Kareen De Martin Pinter

“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo che io abbia passato in vita mia e nel quale mi contenterei di durare finché vivo. Passar le giornate senza accorgermene e parermi le ore cortissime e meravigliarmi sovente io medesimo di tanta felicità di passione”. Parole di Leopardi per chiedere: qual è la tua più intima definizione di scrittura?

Una volta, alle elementari, la mia maestra ci diede un tema dal titolo rodariano, direi: prova a immaginare cosa fanno i tuoi libri quando tu non ci sei. Iniziai a pensare che là dentro ci fossero vite vere, che quel libro si spostasse accanto a quell’altro. Leggevo un libro e subito pensavo accanto a chi volesse vivere, sullo scaffale. La curiosità per il mondo che aprivano quelle pagine chiuse, era nata. Ma ci ho messo del tempo a coltivare la scrittura, curarla, accettarla. Ho scritto “L’animo leggero” dopo dieci anni che masticavo in bocca la storia di amiche-nemiche e l’universo di queste quattro bambine. Dieci anni in cui ho fatto di tutto pur di tenermi lontana dalla scrittura, dimostrarmi che non era quella la mia strada, che era meglio lavorare in un altro campo. Ci ho provato talmente forte, che per un pelo non ci ho creduto. Poi è nata mia figlia ed è stato come partorire lei e un pezzo di me nello stesso sacco. Una volta espulse, mi sono vista nascondermi, distogliere lo sguardo, mentre il gioco della vita stava andando avanti per la sua strada. Una volta dissi che almeno nella scrittura potevo decidere io quello che sarebbe accaduto. Ingenua. Non mi ero ancora confrontata con una massa in piena faticosa da ammansire come un romanzo, dove ci sono delle esigenze narrative talvolta più forti di quelle di chi scrive. Ma poi quando scrivo e mi rendo conto che è venuto bene, che la visione si è stampata sul foglio, che non ho nulla da aggiungere per quel giorno, mi sento luminosa, accesa della luce riflessa dalle parole scritte. Parole che non sono quasi già più mie e per questo, forse, mi appaiono ancora più potenti, perché esistono, sono venute al mondo, sono intrise di vita e scorrono via. Scopro, mentre scrivo, che un’immagine o una persona ha segnato i miei pensieri, li ha così solcati direi che ci ho ritagliato intorno un personaggio, il suo mondo. Lo ripercorro a ritroso, gioco con il filo che mi lega a lui, ne sento gli odori, se piove, mi si bagna la pelle. È anche un viaggio stancante, talvolta. Quando penso a una storia e sento di tenerla bene tra le mani, mi sembra di riappropriami del tempo, di mettere la cosa giusta al posto giusto. Di aver finalmente capito perché quel ricordo là era rimasto appeso nella mia memoria, mescolandosi magari a altre luci e ombre, vivendo, a modo suo, mutando come una pallina di pongo nelle mani di un bambino. Una volta qualcuno mi raccontò di un artista che a cena, non appena aveva a portata di mano un qualunque oggetto, lo manipolava, lo staccava, lo inumidiva, lo torceva, lo piegava finché non appariva una figura in bilico, magari nata da tre stuzzicadenti, un avanzo di cibo e qualche cartaccia. E di nuovo si torna a parlare di rinascita, di vita, perché anche i libri, credo, servono per far tornare verso la vita. 

 

copertina Kareen De Martin Pinter ok

 

 

 

 

 

 

 

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