Antonio Di Mauro, la “Società Italiana Spiriti” e il valore “salvifico” della parola poetica.

Antonio Di Mauro, la “Società Italiana Spiriti” e il valore “salvifico” della parola poetica.

 

“Società Italiana Spiriti”, perché questo titolo e cosa sottende? La domanda, nel contempo, è un invito a portarci a ritroso nel tempo, alle origini  dell’ideazione, prima, poi della stesura nelle sue varie fasi fino al compimento dell’opera, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere, crescere e maturare nei suoi aspetti sostanziali e stilistico- formali.

 Nella sua Prefazione Maurizio Cucchi, con efficace sintesi, spiega bene il significato e la ragione intima dell’origine di questo titolo. Parla infatti di una doppia valenza, cogliendo in pieno la sua voluta ambiguità. La prima ha una origine realistica, storica, in parte legata al vissuto o storia personale, in parte a quella dei “destini generali”, come poeticamente ha definito Franco Fortini il complesso di eventi e accadimenti che segnano nel tempo la fisionomia di un’epoca, un’età, una società, una civiltà, coinvolgendo e condizionando inevitabilmente la vita dei singoli. La seconda nasce dal recupero di una lontana suggestione e dall’immaginazione proprie dell’età infantile. Mi spiego meglio. La denominazione “Società Italiana Spiriti”, in sigla S.I.S., corrisponde alla ragione sociale di un’azienda del Nord Italia che commerciava in alcol puro, producendo alcol in proprio e anche liquori, rimasta attiva sul mercato fino ai primi anni settanta del secolo scorso. Per la sua produzione e il conseguente commercio acquistava alcol anche da altre distillerie in attività in varie regioni, compresa la Sicilia. Tra queste entrò in rapporti commerciali pure con una piccola distilleria di un paesino etneo. Da qui parte lo spunto. Ma l’espressione, nella sua seconda valenza, come scrive Cucchi, sottende « la possibilità di una proiezione in un certo senso ulteriore, e dunque meno specifico.» È così che nasce l’allusione, immaginaria e per certi aspetti visionaria, a una “congregazione ultraterrena di mutuo soccorso”, a una comunità di anime in un ipotetico “altrove”. Naturalmente quella primitiva suggestione infantile è all’origine di tutto. Proprio in questa doppia valenza si legano le due realtà, quella del vissuto personale e quella storica dei “destini generali”, con un recupero in profondità di un passato ormai remoto, quello dell’epoca immediatamente successiva al 2° conflitto mondiale, percorsa da fervide speranze nell’avvenire, dalla voglia di ricostruire proprie di quell’Italia, sfociate però nella delusione di un effimero “boom economico”, che l’”io” narrante lirico, nella consapevolezza del recupero di un passato vissuto nella difficile età tra infanzia e adolescenza, chiama ora ironicamente “età dell’oro”. Dentro questo spaccato storico si intrecciano “storie” e personaggi che pur attingendo al vissuto personale diventano “altro”, vicende emblematiche che permettono alla scrittura dell’”io” di diventare scrittura del “tu” (Pontiggia).

Da questo quadro storico-realistico narrativo e nello stesso tempo percorso da marcate venature liriche come hai creato il fil rouge che lega la materia poetica di questa prima sezione del libro allo sviluppo tematico delle successive sezioni, al fiorire di motivi che si intrecciano ai “destini generali” e alle “aeternae quaestiones” che percorrono e nutrono la poesia di tutti i tempi?

Dallo scenario in cui si intrecciano vicende singole e il corso storico del tempo emerge in particolare una figura ben definita dalla sua “storia”, quella della “vittima”, che racchiudeva in sé un significato e un valore che la superavano andando oltre, ma dove se non verso la dimensione dell’universale, dell’emblematico: ecco bisognava trasferire e far rispecchiare quel mondo e quella figura nella dimensione archetipica, quella della “weltgeschichte”, temine, come sappiamo, nato dalla  storiografia tedesca, ma essenzialmente più sul piano umano che sul quello storico-politico, nei millenni, nei secoli contrassegnata dalla lotta dell’uomo per la sopravvivenza, per contrastare il “male” in tutti i suoi aspetti, in cui predominano le figure delle “vittime”, da quella biblica di Abele fino a quella di Gesù Cristo, a quelle delle stragi, dei genocidi, citiamo la “shoah” per tutti, fino ai giorni nostri. Come realizzare questo passaggio? La soluzione l’ho trovata nelle risorse della scelta stilico-formale di un immaginario “epistolario” frammentato, che potesse servirmi da veicolo di trasferimento di temi, figure e significati, nel quale i “frammenti di lettere a familiari e amici” tracciano questo percorso di transazione poetica verso quello che è il cuore del libro, il poemetto Pietà del figlio, dove si concentra tutta la materia poetica del libro e la figura della “vittima”, transitata dalla storia personale assume la sua vera e propria identificazione archetipica, universale, appunto, perché rispecchia l’autentico significato umano dell’essere al mondo.

