Carla de Falco. Il soffio delle radici

il soffio delle radici copertina

La “cultura” in cui siamo immersi, la cultura dello sballo e del frastuono, dell’ipermercato e degli spot ammiccanti e seduttivi, la cultura cui appartengono anche i libri-merce di cui si vendono (buon per loro) milioni di copie in tutto il mondo solo perché costruiti ad arte per toccare le corde più sensibili del lettore-consumatore, questa cultura, dicevo, che rapporto intrattiene con la poesia, che invece esige silenzio e attesa? 

Sarebbe già un fatto positivo se si potesse scorgere una qualche conflittualità o competizione, ma il sospetto è che non ci sia alcun rapporto e che nessuna delle due parti abbia desiderio di interagire con l’altra.

Per fortuna con qualche rara eccezione. Il soffio delle radici, la prima silloge pubblicata da Carla de Falco (Laura Capone Editore, Milano 2012), non condivide affatto l’aristocratico auto-isolamento con cui a volte la poesia risponde all’indifferenza della cultura di massa. La poesia di Carla de Falco è in primo luogo comunicazione: di esperienze, emozioni e riflessioni, filtrate da un linguaggio che, pur mantenendosi asciutto e allusivo, possiede una grande carica espressiva.

 

scendi canto e vai fino a valle

e vola ovunque, ma tieniti basso:

il tuo traguardo sono cuori brevi

che grondano brevissimi tormenti.

(…)

scova la folla calda negli spazi angusti

e dille quanto a lungo l’hai cercata

che sei arrivato ora, qui al tramonto,

come un amore stanco ed affamato

che rientra a casa dopo lunga assenza.

 

E questa comunicazione che la poesia attua anzitutto con se stessa arriva con forza alla percezione di chi legge, sollecitando la sua sensibilità a un ascolto che si fa anche ri-scrittura del testo nel proprio immaginario, come sempre quando si apre un dialogo tra due interlocutori, come sempre quando un testo è profondamente vero e carico di senso.

 

succede solo quando scrivi

che, quando scrivi, scrivere è un’urgenza,

un’ossessione, una dipendenza.

succede che ti svegli la mattina

e accendere il pc è il tuo primo gesto,

naturale come aprire la finestra

per far entrare l’aria del mattino.

succede che hai l’ansia di fermare

sulla pagina in maniera quasi urgente

ogni tuo pensiero o meditare

con voglia di dire l’ultima parola,

perché scrivere, in fondo, è un dialogare.

 

Ma non di “uno” specifico significato sono carichi i versi di Carla de Falco, bensì di quella significatività che rimane insatura per vocazione, quindi sempre suscettibile di ulteriori comprensioni e sempre fonte di altri stimoli. Come espresso in una poesia che sembra un manifesto programmatico, la talea

 

per gemmazione

antica come la carta

germoglia la parola rifinita

custodita come embrione d’ardimento.

 

nella ruota imperfetta del mondo

un giorno sarà chiodo impertinente

suono tagliente senza alcun rumore

e liquida portatrice d’alimento.

 

Nella mia prima lettura di questi testi “ho visto” il luogo in cui affondano le radici dell’io narrante, ho visto le contraddizioni che lo caratterizzano, i contrasti di colore, la passionalità che gli è propria, non solo per l’attrazione che naturalmente esercita in quanto terra-madre depositaria della nostalgia delle origini.

 

voce soffocata.

identità esibita.

storie arrepezzate.

natura assassinata.

spume di maree nere

sotto squarci d’azzurre vele.

precario anche il mood…

inevitabilmente sud.

 

Ma ho visto anche prendere forma, nel respiro profondo di un mare cobalto, una figura paterna, mitica e personale al tempo stesso, che svolge il  ruolo che simbolicamente gli compete: interporsi come elemento “terzo” nella diade simbiotica madre-figlia, come fattore di “coscienza” che impedisce la totale adesione a ciò che via via si configura come meta raggiunta: così alla tentazione del “radicamento” si contrappone il “soffio” dello spirito, il desiderio di andare.

 

protetto da speroni aspri di roccia

tu solo ancora mi sussurri

col fiato pastoso delle spume

i tuoi paterni moniti solenni:

 

“ricordati di non appartenere,

increspati, per farli intimorire

incazzati e innalzati sultana

incantali e fatti anche solcare.

attenta a non svelar l’abisso.

poi calmati e goditi la quiete”.

 

ripeti questo ad ogni passo

e io resto qui per ascoltare

ancora l’ultima tua fiaba

padre, mare.

 

E ho visto allora la poesia percorrere amore e disillusione, bellezza e oscenità, nascita e morte, umana pietà e indignazione, sconcerto e rassicurazione, in un continuo alternarsi di slanci e di soste, di cui ho percepito il ritmo anche nella musica dei versi.

E dunque ho anche “ascoltato”: le parole, le cadenze, le sonorità. A volte serrate e battenti, in altri casi ampie e distese, sempre in perfetta sintonia con le immagini di volta in volta sulla scena: dove si va svolgendo un itinerario esistenziale che sembra aver trovato nella comunicazione e nell’uso sapiente della parola la sua area di “gioco” (nel senso più ampio e nobile del termine) e insieme l’argine necessario per contenere e dare forma alla dimensione magmatica dell’esperienza emotiva più profonda. Così la poesia si è fatta brace ed è finalmente vera, viva, pronta a ustionare anche le coscienze più indifferenti. Pronta a difendere, senza snobismi, le proprie idee, la dignità dei sogni e… le emozioni. Appunto.

 

 

e io

mentre l’ascoltavo

socchiudevo d’istinto le mie luci:

oltre il buio della barbarie

la voce di brace era già sogno. 

 

 

 

 

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