La fresca edizione italiana di Sur un poème de Paul Celan, opera postuma del poeta francese Thierry Mertz scritta nel 1993 e pubblicata sei anni dopo dall’editore e poeta parigino Jacques Brémond, si contraddistingue, oltreché per la cura formale delle Edizioni degli Animali, per il rigore con cui Pasquale Di Palmo ha condotto la traduzione con testo a fronte, corredandola di una densa nota introduttiva che vale riprendere almeno parzialmente:
In questa raccolta l’autore francese prende l’abbrivio dallo specimen celaniano per costruire una sorta di variazione sul tema: si riportano nel testo interi segmenti della poesia di Celan, al fine di addentrarsi nei territori presidiati da alcune parole-chiave. Così i frammenti di Metz si configurano alla stregua di insistite ricognizioni gnomiche intorno a un’area semantica circoscritta che in sé accoglie azioni isolate dalla particolare valenza metaforica: si pensi all’atto di scavare che sembra prefigurare quello descritto in Nord di Seamis Haeney, associandolo a quello della scrittura.
La penna come vanga dell’archeologo.
Questa “parola contornata di oblio, di necessità” si innerva intorno alla registrazione di eventi marginali, infinitesimali, riavvolgendosi a spirale su sé stessa e documentando la propria endemica insufficienza a rapportarsi al reale in maniera adeguata, costruttiva a un senso che le è irrimediabilmente negato.
Un poeta come Metz, che per tutta la vita adulta fu manovale, ripete qui il gesto dell’amanuense medievale che, trascrivendo, arricchiva la pagina di scolii. E non a caso la pagina qui in questione è una poesia sullo scavare, un ulteriore gesto della medesima famiglia lessicale.
Unico appunto al traduttore è di avere inserito in esordio la traduzione dal tedesco di Anna Ruchat, quanto l’autore lavora su quella in francese di Jean Daive, che traduco io nell’idea di giovare al lettore (mentre tralascio di riportare singoli scolii che assumono valenza piena soltanto nell’intero.)
Il y avait de la terre en eux, et
ils creusaient.
Ils creusaient et creusaient, ainsi s’en fut
leur jour, leur nuit. Et ils ne louaient point Dieu
qui, entendaient-ils, voulait tout cela,
qui, entendaient-ils, savait tout cela.
Ils creusaient et n’entendaient plus rien,
ils ne devenaient point sages, ni inventaient aucun chant,
ne créaient aucune langue.
Ils creusaient.
Advint un silence, advint aussi un orage,
advinrent toutes les mers.
Je creuse, tu creuses, et semblablement creuse le ver,
et ce qui chante là-bas dit : ils creusent.
O l’un, ô nul, ô personne, ô toi :
où cela allait-il, puisque cela n’allait nulle part ?
Où tu creuses et je creuse, et je me creuse jusqu’à toi,
et à nos doigts s’éveille l’anneau.
*
C’era terra in loro, e
scavavano.
Scavavano e scavavano, così se ne andò
il loro giorno, la loro notte. E non lodavano affatto Dio
che secondo loro voleva tutto ciò,
che secondo loro sapeva tutto ciò.
Scavavano e non udivano più nulla;
non divenivano affatto saggi, non inventavano alcun canto,
non creavano alcuna lingua.
Scavavano.
Venne un silenzio, venne anche una bufera,
vennero i mari tutti.
Io scavo, tu scavi, e similmente scava il verme,
e ciò che canta laggiù dice: Scavano.
Oh uno, oh nullo, oh nessuno, oh tu:
dove andava ciò, dacché ciò non andava in alcun luogo?
Dove tu scavi e io scavo, e io mi scavo fino a te,
e alle nostre dita si desta l’anello.
* * *
L’esordio di Metz, ancora con Brémond, risale al 1989: due raccolte in volume unico, Dolmen e La demeure fréatique, composte nell’estate di quattro anni prima. Escono adesso, nelle Edizioni degli Animali, grazie ancora a Di Palmo, che di esse afferma nell’ampia postfazione:
Metz riesce ad attribuire la massima intensità possibile alla misura tipicamente novecentesca del frammento, riconducendo qualsiasi approdo linguistico sotto il crisma ineguagliabile dell’autenticità. Il frammento non rappresenta dunque una scelta consapevole di poetica, ma si fa esso stesso poetica, configurandosi come la sola dimensione creativa capace di modulare l’inflessione della voce “dentro un fogliame di parole”. A fronte di tale stato di cose Metz considera la parola perduta come l’unica atta a rappresentarlo adeguatamente. Ciò che non si può manifestare in quanto indicibile costituisce la grande scommessa di Metz che, sulla falsariga del magistero celaniano, si affida a vocaboli ponentisi in bilico tra semplicità ed enigmaticità, tra azzardo e afasia.
Qui sotto trascelgo tre poesie dalla prima raccolta, e altrettante dalla seconda.
gira una parola
nella voce del vasaio
contro il più semplice
vocabolo che si ostina
e si svasa
per contraddire la curva
une parole tourne
dans la voix du poitier
se heurte au plus simple
le mot qui s’obstine
et s’évase
pour contredire la courbe
*
luogo di raccolta
memoria che circonda il qui
focolare di un vocabolo
dove si consuma ogni parola
lieu du recueil
la mémoire qui encircle l’ici
l’âtre d’un mot
où se consume toute parole
*
noi sulla pietra di qui
portando dall’aperto pietre – calcinacci –
sulla nuca l’alba
fronda di nessuna risposta
fragile
votata al fuoco
nous sur la pierre d’ici
portant les pierres di dehors – les gravats –
l’aube sur la nuque
cassante
vouée au feu
* *
Dal cervo al pettirosso
la traccia matura.
Inchiostro o fuoco
sei ospite di questo balzo.
Abbacinante trappola.
Du cerf au rouge-gorge
La trace mûrit.
Encre ou feu
Tu es l’hôte de ce bond.
Piège ébloui.
*
La foresta si volge al cardo.
Sola radura
questo cammino insostenibile che porta al gesso.
La forêt se tourne vers le chardon.
Seule clairière
Ce chemin intenable qui mène à la craie.
*
Di sedimento e di corno
uomo che gira tra gli abiti e la rocca
mano aperta mano chiusa
De sédiment et de corne
Homme qui tourne parmi les robes et le roc
Main ouverte main fermé.







