieva intorno alla stufa, il torace del sorvegliante, rimpicciolito dalla prospettiva, fluttuava sopra la cattedra simile ad una visione mistica in un portapenne di Lourdes. Non ho mai saputo perché lo chiamavamo Rétine; il suo vero nome era Baladier. Non si sapeva da dove veniva, né quali fatti avessero segnato il suo passato; non ce lo chiedevamo; godeva dell’esistenza indubitabile ma astratta delle verità matematiche; accettavamo, però, che fosse stato sempre qui. L’avevo conosciuto più focoso: quando stavo ancora in prima media, ostentava allora una certa eleganza da bollettino scolastico, aveva i baffi all’insù, l’andatura decisa e completini senza età, perfetti fino all’impersonalità, l’uniforme anonima dei signorivirtuosi del nostro libro di morale. Ma da allora, si era trascurato, consumato dalla vita di provincia; si era lasciato crescere la barba e indossava, in ogni stagione, come i pescatori della regione, una giacca da caccia, con tasche sulla schiena e bottoni di metallo ornati con teste di grifone in rilievo, proveniente dalla Manifattura delle armi di Saint-Étienne. Ogni due giorni, comperava un pacchetto di tabacco trinciato dalla signora Vachette, la tabaccaia, con la quale aveva iniziato a scambiare alcuni cortesi commenti sulla generica necessità della pioggia, sulle proprie opportunità particolari, e una certa correlazione per cui, dopo tutto, la ricchezza entra nella costituzione della felicità. Si era abituato, a poco a poco, al calore malsano della stufa, all’odore di tabacco fresco, al buio della stanza; vi era ritornato per concludere la sua passeggiata. L’abitudine era diventata così una necessità. Aveva scoperto lì, tra gli scaffali dei cigarilli acri e quello dei Cohiba paffuti, il vero clima della sua anima. Amava il colore locale delle loro immagini variopinte dove vanitosi toreri esibiscono basettoni blu sotto un colbacco di pelliccia, le banderuole lussuose ornate con nomi spagnoli, le pipe vuote, melanconiche, i bocchini di ambra gialla, le caramelle con la sorpresa, e i piccoli gioielli da tre lire la cui lega si ossidava sull’espositore mezzo vuoto. La signora Vachette, lusingata dalle visite di un cliente così colto, diceva di lui: “È un cervello”. Qualcuno insinuava riprovevoli relazioni tra di loro. Alla fine di ogni giornata, lei leggeva dei romanzetti semi letterari che l’aiutavano a reinventarsi i propri gusti, ornava il suo dubbio corpetto con nastri vivaci e sulle questioni meramente sentimentali proiettava una luce definitiva, con aforismi color rosa pastello. Qualche volta il chincagliere, il signor Ravière, veniva e in un colpo solo, mentre tirava fuori il suo portamonete, lanciava una serie di proverbi. La conversazione, allora, prendeva un aspetto paffutello, confortevole, e nel calore della stufa, la vita valeva la pena di essere vissuta. L’esistenza acquistava uno spessore particolare; l’amicizia, la conversazione, il buon umore, lo zuavo delle cartine Job, le davano un sapore nutriente. Il signor Baladier confutava un argomento sentimentale con una citazione latina o prendeva un po’ in giro la signora Vachette su ciò che chiamava il suo subconscio romanzesco e le sue rimozioni freudiane; e se lei lasciava una porticina aperta, lui le rimproverava una lubricità sorniona e dei complessi preoccupanti. Allora lei scoppiava a ridere come una donna a cui si fa il solletico, risata alla quale sovrapponeva un piccolo risolino soffocato, studiato, che trovava conveniente e prendendo una voce distinta diceva: “Lei è adorabilmente birichino”, poiché così parlava Gina di Valmombrosa nel romanzo che stava leggendo.

La signora Vachette, influenzata dalle sue incresciose letture aveva qualche difficoltà nel definire Baladier.

Baladier non aveva nulla di un birbante adorabile. Era un uomo taciturno e molle, un essere banale e potente che presiedeva alla fermentazione delle nostre adolescenze come uno spaventapasseri campestre alla germinazione del grano. Quando apriva il suo ombrello sulla soglia della porta alzando verso il cielo un naso furtivo, appariva proprio come un simbolo scoraggiante della pochezza terrestre e questo solo gesto autorizzava tutte le disperazioni. Di fronte a quest’uomo senza fantasia che, con la sua stessa presenza, negava l’immaginazione, dissimulavamo le nostre ingombranti anime sotto sorrisi senza un briciolo di sincerità. Molti di noi erano spesso occupati a recitare a sé stessi un ruolo di uomini fatti che avrebbe provocato soltanto in Rétine un’incomprensione molto schietta più offensiva dell’ironia.

