neretto - Copia
disegno di Grazia Calanna

C’è questa donna cangura con due buste per la spesa arancioni, una per mano, il figlio dentro il cappotto (ci tenevo così Maya, nel marsupio con la faccia rivolta al mio collo, lì solo dormiva, la bestiola). Grazia mi scrive per chiedermi di raccontare “Nessuna descrizione non poetica della realtà potrà essere mai completa” *. C’è questa donna con i capelli chiusi in un elastico, una coda un po’ storta come di gatto, gatta attenta al lardo, gatta cieca e frettolosa, guarda- guada il fiumefiglio- guarda altrove. Una parte oltre, una mezza minaccia. Grazia mi chiede di raccontare questo modomio “di imbalsamare un’epoca”, prendere monete/ sì ma piccole o non vale/ piccole da terra, da un piano liscio: un centesimo, un occhio, un morso.  Fissarle nel foglio, come bende pronte ad attaccarsi alla pelle, al morto. Appena accade, ancora caldo. Come zecche. Sanguisughe di maggio. Rimbalzi sui peli, dietro gli orecchi, i capelli. Raccogliere un nome. Farlo diventare tromba. Bomba. Atto. Dare voce. Come enel che dà luce. Scopre queste pieghe che il corpo assume, operai precari del dolore: ferite-bruciature-rughe-piaghe. Segni. Sto diventando sempre più intransigente (è il fegato che invecchia, s’intristisce babbo), pretendo che la poesia sia mestolo nello sterno. Una poesia caduta, abbassata come di mutande. Che dice i fatti come i fatti non sono detti. Non sono fatti: sono persone, mogli, madri, figlie, donne e uomini nei contorni. Invasori o compagni. Di armi. Di sfide e sfighe e ripiani unti. Pretendo che la poesia usi la bocca, usi la voce, le corde vocali appese a testeappese a tragedie. A travi come animali (imbalsamare ancora), cosci di sopraggiunta morte, sopraggiunta tragedia. Pretendo. Che la poesia raschi il fondo. Sia uno sfondo per consumare il dolore e dargli la giusta misura. Un gomito. Una spanna. Un’anca. Pretendo. Che la poesia sia impegno. Che la poesia sia azione e legame d’amore: che i tuoi capelli sono/ righe di uno spartito strano/dove scrivere note sole/ fuori tempo/ fuori, attendo/ Il bel verso. Serve? Rivolta? Che di rivolta ora c’è bisogno, è necessaria. Come vedi, come terra per ripulirsi dall’erba che infesta e sfoca, scegliere il pezzo, la lingua (di terra) e rimestarla, spogliarla, renderla bassa, pronta. Attenta. Grazia mi scrive per raccontare di una poesia svincolata da sofisticazione e artigianato. Senza artigiano. Senza mano. Senza olio. Che scivola addosso. Ruvida. Sgrana, lama (come di terra che frana e scopre). C’è questa donna cangura con due buste per la spesa arancioni che stringe, limone acido la lingua, come muscoli di natiche e cosce il senso, l’indecente denso di un quotidiano orrore, la mia ossessione. Dire tagliando a capo il suono di chi lama.

 

il contesto

carnaroli

il contesto (si è perso)

ora cosa

racconti?

lividi su marte

forse 

 

* John David Barrow, non pensavo fosse scienza, questa coccoina bianca, di mandorle e labbra.

 

 

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