Bambini che non vogliono vivere

Bambini che non vogliono vivere

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Risulta sempre più difficile capire e prevenire le situazioni estreme di cui, sempre più spesso, sono protagonisti i bambini e i giovanissimi. Ci sconvolge apprendere che molte giovani vite sono attanagliate e divorate da sentimenti di disperazione e di incredibile impotenza, tanto da giungere a conclusione di arrendevolezza totale. Solamente pochi giorni fa la cronaca del beneventano ha registrato l’ultimo caso di suicidio di un ragazzo di quindici anni, che, non riuscendo a sopperire al suo disagio, ha deciso di concludere la sua esistenza sotto la corsa di un treno. Molti studi clinici su esperienze di suicidi e di comportamenti suicidari in età evolutiva, sono andati verso: 1) l’analisi e l’approfondito sviluppo della comprensione della morte del bambino e delle distorsioni difensive di tale percezione evidenti nel bambino suicidario; 2) l’interpretazione della relazione tra suicidio e circostanze della vita rispetto al rapporto con le caratteristiche della società; 3) lo studio del contesto familiare (simbiosi familiare, empatia); 4) l’interpretazione del fenomeno distruttivo all’interno del rapporto dualistico vita-morte. Purtroppo, per dirla con Israel Orbach, la caratteristica più sconvolgente del suicidio infantile, più di quello dell’adulto, è l’imprevedibilità e la disperazione, cioè la perdita della speranza in un cambiamento. Pertanto il soggetto, apparentemente normale, o con una condizione di malessere esistenziale generalizzato e camuffato, viene a trovarsi di fronte a un problema insormontabile, per lui assolutamente irrisolvibile. Quindi sono svariati gli elementi che scatenano il dramma: la disperazione, una sorta di rigidità cognitiva che lo porta a una certa ‘imprevedibilità dell’atto’, una disarmonia intra sistemica caratterizzata da esperienze precoci di ‘perdite ripetute’ che portano a una scarsa sopportazione delle frustrazioni e quindi a uno scarso controllo dell’aggressività (Giovanni Bollea). Dalla disperazione al suicidio si passa, dunque, attraverso la scarsa prevedibilità delle conseguenze dell’atto, scarso controllo dell’aggressività che scatena il corto circuito fino a giungere alla conclusione del suicidio (Bollea – Mayer). Sono innumerevoli le cause scatenanti l’atto estremo, anche se va considerato che nessuna causa, presa singolarmente, ne può essere responsabile: la separazione/divorzio dei genitori, la depressione di uno dei genitori, l’abbandono, i soprusi, la crisi familiare che sfocia in atti aggressivi, la pressione familiare in relazione alle aspettative. Bisogna soffermare l’attenzione sull’elaborazione del concetto di morte da parte del bambino, elaborazione che risulta essere parte integrante dello sviluppo e della crescita dell’emotività. Gli studi sui casi di suicidio infantile dichiarano che il concetto di morte diventa sufficientemente compreso intorno ai sette anni, età in cui si assimilano i concetti di universalità e irreversibilità/correlazione con l’età avanzata; mentre, solo negli anni adolescenziali, viene elaborato l’aspetto della casualità. Infatti, nei piccoli soggetti suicidari la morte è intesa in maniera deformata, cioè come l’unica alternativa possibile all’angoscia, ecco perché la morte personale viene vissuta come positiva e meno definitiva per cui è più semplice il progetto del suicidio, avvertito come necessario, urgente. I bambini che non vogliono più vivere non sono bambini che richiedono attenzione o che ricorrono al suicidio per manipolazione familiare. Invece, i bambini si suicidano perché vengono a trovarsi di fronte a problematiche irrisolvibili che non sempre è facile riconoscere. È vero, spetterebbe alla famiglia individuare i disagi e ipotizzare soluzioni possibili, ma la problematica è molto complessa e la condotta suicidaria del bambino è un processo molto più significativo di quanto possa essere immaginato. Per alleviare i sentimenti di disperazione che portano al suicidio bisogna fare appello a innumerevoli strategie cliniche. Probabilmente non bastano gli approcci psicoanalitici o quelli centrati sulle dinamiche familiari, perché bisogna considerare le innumerevoli variabili relative ai processi di causa. L’attrazione di morte, infatti, è una strategia difensiva che aumenta con l’aumentare dell’angoscia, ma si rivela che, per paradosso, l’attrazione alla vita è elevata più del dovuto negli stessi bambini che decidono di smettere di vivere.

(fonte: Bambini che non vogliono vivere di Israel Orbach – Giunti)

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