D’altronde, non essendo completamente abbindolati dalla nostra stessa commedia, avevamo una coscienza inquieta che ci rendeva sornioni e cattivi. Ma poi in questa nostra miseria orgogliosa chi ci avrebbe mai teso una mano? I nostri maestri? Supposizione ridicola: gli adolescenti non possono fare affidamento sugli adulti. Gli adulti impinguiti dal tempo, gli adulti dall’animo volgare e dalla logica implacabile, hanno paura di tanta ricchezza e mediocrità. I nostri sguardi esigenti ispiravano loro un fastidio; le nostre bocche menzognere, disgusto. Orgogliosi e nello stesso tempo vili, solo disprezzandoli potevamo prenderli come modelli.

Chiaro-di-Luna, il bidello – malinconica importazione del capoluogo industriale – che vendeva del cioccolato Menier durante la ricreazione e suonava la campanella per dividere il tempo, fece capolino, dalla porta semi aperta, con la pancia inguainata in un grembiule blu:

– Il Preside vuole vedere Feracci.

Feracci fece una smorfia sdegnosa per la circostanza tipica di uno che ha già superato la prima parte dell’esame di maturità, posò la penna, rigettò all’indietro la sua lunga capigliatura nera che fece intravedere una fronte nobile, e si alzò con la giusta lentezza. Uscendo dall’aula del doposcuola, cercò di avere un’aria totalmente esasperata.

– Su, lavoriamo, dichiarò Rétine; e le teste ritornarono sopra i quaderni.

 

Sul pianerottolo, davanti alla porta del preside, un’araucaria presiedeva in un odore di encausto.

Un bimbo imbrattato di marmellata si nascose dietro il portaombrelli. Una voce secca gridò: “Avanti”. La luce faceva brillare alcune vetrine dove erano allineati farfalle morte, pietre color malva e vecchi libri. In mezzo, dietro una scrivania gialla, il preside stava seduto, il busto rovesciato all’indietro sullo schienale di una poltrona rotonda; il naso arcuato sosteneva una fronte larga e calva, come un contrafforte sostiene una volta; aveva dei baffi biondi, una giacca nera, un colletto duro a punte rivoltate che lasciava nudo il pomo d’Adamo, mobilissimo, e dei

polsini in celluloide che ogni tanto tirava su. In un angolo della stanza, il sorvegliante generale trascriveva cifre in un librone; alzò gli occhi un istante senza muovere la testa poi terminò di scrivere un numero, posò la penna, si adagiò comodamente sulla sedia per partecipare con quell’atteggiamento all’incontro. Aveva lunghe scarpe gialle che brillavano come il pavimento,

con una punta durissima, e pieghe trasversali tra la punta e il gambale. I suoi baffi formavano

due virgole color mattone sotto le guance purpuree, e le sue sopracciglia assomigliavano a due grossi bruchi rossastri a riposo. In quella stanza, col favore del silenzio, qualcosa di solenne faceva la sua apparizione, un’atmosfera da tribunale.

– Sto per essere processato, pensò Manuel vedendo il gesto del sorvegliante, giudicato in nome delle farfalle morte, delle pietre color malva e dei vecchi libri, in nome del portaombrelli in ghisa smaltata, del bimbo imbrattato di marmellata e dell’araucaria addomesticata.

Il preside lasciava che il silenzio si accomodasse per fare il suo bel effetto. Aveva indietreggiato un po’ di più la sua poltrona, incrociato le gambe e passato il pollice sinistro nel giromanica del suo gilè; le sopracciglia inarcate verso l’alto, la testa china all’indietro e inclinata sul lato, stava guardando la sua stessa mano destra con la quale teneva lo stringinaso e picchiettava sul bordo della scrivania.

Manuel cominciava a irrigidirsi, snervato, pronto all’insolenza. Non amava il preside perché aveva lunghe braccia magre con le quali telegrafava parlando e inoltre staccava le e mute facendo risuonare l’ultima sillaba delle parole. Volle scongiurare la solennità che il preside stava creando con il silenzio:

– Mi ha fatto chiamare, Signore. (Feracci non diceva mai “Signor Preside” come gli altri studenti e la maggior parte degli insegnanti, per non contrarre, egli diceva, “i costumi della tribù”.) Il preside si mosse appena; fermò il movimento dello stringinaso, inarcò ancora di più le sopracciglia e si voltò verso il sorvegliante generale. Il sorvegliante generale annuì automaticamente con un sorriso amaro. Poi arrestò il movimento da pendolo della sua testa e nella stanza non si sentì più nulla. Allora il preside riportò la sua attenzione verso Manuel, infine chinò gli occhi su di lui e increspò con forza le narici; si vide così che i suoi baffi nascevano molto in alto sul naso.

