Andrea Giampietro: “Come ogni miracolo la poesia va goduta con meraviglia e sgomento. È dogmatica e superba come una sfinge”.

Andrea Giampietro: “Come ogni miracolo la poesia va goduta con meraviglia e sgomento. È dogmatica e superba come una sfinge”.

Andrea Giampietro nasce in Abruzzo il 3 dicembre 1985. Cresce a Pratola Peligna ma attualmente risiede a Sulmona (Aq). Dopo aver terminato gli studi liceali, comincia un percorso di studio da autodidatta, dapprima interessandosi di psicoanalisi freudiana, e in seguito quasi esclusivamente di letteratura e di poesia. Nel marzo 2010 la casa editrice romana Lepisma pubblica la sua prima raccolta di versi, “Il paradiso è in fondo”, con la prefazione di Dante Maffia. Due anni dopo viene pubblicata una nuova silloge poetica, “Di notte a luna spenta” (Edizioni Il Foglio), presentata dalla poetessa Maria Luisa Spaziani. È attivo soprattutto come traduttore letterario: nel 2012 viene data alle stampe la sua traduzione del poema “La ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde (Edizioni Croce, Roma), ultimo sofferto capolavoro del genio irlandese, presentata da Masolino D’Amico. Nel gennaio 2016 esce per Rizzoli “La macchina della morte” di Garance Le Caisne, crudo reportage di una giornalista francese sulle stragi del regime siriano; nel dicembre dello stesso anno è la volta di “Bran e altre poesie” (Edizioni Croce), che comprende tre poemetti della scrittrice britannica Elizabet Gaskell. Nel 2017 pubblica “Quaderno di traduzioni – Da Shakespeare a Mallarmé” (Edizioni Tabula Fati, Chieti), che raccoglie il meglio delle sue versioni poetiche, dall’inglese e dal francese. Recensioni e saggi letterari scritti nel corso degli anni, vengono pubblicati oltreché per la nostra testata per la storica “Rivista Abruzzese” di Lanciano. In occasione dell’uscita di Cronache dall’imbuto, edizioni “Rocco Carabba”, recante una dedica di Ottaviano Giannangeli, nuovo folgorante libro distinto da una poesia sapiente che coniuga abilmente tradizione e ‘invenzione’, lo abbiamo intervistato. 

Qual è il ricordo legato alla tua prima poesia?

Un amore non confessato. Non sapevo come dirlo a me stesso, prima ancora che alla ragazza in questione, e allora decisi di buttare giù i miei primi versi. Avevo appena compiuto ventun anni.

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?

Credo che la poesia lirica italiana sia quella che ha maggiormente influito sulla mia vena poetica, da Petrarca a Leopardi, da Pascoli a Saba, fino a D’Annunzio che pure narrava il sentimento amoroso in modo epico. Insieme ad essi ci sono i grandi francesi del secondo Ottocento, da Baudelaire a Verlaine, da Rimbaud a Mallarmé, che mi hanno immediatamente conquistato per la loro inesprimibile e volutamente/velatamente inespressa tensione verso l’assoluto. Ma non dimentichiamo Dante, che ha scritto quella Bibbia a cui ogni poeta, volente o nolente, si ritrova ad attingere… Anche dei prosatori come Dostoevskij, per il suo acerrimo contrasto tra idealismo dell’animo e corruzione della morale, e Proust, che nella raffinatezza formale riflette il fitto ordito della sua ricerca psicologica, hanno influito sul mio stile poetico.

Qual è – nell’arco della giornata – il momento ideale per dedicarsi alla poesia (o, più genericamente, alla scrittura)?

“I poeti lavorano di notte/ quando il tempo non urge su di loro,/ quando tace il rumore della folla/ e termina il linciaggio delle ore”, scriveva la mia cara Alda Merini, e credo che lo stesso valga per me. Nel raccoglimento della notte riesco a trovare quella tranquillità necessaria per restituirmi con maggior lucidità al lavoro poetico. Ma non dimentichiamo che la notte è anche fonte di grandi turbamenti.

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Io credo che più ci si sprema per spiegarla e definirla dedicandole studi, convegni e trattati, più il suo significato intimo ed elusivo continuerà a sfuggirci. Come ogni miracolo la poesia va goduta con meraviglia e sgomento, senza struggersi troppo per ridurla a una concezione terrena. È dogmatica e superba come una sfinge.

In che misura una poesia ‘somiglia’ al poeta che l’ha scritta? 

Fin quando il poeta riesce a sorprendersi rileggendo i suoi versi, finché le sue parole continuano a rivelarlo ai suoi stessi occhi, è segno che quella poesia porta il marchio indelebile della natura segreta di chi l’ha creata.