Leggendo questo libro, mi è sembrato, ripensando all’ungarettiana figura del poeta che si cala negli abissi marini per raggiungere il “porto sepolto”, che tu ti sia come calato pericolosamente nelle viscere di un vulcano per attingere da una materia ancora incandescente e recuperare “verità” salvifiche che rigenerano il senso del vivere. Leggo questi versi: “Quelle parole ti hanno salvato / e solo adesso lo so, capisco”, con essi ti chiedo: ti sei sentito, con lucida consapevolezza, salvato dalla poesia? E in che senso?

Molto suggestivo e significativo il riferimento ungarettiano. Sì, è vero, ho dovuto fare i conti con una materia ancora incandescente, molto difficile, da raffreddare per poi plasmarla. I versi che tu citi appartengono a uno dei testi della prima sezione, in cui si può ravvisare il valore “salvifico” della parola poetica. A lavoro compiuto, come anche per i libri precedenti, con lucida consapevolezza, posso dire di essermi sentito “salvato” dalla poesia nel senso di un aiuto insperato ad essere al mondo, nella vita,  a comprenderla di più, a non farmi schiacciare dai meccanismi sociali che tendono ad annientare il nostro rapporto diretto col reale, di cui abbiamo necessità, la comunicazione genuina con gli altri.

E allora possiamo dire che, ancora oggigiorno, la Letteratura, in questo caso la poesia, abbiano, oltre a quelle canoniche di natura culturale e in relazione alla civiltà di un’epoca, una particolare funzione, in assoluta discrezione, cioè quella di aiutare veramente l’uomo a vivere meglio la propria esistenza? Possono contribuire a frenare il temuto irreversibile offuscarsi del mondo, delle umane società nelle tenebre di quell’inverno dello spirito già profetizzato dalla Yourcenar?

Questa domanda ripropone un eterno dilemma. La risposta è quasi unanimemente negativa; tuttavia, sta di fatto che da millenni, dalla classicità alla contemporaneità, accade singolarmente, se non universalmente, che un individuo, uno di noi, in un momento imprecisato, e senza una motivazione qualsiasi, diciamo pure per caso, apra un libro di poesie, che magari aveva dimenticato di possedere, e ne legga alcune, o un’opera narrativa apprezzata molti anni prima e ne rilegga alcune pagine: è probabile che ne provi una sensazione sconosciuta, che ne ricavi qualcosa che lo faccia sentire più vicino a se stesso, che lo faccia riflettere un po’ su ciò che aveva dimenticato di poter essere degno di attenzione, che lo spinga a pensieri altri, più semplicemente propri. 

Qual è, allora,  la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Sono d’accordo con ciò che dice Maurizio Cucchi, in una tua recente intervista: « La poesia non nasce da un “romantico” rapporto con elevate o immaginarie ulteriori sfere. La poesia è un umano – nobilissimo – manufatto. È, in partenza, come il civile e umile lavoro dell’artigiano », il quale si assume, sul piano etico e civile, la piena responsabilità di ogni dettaglio lavorato e poi realizzato, perché ogni dettaglio – la stessa minima scelta di parole, financo sillabica – è in grado di produrre senso. E dunque è un valore – che può andare dal semplice ma decisivo esito della dannunziana “officina” « fino all’esprimersi del genio – un valore di cui avere rispetto e amore, ammirazione e fedeltà ». In un’epoca in cui quotidianamente, per ragioni ora di velocità della comunicazione, ora di semplificazione eccessiva, si fa violenza allo strumento comunicativo per eccellenza, la lingua, il poeta deve potersi assumere il rigoroso compito e la piena responsabilità di restituirle pienezza di senso, di valore comunicativo, nonché dignità e bellezza, preservandola dagli orrori cui la espone (e non è raro che li subisca) l’odierna civiltà della massificazione e della così detta globalizzazione. Ragion per cui, nel nostro ambito nazionale, chi scrive non può esimersi dall’assumersi questo impegno nei riguardi della nostra già bellissima lingua, che ci arriva attraverso secoli di umana storia.

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Il 2 Novembre dell’ormai lontano1963, al tramonto  di  una  bella giornata di  sole, sul terrazzo di casa un ragazzetto tredicenne avvertiva per la prima volta il desiderio, del tutto spontaneo, di scrivere dei versi. Aveva  fermato lo sguardo per un po’ su un particolare nell’insieme del paesaggio a oriente, sullo sfondo non molto lontano l’orizzonte marino intravisto, che stava per entrare  in zona d’ombra. Una  certa  emozione provata aveva fatto nascere quel desiderio. E scrisse dei  versi, pochi versi, certamente orecchiando linguaggio e ritmi delle letture poetiche scolastiche. Nei  decenni seguiti sembra che quel “desiderio” non  sia mai più venuto meno, rimasto come radicato, nell’alternanza, naturalmente, di periodi di fervore con fasi di disinteresse.

In conclusione, mi è sembrato che il poemetto che chiude il libro, Diario clinico, è come se chiudesse il cerchio tematico/poetico riconducendolo al punto di partenza.

Hai perfettamente ragione, e credo che sia abbastanza palese per il lettore, per cui senza aggiungere considerazioni di sorta, ti risponderei direttamente con la lettura dei versi.

 

in copertina Antonio Di Mauro, ph Pier Raffaele Platania

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