– Lei odora di tabacco, Feracci. Ha fumato per caso?

Parlava senza passione, come un uomo che constata.

– Sissignore.

Manuel aveva trascorso la ricreazione delle quattro da Aristide, facendo una partita di bigliardo con Damour.

– E lei ha la sfrontatezza di dirmelo così…

– Lei mi interroga; io non mento, lo interruppe Manuel.

A un tratto, gli salì una sorta di rabbia fredda provocata dalla messa in scena del preside, un bisogno di essere insolente, di farsi vedere sotto una cattiva luce. Avrebbe preferito una “lavata di capo” netta e categorica; al contrario, sentiva che il preside preparava lentamente le sue frasi perfette, recitava un ruolo senza alcuna difficoltà e senza merito, come per compiacersi e compiacere l’idiota scarlatto che nel suo cantuccio lo prendeva a modello.

– Davvero! Disse il preside un po’ sconcertato riportando la testa in avanti. Amico mio, vi sono due specie di sincerità: la franchezza e il cinismo. E lo sa in quale categoria metto la sua?

Aveva allargato le braccia sulla sua stessa affermazione, alzato l’indice sul cinismo e la franchezza, e posto la domanda molto lentamente, con un cenno del capo, assumendo un’espressione di curiosità molto viva. Manuel trattenne la sua irritabilità per rispondere con un tono intenzionalmente esasperato:

– È una domanda senza alcun interesse, signore. Mai nessun studente si era permesso una simile

insolenza. Ma perché lo esasperavano? Alla fine, non ne poteva più; che lo mandassero via, che gli fossero inflitte tutte le vergogne scolastiche, ma era stanco e non voleva stare al gioco di quel parolaio pretenzioso, adottare la parvenza di non sentire il ridicolo della disproporzione tra quella messa in scena e il motivo dell’accusa.

Il preside ostentò, peraltro, una recrudescenza di calma. Il sorvegliante ebbe per Manuel uno sguardo di rimprovero che voleva dire: “Perché aggravare il proprio caso?” Il preside inarcò le sopracciglia come prima per guardare il sorvegliante. Di nuovo, il sorvegliante dondolò la testa con lo stesso sorriso amaro, e il preside si voltò verso il colpevole.

– È una questione che sarà molto interessante sabato prossimo alle quattro del pomeriggio. Dicevamo quindi che lei non mente; e ci spiegherà, caro signor Feracci, con questa bella franchezza che la caratterizza, dicevo ci spiegherà, in modo preciso, che cosa faceva questa notte alle due e un quarto se non erro, nelle strade del centro città invece di dormire tranquillamente nella casa di suo padre, come tutti i ragazzi perbene.

Manuel sussultò. Non si aspettava una domanda simile. Chi mai aveva potuto vederlo? Dopo un istante rispose:

– È una storia che riguarda solo mio padre.

– E probabilmente, con la sua abituale franchezza, lei ha avvertito suo padre di queste fantasie notturne?

Manuel si lasciò andare alla spavalderia:

– Mio padre non si occupa di simili bazzecole. Ha un mucchio di cose più importanti che richiedono la sua attenzione. Gli parlo delle mie passeggiate notturne soltanto quando ho bisogno di soldi.

Ma il preside non era così sciocco. Aveva già incontrato il signor Feracci, antiquario in via Magenta, durante il pomeriggio e si era informato discretamente.

– Naturalmente, rispose. D’altronde, il signor Feracci non sarebbe il primo padre a prendere un abbaglio con il proprio figlio. E adesso che cos’è questo?

Aveva estratto dal sottomano un acquarello assai tragico eseguito sul modello di Grosz; si vedeva un Baladier definitivamente rincitrullito accasciato in una poltrona rosa; con le dodici tasche della sua giacca e i suoi bottoni a testa di cane, sembrava personificare il concetto di Mediocre su un tono pesantemente faceto; l’impressione di frivolezza pesante era accresciuta da un sacco contenente fiori che teneva tra le gambe e da una margherita abbastanza pietosa che sfogliava soffiandoci sopra come la dama della copertina del Larousse Illustrato; la signora Vachette, completamente nuda, troneggiava su un bancone sovraccarico di suppellettili d’ebano pretenziosamente lavorati; con particolari scelti in modo crudele, il corsetto deformato, le zebrature da balena, l’acne rosacea messa in evidenza, un nastro vivace intorno al collo, facevano di quel corpo un nudo assolutamente osceno, sformato, miserabile e ributtante. In alto, accovacciato sopra una nuvoletta, un piccolo Cupido soffiava in un trombone con aria compunta. L’insieme, messo in risalto con un viola pallido, un verde acido e un rosa ghiandola, si intitolava Galanterie ed era firmato con le iniziali di Feracci. Era riuscito a inserire dentro questo disegno tutto il disgusto della nostra esigente gioventù.