La forma quanto incide sull’essenzialità della parola poetica? E, ancora, la parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve ‘esprimersi’ usando il linguaggio del tempo in cui nasce (e vive)?

Da questo punto di vista io posso considerarmi un “reazionario”, poiché tendo a restaurare metri, stili e termini che appartengono alla nostra tradizione, pur se rielaborandoli in forma assolutamente personale, e che spesso possono mal adattarsi ai gusti del lettore contemporaneo. Ma è un lavoro di salvataggio che a mio avviso è doveroso fare e, credetemi, dopo secoli e secoli di “parlar gentile” e di “superbissimo carme” (come Dante definiva l’endecasillabo), l’orecchio delle persone non smette di sorprendersi e assuefarsi dolcemente a una poesia così composta. In questo la forma resta la cifra di un autore e ne definisce la concezione che egli stesso ha della parola, della sua misura, della sua estensione umana ed espressiva.

 Quando una poesia può dirsi compiuta?

Si tratta di un senso di pienezza che invade l’animo dell’autore, come un ciclo di senso, ritmo e melodia che sia stato concluso, un’origine oscura che pure giunge al suo termine temporaneo.

La poesia può (e se può in che modo) restituire ‘purezza’ alla parola?

Scherziamo!? Io non le riconosco altro ruolo!… La poesia è – guai se non lo fosse – parola allo stato puro e, come tale, racconta l’umanità del nostro Io scarnificata fino all’essenza. Per giungere a questa purezza espressiva occorre anzitutto una “pulizia interiore” difficile da conseguire ma capace di liberarci di tutte quelle sovrastrutture che ci impediscono di regalarci a noi stessi e al mondo con doverosa genuinità. Una crescita stilistica e uno sviluppo estetico non possono prescindere quindi da una maturazione personale.

“La penna tacerà, il canto immondo / rovescia ormai una sacra sedizione, / insegni la preghiera una lezione / che placa i sensi ed ogni cuore monda.”. Con i tuoi versi per chiederti: oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

Oggi si parla molto di crisi economica e politica ma non ci si rende conto che siamo anzitutto di fronte a una profonda crisi culturale. E la poesia, insieme alle altre arti, ha il dovere di rieducarci a quell’innato senso di Bellezza ed Armonia – che ci appartiene non solo come genere umano ma soprattutto come gente italica – da cui l’imbarbarimento dell’era consumistica e tecnologica ci ha allontanato. Il Novecento è stato il secolo della totale dissacrazione; credo che adesso si debba invece ritrovare la sacralità di ogni cosa, a cominciare del vivere semplice.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza trovi rifugio/conforto?

Sono i versi di un poeta che non ho citato prima ma che ha avuto una grande influenza su di me, Guido Gozzano, e sono tratti da quell’inestimabile poemetto che è “La signorina Felicita”: “Oh! questa vita sterile, di sogno!/ Meglio la vita ruvida concreta/ del buon mercante inteso alla moneta,/ meglio andare sferzati dal bisogno/ ma vivere di vita! Io mi vergogno,/ sì, mi vergogno d’essere un poeta”. Non sono versi di conforto ma rispecchiano bene l’inadeguatezza della mia condizione e l’aspirazione a una dimensione più “ruvida” e “concreta” ma certo più reale di esistenza.

Per concludere, ti invito, dopo averci ‘spiegato’ cosa ha ispirato la scelta dell’originale titolo, a scegliere una tua poesia (dal libro “Cronache dall’imbuto”, Casa Editrice Rocco Carabba, 2017) per salutare i nostri lettori.

Quella del titolo è una storia assai curiosa. Avevo appena cominciato a dedicarmi alacremente alla mia attività di traduttore quando, imbattendomi nel Bateau ivre di Rimbaud, mi resi conto che in francese il termine “entonnoir” indica sia il vortice e la voragine (nel senso inteso dall’autore del poemetto), sia l’imbuto come utensile domestico. Sarebbe stato abbastanza banale, pensando a un titolo per la mia raccolta, riferirmi all’immagine del vortice, così ho usato l’imbuto come originale metafora del vorticoso tormento e della claustrofobica tempesta in cui mi sento da sempre travolto. A Maria Luisa Spaziani, mia compianta amica, il titolo piacque molto, e dopo diversi anni, quando mi decisi a pubblicare questi nuovi versi, ho pensato di riesumarlo ed eccolo qua.

Non citerò un’intera poesia – credo di aver annoiato abbastanza i lettori – ma almeno un mio breve brano poetico, dedicato ad Annamaria, la mia adorata figliola: “A te, fanciulla d’oro che non gemi,/ dietro quel riso tintinnante argento,/ dedico il tempo che quaggiù è rimasto,/ l’ora che passa, l’ora che non torna,/ e tutto quanto ancora è vano e perso/ ma che mi rende a te, spina d’eterno”.

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