– Si tratta di una caricatura che ho fatto.

– E se non sbaglio si tratta proprio della caricatura del signor Baladier, disse il preside. E non mi complimento per niente con lei. Una caricatura con la quale pretendeva di offrire lo spunto per un idillio osceno? Una stupida caricatura. E certamente ne va anche fiero, Feracci? E questo, aggiunse con violenza, non lo tollero proprio! Che lei, Feracci, non ancora diplomato con il moccio al naso, si permetta di ridicolizzare in modo vile un suo insegnante, un sorvegliante che per debolezza è troppo buono con lei, di sbeffeggiare in modo vigliacco un uomo che ha saputo conquistare con le proprie forze diplomi ai quali, seguendo questa strada, lei non arriverà mai, piccolo imbecille, con queste arie sprezzanti fuori luogo; un onest’uomo che svolge con dignità une delle più venerande professioni, quella dell’educatore, e anche e, agli occhi di un moccioso, potrebbe sembrare un uomo stanco, deve la sua fatica soltanto al proprio lavoro, alla stanchezza di formare ragazzini ingrati. Ridicolizzato da uno smorfioso! Un moccioso! E per umiliare Manuel ripeté varie volte la parola.

– Perfettamente, Feracci, un moccioso! Il suo orgoglio protesta? Un uomo degno di questo nome non avrebbe avuto la scelleratezza di compiere un simile gesto. E se almeno lei potesse sostenere di aver compiuto un’opera d’arte! Ma pare che lei abbia sull’arte dei concetti tanto strampalati quanto il suo modo di comportarsi: lei disprezza il bello a favore della pornografia; ho potuto constatare che nel suo banco lei conservava una dozzina di stupide riviste dedicate all’estetica di tre o quattro teppisti rivoluzionari venuti d’oltre Reno in Francia per annichilire il senso del nobile e del bello. E non si dovrà stupire se sono scomparse; le ho confiscate. Ah! Nel nome dell’Arte, della vera, si possono fare molte cose; ma le proibisco di parlarne, incendiario! Lei la insozza. L’arte è l’elevazione dell’anima, dello spirito e dei sentimenti; non è la volgare trascrizione degli istinti più bassi dell’anima, la provocazione alla risata più vile, alla dissolutezza, alla rivoluzione. Lei forse chiamerebbe artistiche questi sozzi abbozzi da pittori sterili che, incapaci di parlare alle nobili regioni del cuore umano, si rivolgono a tutto ciò che l’istinto deviato di un pubblico bolscevico ha di più ignobile e odioso? Queste immagini oscene e morbose? La caricatura non è arte, è anarchia. Prima di giocare agli artisti, ragazzino, impari a conoscere la vita e ottenga, innanzitutto, se li merita, i giusti diplomi. Ma, per ora, sembra che non stia prendendo la strada giusta. Che cosa farà nella vita, senza esame di maturità? Li ho conosciuti questi esseri pietosi, larve inquiete che passavano il proprio tempo in collegio a fumare nei gabinetti e a schernire gli insegnanti; nella mia sezione ne avevo tre: il primo, dopo aver dichiarato fallimento si è fatto saltare le cervella; il secondo coltiva cavoli miserabilmente poiché non può accedere alla carriera amministrativa; il terzo è diventato un antimilitarista; è una brutta china, e lei la sta prendendo inesorabilmente. Caro Feracci, da qualche tempo ho notato in lei la tendenza a voler recitare l’uomo maturo, ad atteggiarsi indipendente, darsi arie da spirito superiore, e dare il peggior esempio ai propri compagni sui quali, badi bene, la sua influenza non cessa di stupirmi. La si incontra nei corridoi, mani in tasca, passeggiando con la noncuranza di un capoufficio sfaccendato; risponde agli insegnanti con un tono di trascuratezza maleducata; la si scopre che fuma, che gioca a carte, nei caffè, in losche bettole dove io stesso, uomo di quaranta anni, avrei vergogna ad entrare. Non neghi; il giudice supplente l’ha  incontrata. Tutto questo sta per finire, amico mio, prenda nota; le sue ariette di superiorità insolente qui sono sconvenienti. Sabato sera, Feracci, alle quattro e venti, in questo stesso ufficio, lei verrà per comparire davanti al Consiglio di Disciplina al fine di rispondere a proposito di quella sua uscita notturna e del suo contegno cittadino, della sua vigliacca insolenza nei confronti del signor Baladier e del suo atteggiamento nei miei confronti. Questa sera stessa suo padre sarà avvertito di tutto ciò; intanto – signor Trottier prenda nota –, si deve considerare trattenuto a scuola in punizione per domenica, nell’attesa di sapere cosa sarà di lei. Vada. 

Continua…

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